Alessandro non disse a Lilia che la scatola doveva essere stata buttata.
Guardò il ripiano vuoto e comprese che, fino a poche settimane prima, avrebbe dato una spiegazione qualsiasi pur di interrompere il pianto.
Adesso sapeva quanto poteva costare una risposta pronunciata senza conoscere la verità.
«Non è qui», disse. «Ma possiamo cercarla insieme.»
La bambina gli prese la mano.
Attraversarono il corridoio fino alla camera di Margherita, che stava leggendo accanto alla finestra.
Quando sentì parlare della scatola azzurra, la donna posò il libro e si alzò immediatamente.
«Non l’ho buttata», disse. «L’ho messa con le altre cose di Caterina, nella stanza della biancheria.»
Lilia le rivolse uno sguardo diffidente.
«Perché?»
Margherita si chinò lentamente, fermandosi abbastanza lontano da non costringerla a indietreggiare.
«Perché avevo deciso io cosa era meglio tenere in vista. Avrei dovuto chiedertelo. Vieni, ti faccio vedere.»
Nella stanza al piano superiore erano allineate alcune scatole di cartone, ognuna con un’etichetta scritta dalla nonna.
Quella azzurra era sopra una pila di lenzuola, avvolta in un panno per proteggerla dalla polvere.
Margherita la prese con entrambe le mani e la consegnò alla nipote senza aprirla.
Lilia la strinse al petto insieme all’orsacchiotto.
Per alcuni minuti non volle sollevare il coperchio.
Alessandro suggerì di tornare in camera sua, dove avrebbero potuto sedersi sul tappeto.
Margherita chiese se poteva accompagnarli; la bambina annuì.
Dentro la scatola c’erano fotografie un po’ storte, due biglietti del treno, un nastrino rosso e diversi fogli piegati.
Su uno compariva il disegno di una casa con tre persone davanti alla porta.
Alessandro riconobbe la grafia di Caterina su piccoli cartoncini datati.
Non erano lettere d’addio o messaggi preparati per una tragedia.
Erano ricordi che sua moglie aveva conservato negli anni, quando Lilia era ancora più piccola.
«La mamma li chiamava i nostri giorni difficili», spiegò la bambina. «Diceva che se un giorno litigavamo potevamo guardare le cose belle e ricordarci che erano successe davvero.»
Alessandro si ricordò di quella scatola.
Caterina l’aveva iniziata dopo una settimana complicata, quando Lilia non voleva più andare alla scuola dell’infanzia e si arrabbiava ogni mattina.
Lui aveva sorriso vedendo tutti quei ritagli sul tavolo, ma non aveva mai capito fino in fondo perché lei li custodisse con tanta cura.
La bambina scelse un foglio spiegazzato.
C’era una foto di Lilia, più piccola, con due scarpe diverse e un’espressione indignata.
Sul retro Caterina aveva scritto che quella mattina avevano litigato per le scarpe, poi avevano fatto pace mangiando una pesca in giardino.
In fondo aveva aggiunto: «Una giornata storta non cancella il resto».
Lilia lesse lentamente, muovendo le labbra.
«Allora la mamma si arrabbiava anche prima?»
«Certo», rispose Alessandro. «Qualche volta si arrabbiava con me, qualche volta con te. E qualche volta aveva ragione.»
Margherita lasciò uscire un piccolo respiro che somigliava a una risata, subito interrotta dalle lacrime.
«Anche con me», ammise. «Una volta mi ha detto che compravo troppi maglioni per te senza chiederti se ti piacevano.»
«Erano tutti rosa», sussurrò Lilia.
«Proprio tutti», confermò la nonna.
Per qualche istante le tre generazioni della famiglia Valenti poterono ricordare Caterina senza che il suo nome trasformasse la stanza in un luogo proibito.
La tristezza restò con loro, ma non impedì una conversazione.
Poi Lilia rimise il cartoncino nella scatola e si voltò verso il padre.
«Io non le ho chiesto scusa per quel giorno.»
Alessandro sentì tornare il dolore, ma non distolse lo sguardo.
«Lo so. Avresti voluto farlo.»
«Non posso più.»
«Non puoi dirglielo come facevi prima», rispose. «Ma puoi raccontarmi quello che avresti voluto dirle. Possiamo ricordarla insieme. E possiamo continuare a parlarne anche con la dottoressa Neri.»
Lilia prese il nastrino rosso e lo annodò intorno al polso dell’orsacchiotto.
«Le direi che ero arrabbiata per la pioggia. Non con lei.»
Alessandro annuì.
«Credo che sarebbe stato importante per te poterglielo spiegare.»
Non aggiunse che Caterina la stava sicuramente ascoltando da qualche parte.
Non poteva saperlo e non voleva trasformare il desiderio in una certezza.
Invece le raccontò che, il pomeriggio del litigio, Caterina gli aveva scritto un messaggio per proporgli di portare Lilia al parco la domenica seguente, se fosse tornato il sole.
Aveva ancora quel messaggio sul telefono, fra molti altri che non aveva avuto la forza di rileggere.
«Anche dopo che avevo gridato?» domandò Lilia.
«Anche dopo.»
La bambina chiese di vedere il messaggio.
Alessandro lo cercò e le mostrò la data e le parole di Caterina, senza nascondere che quel progetto non si era mai realizzato.
Lilia lesse due volte, poi appoggiò la testa alla sua spalla.
Il padre rimase lì, tenendo una mano sulla scatola azzurra e l’altra vicino a quella di sua figlia.
Nei giorni successivi non scomparvero le notti difficili.
A volte Lilia si svegliava chiamando sua madre.
Altre volte si chiudeva in silenzio quando qualcuno nominava la scuola o una festa a cui Caterina non avrebbe più partecipato.
Alessandro e Margherita continuarono a seguire le indicazioni dei professionisti e impararono a non trattare quelle giornate come sconfitte.
Elena tornava agli orari concordati.
Quando arrivava, salutava sempre la bambina e le diceva quali lavori l’aspettavano.
Quando usciva, glielo annunciava con un po’ di anticipo.
Con il tempo Lilia cominciò a fidarsi anche del fatto che suo padre fosse lì quando lei aveva bisogno di raccontare qualcosa, senza dover aspettare che fosse Elena a trovare le parole per entrambi.
Un sabato portarono una coperta in giardino e sedettero vicino alla siepe dove era rimasta la palla rossa.
Alessandro la recuperò, ripulì le foglie e la lasciò accanto a Lilia.
Lei non volle giocare subito, ma gli chiese di raccontarle com’era la mamma quando aveva la sua età.
Margherita si unì a loro e parlò di una Caterina bambina, ostinata e capace di ridere anche quando cadeva dalla bicicletta.
Qualche settimana dopo, Lilia chiese di riportare la scatola azzurra sul ripiano più basso della propria libreria.
Volle lasciare nell’armadio anche un foulard della mamma, scelto insieme alla nonna.
La prima sera in cui mangiò un’intera porzione di minestra, nessuno applaudì o trasformò quel pasto in una prova di coraggio.
Alessandro le chiese soltanto se ne desiderasse ancora.
«No, grazie», rispose lei. «Ma domani potremmo mangiarla insieme?»
«Certo.»
Più tardi il padre entrò nella sua stanza con un libro.
Lilia teneva l’orsacchiotto sotto il braccio e gli fece spazio sul letto.
«Rimani?» domandò.
Alessandro sedette accanto a lei.
«Stasera resto qui, finché non finiamo questa storia.»
Lilia aprì il libro alla prima pagina.
Non aveva smesso di sentire la mancanza di Caterina e nessuno glielo chiedeva più.
Ma quella sera non dovette affrontare il silenzio da sola.
[ FINE.]
Per sei giorni, nella villa sulle colline di Firenze, nessuno aveva saputo che cosa dire a una bambina che stringeva un vecchio orsacchiotto. Suo padre ascoltava ogni rumore della casa sperando di riconoscere una voce; sua nonna sistemava gli armadi perché non sapeva dove mettere il dolore. Poi una donna si inginocchiò sul marmo con una ciotola tra le mani e decise di non chiedere nulla in cambio. A volte una famiglia scopre troppo tardi quanto possano pesare le parole dette per stanchezza. E quanto coraggio serva, invece, per restare abbastanza vicini da ascoltare una domanda.













