«È vivo?» chiesi al medico prima che potesse aggiungere altro.
Lui annuì.
Non fu una risposta spettacolare.
Non ci furono grida nel corridoio né persone che si abbracciavano.
Ci fu soltanto quel piccolo movimento della testa, e il peso che portavo nel petto da due giorni cambiò improvvisamente forma.
«Franklin Hayes è ricoverato qui», spiegò il dottor Conti.
«Sei mesi fa ha avuto un ictus ischemico. È sopravvissuto, ma conserva difficoltà motorie e soprattutto problemi nel parlare. Comprende molto più di quanto riesca a esprimere.»
Mi aggrappai al bordo della sedia.
«E perché mi hanno detto che era morto?»
«Questo non posso spiegarlo io. La signora Sharon Hayes figurava come referente principale e ci aveva riferito che lei aveva interrotto ogni rapporto con suo padre.»
«Non è vero.»
«Ora lo sappiamo. Non abbiamo ricevuto alcun provvedimento che le impedisse di incontrarlo. Il problema è stato anche nostro: abbiamo accettato informazioni familiari senza verificare abbastanza la volontà del paziente, dopo la fase più acuta della malattia.»
Giulia ascoltò senza interrompere.
Poi domandò se fosse possibile parlare con Franklin e assicurarsi che desiderasse vedermi.
Il medico ci spiegò che quella mattina gli avevano già comunicato il mio nome e che lui aveva risposto con un gesto inequivocabile.
«Ha indicato la porta, più volte», disse.
«Se è d’accordo, la accompagno.»
Attraversammo un corridoio dal pavimento chiaro.
Ogni passo mi ricordava qualcosa che avevo perduto: i compleanni senza visita, le lettere mai arrivate, le sere in cui avevo creduto che papà fosse troppo deluso per pronunciarsi ancora sul mio conto.
Quando ci fermammo davanti a una porta bianca, ebbi paura di entrare.
Non della malattia.
Avevo paura di ciò che lui avrebbe letto sul mio viso.
Nella stanza, vicino a una finestra aperta sul giardino, c’era un uomo seduto in una poltrona con le ruote.
Aveva i capelli quasi completamente bianchi e una spalla più bassa dell’altra.
Le dita della mano destra si muovevano con fatica sopra una coperta.
Per un secondo non riconobbi il mio stesso padre.
Poi girò la testa.
I suoi occhi erano gli occhi che ricordavo.
«Papà», dissi.
La sua bocca cercò una parola.
Ne uscì soltanto un suono spezzato.
Gli andai vicino e mi inginocchiai per non costringerlo ad alzare il volto.
Lui sollevò lentamente la mano sinistra e me la posò sulla guancia.
Era un gesto così semplice che mi fece piangere più di qualunque discorso.
«Sono qui», sussurrai.
«Mi dispiace di essere stato via tanto. Mi dispiace per quello che ho fatto.»
Papà batté due volte le dita contro il mio viso.
Conoscevo quel gesto.
Da bambino, quando mi spaventavo durante un temporale, mi toccava due volte la fronte prima di spegnere la luce.
Voleva dire che c’era ancora qualcuno accanto a me.
Il medico rimase abbastanza distante da non invadere il momento.
Ci spiegò che papà usava una tabella con parole semplici e caselle per rispondere a domande chiuse.
Non era una valutazione legale della sua capacità di decidere, ma permetteva di comunicare scelte quotidiane in modo più affidabile.
Gli chiesi se avesse voluto vedermi durante quei mesi.
Indicò «SÌ» senza esitazione.
«Ti hanno detto che non volevo venire?»
Ancora «SÌ».
Abbassai lo sguardo.
Una parte di me avrebbe voluto chiedere subito chi fosse il colpevole di tutto.
Ma l’uomo davanti a me era stanco e per la prima volta, da anni, avevo una possibilità di restare invece di pretendere.
Gli raccontai del giorno in cui ero uscito dal carcere, della fotografia che portavo con me e della porta grigia.
Quando nominai la vernice, papà serrò le labbra con un’espressione che somigliava molto alla sua vecchia ostinazione.
«Non ti piace nemmeno a te, vero?» chiesi.
Questa volta il suo sorriso arrivò prima della risposta.
Più tardi, nel salottino riservato ai familiari, Giulia chiese al dottor Conti quali documenti potessero essere messi a disposizione di Franklin e di un legale da lui autorizzato.
Il medico disse che avrebbero organizzato una valutazione della sua capacità decisionale e che ogni accesso alla cartella clinica avrebbe seguito le regole previste.
Non promise scorciatoie.
Più tardi papà, aiutato dalla tabella di comunicazione, espresse il consenso a far verificare a Giulia la documentazione essenziale sui propri ricoveri.
Il medico registrò la sua volontà e precisò che l’accesso agli atti avrebbe comunque seguito le procedure previste.
Io ne fui quasi sollevato.
Per troppe ore ero stato circondato da persone che raccontavano la verità come se bastasse pronunciarla con sicurezza.
Un’infermiera, Marta, venne a parlarci spontaneamente.
Disse che Franklin aveva cercato di farle scrivere il nome «Daniel» su un foglio diverse settimane prima.
Lei lo aveva riferito alla responsabile, pensando che si trattasse di un parente da contattare.
La richiesta era rimasta senza seguito perché Sharon aveva insistito sul fatto che io fossi aggressivo e non volessi avere nulla a che fare con lui.
«Avrei dovuto chiedere ancora», disse Marta.
«Adesso lo stiamo facendo», rispose Giulia.
Quella frase mi colpì.
Non potevo cambiare ciò che era successo durante la prigionia né i mesi trascorsi da mio padre in quella stanza.
Potevo però decidere che cosa fare con le informazioni che avevamo davanti.
Giulia mi mostrò allora un messaggio ricevuto dal proprietario del rimessaggio, al quale aveva chiesto di custodire i documenti.
Un uomo si era presentato lì quella mattina dicendo di essere stato mandato da Sharon per recuperare gli effetti personali di Franklin.
Non aveva potuto entrare nell’armadietto e se n’era andato senza nulla.
La notizia significava che il nostro nascondiglio non era più sicuro.
Tornammo a Vernazzola e spostammo tutte le carte nello studio di Giulia, annotando da dove provenivano.
L’avvocata contattò il notaio indicato nei documenti del preliminare e gli inviò una comunicazione formale: il proprietario risultava vivo, ricoverato, e contestava qualunque vendita non autorizzata.
Non chiedeva al notaio di fidarsi di noi; chiedeva di sospendere ogni passo fino agli accertamenti necessari.
Fu allora che scoprimmo la scadenza.
Per il venerdì successivo era previsto un incontro per definire la vendita della casa di Boccadasse a una coppia di Torino.
Sharon aveva già ricevuto una somma di denaro a titolo di caparra.
Giulia non sapeva ancora su quale documento la donna avesse fondato la pretesa di rappresentare Franklin.
La sera, mentre lasciavo lo studio, il telefono squillò.
Sul display comparve un numero che non conoscevo.
Risposi.
«Sei stato alla Casa delle Ginestre», disse Sharon senza salutare.
Non le chiesi come lo sapesse.
«Ho visto mio padre.»
Per alcuni secondi sentii soltanto il suo respiro.
«Non capisci in che cosa ti stai mettendo, Daniel.»
«So che mi hai detto che era morto.»
«Ti conviene dimenticare quella casa.»
La chiamata si interruppe.
Guardai Giulia, ancora sulla soglia dell’ufficio, e le raccontai ogni parola.
Lei mi invitò a scrivere immediatamente data e ora, senza rispondere con minacce.
Quella sera capii che ritrovare papà era soltanto il primo passo.
Restava da capire che cosa Sharon avesse già promesso ai compratori, e quanto fosse disposta a perdere pur di non restituire ciò che non le apparteneva.
Per scoprire che cosa si nascondeva dietro la vendita della casa, leggi la Parte 5.













