«È impossibile», dissi all’uomo.
«Sharon mi ha detto che la tomba è qui.»
L’anziano si tolse il berretto e mi fece cenno di seguirlo fino a una panchina dietro una cappella.
Non aveva l’aria di un uomo contento di conoscere un segreto.
Sembrava, piuttosto, qualcuno che per troppo tempo aveva temuto di doverlo raccontare.
«Mi chiamo Lorenzo Riva», disse.
«Ho conosciuto tuo padre per più di vent’anni. Veniva qui a portare fiori a tua madre, anche quando pioveva.»
La menzione di Elena mi convinse ad ascoltare.
Quando ero piccolo, papà mi portava con sé a Staglieno e mi lasciava scegliere i fiori meno costosi.
Diceva che a mia madre sarebbero piaciuti lo stesso.
«Quando una vicina mi ha riferito che Sharon lo dava per morto, ho chiesto agli uffici di controllare i registri», continuò Lorenzo.
«Non risulta alcuna sepoltura di Franklin Hayes in questo cimitero. Questo posso dirtelo con certezza. Non so cosa sia successo altrove.»
Era una distinzione importante.
L’assenza di una tomba non dimostrava che mio padre fosse vivo.
Ma significava che Sharon mi aveva indirizzato con sicurezza verso un luogo dove, a quanto pareva, non era stato sepolto nessuno con il suo nome.
«Perché ha controllato?» chiesi.
Lorenzo guardò la ghiaia sotto i suoi scarponi.
«Perché otto mesi fa tuo padre era qui. In piedi, davanti alla lapide di Elena. E mi ha chiesto una cosa strana.»
Otto mesi.
Sharon aveva detto che era morto da un anno.
Le parole dell’anziano mi arrivarono lentamente, una dopo l’altra.
«Lo ha visto davvero?»
«L’ho accompagnato fino al cancello. Camminava piano, appoggiandosi a un bastone. Non lo dimenticherei.»
Portò una mano nella tasca del giaccone e ne estrasse un foglietto piegato.
Era la copia di una nota che si era scritto quel giorno, con una data e un numero di telefono.
«Mi aveva detto che, se fossi tornato a incontrare suo figlio, avrei dovuto accertarmi che fosse proprio lui.»
«Perché non è venuto a prendermi quando sono uscito?»
«Non so dove sia adesso. Dopo quel giorno non l’ho più visto.»
Mi aspettavo una spiegazione definitiva.
Ricevetti, invece, una paura nuova.
Papà era stato vivo più recentemente di quanto Sharon avesse affermato, ma da mesi nessuno tra noi due riusciva a raggiungerlo.
Lorenzo mi fece aspettare sulla panchina e raggiunse il piccolo ufficio all’ingresso.
Tornò qualche minuto dopo con un involto avvolto in carta marrone.
«Tuo padre mi aveva chiesto di conservarlo qui», spiegò.
La notizia del mio ritorno aveva già cominciato a circolare, ma Lorenzo aveva aspettato di vedermi di persona.
«Prima devo vedere un documento.»
Gli mostrai la carta d’identità che mi avevano restituito all’uscita dal carcere.
Lesse il nome, confrontò la fotografia e solo allora mi consegnò l’involto.
Dentro c’erano una busta chiusa e una piccola chiave di ottone.
Sulla busta riconobbi immediatamente la grafia di mio padre.
Le lettere erano alte e leggermente inclinate verso destra, come quelle delle cartoline che mi mandava quando ero bambino.
C’era scritto soltanto: «A Daniel, quando tornerà».
Non riuscii ad aprirla subito.
Avevo passato tre anni a convincermi che papà avesse smesso di volermi bene.
Ora stringevo un messaggio che qualcuno aveva custodito per me, senza sapere se il suo autore fosse ancora vivo.
Lorenzo si allontanò di qualche passo per lasciarmi solo.
Ruppi il bordo della busta con attenzione.
«Figlio mio», iniziava la lettera, «se sei arrivato a leggere queste righe significa che finalmente sei tornato. Non so in quali condizioni mi troverai, né quale versione della mia vita ti sarà stata raccontata. Ti chiedo una cosa: non credere alla mia morte soltanto perché qualcuno te l’ha annunciata. Pretendi fatti, date e documenti.»
Le mani cominciarono a tremarmi.
Continuai.
«Ho lasciato alcune carte al sicuro. La chiave apre l’armadietto di ferro nel vecchio ricovero delle barche, a Vernazzola. Ricordi quello con la finestra rivolta a levante. Non portare lì Sharon. Prima di accusare chiunque, parla con l’avvocata Giulia Ferri, il cui recapito troverai tra i documenti.»
L’ultima frase mi fece abbassare il foglio.
«Non ti ho abbandonato, Daniel. Ho sbagliato a non dirtelo quando potevo. Se avrò ancora la possibilità di spiegarti, lo farò guardandoti negli occhi. Tuo padre.»
La data era di otto mesi prima.
Non potevo sapere che cosa fosse accaduto dopo, ma avevo in mano una prova che Sharon mi aveva mentito almeno sul momento della sua presunta morte.
«Lo ha visto scriverla?» chiesi a Lorenzo, tornando da lui.
«No. Me l’ha consegnata già chiusa. Ma era lui, questo te lo garantisco.»
Per un istante provai il desiderio furioso di correre alla casa e costringere Sharon a rispondermi.
Il pensiero del mio precedente errore mi fermò.
Tre anni prima avevo creduto che la rabbia mi desse il diritto di agire.
Non volevo commettere lo stesso errore proprio nel giorno in cui ero stato liberato.
Presi un autobus per il centro e raggiunsi l’ufficio di stato civile prima della chiusura.
Chiesi come verificare l’esistenza di un atto di morte relativo a mio padre, spiegando di essere suo figlio.
L’impiegata controllò quanto poteva nei registri comunali e non trovò un atto intestato a Franklin Hayes.
Mi precisò che quel controllo, da solo, non escludeva un decesso registrato altrove e mi indicò come inoltrare una richiesta formale.
Uscii con una ricevuta e ancora più domande.
Se papà era morto, possibile che Sharon non avesse un documento, un ospedale, una data precisa da comunicarmi?
Se invece viveva, dove si trovava e perché non mi aveva scritto direttamente?
Telefonai a un piccolo affittacamere vicino alla stazione e prenotai una notte con gli ultimi risparmi.
Poi mi incamminai verso Vernazzola.
Ricordavo il ricovero delle barche come un posto umido e disordinato, con reti appese al muro e vecchi salvagenti ammassati in un angolo.
Da ragazzo aiutavo papà a riparare il suo gozzo, più per ascoltarlo che per rendermi utile.
Il cancello laterale aveva una serratura nuova, ma il proprietario del rimessaggio mi riconobbe e mi lasciò entrare dopo avere sentito il cognome Hayes.
Dentro, la luce attraversava appena il vetro sporco della finestra orientata a levante.
Individuai un armadietto basso, nascosto da una coperta cerata.
La chiave entrò perfettamente nella serratura.
Prima di girarla, mi accorsi che sopra lo sportello era stata incollata una vecchia fotografia di mia madre.
Sul retro, nella grafia di papà, c’erano tre parole: «Non sei solo».
Girando la chiave capii che il messaggio non era soltanto un ricordo di famiglia.
Qualcuno aveva preparato quel nascondiglio per il giorno in cui sarei tornato, e ora stavo per scoprire che cosa mio padre aveva avuto tanta paura di lasciare in casa.
Per capire che cosa Franklin aveva nascosto nell’armadietto, continua con la Parte 3.













