Il secondo boccone arrivò quasi cinque minuti dopo il primo.
Elena non contò né i minuti né i cucchiaini davanti alla bambina.
Si limitò a lasciarle la possibilità di fermarsi, mentre Alessandro restava immobile sulla soglia con le mani strette lungo i fianchi.
Quando Lilia scosse la testa, Elena abbassò la ciotola.
«Basta così», disse. «Grazie per avermelo fatto capire.»
La bambina non sorrise.
Spostò soltanto l’orsacchiotto sulle ginocchia e sfiorò con un dito la cucitura irregolare sotto un orecchio.
Alessandro ricordò che Caterina l’aveva riparata un inverno, seduta al tavolo della cucina, mentre Lilia le passava il filo rosso.
Margherita, sollevata, fece per avvicinarsi.
Elena le rivolse uno sguardo gentile, invitandola a non trasformare quel momento in una festa.
La nonna si fermò, poi uscì per prendere un bicchiere d’acqua.
«Posso sedermi vicino a voi?» chiese Alessandro.
Lilia abbassò gli occhi.
Lui interpretò quel silenzio come un rifiuto e stava già indietreggiando quando la bambina sollevò due dita, indicando un punto del tappeto, poco lontano.
Alessandro si sedette lì, senza toccarla.
Da quando Caterina era morta, aveva confuso l’essere presente con il fare domande.
Ogni volta che entrava in una stanza portava una proposta, una soluzione, un tentativo.
Quella sera, invece, rimase a guardare le scarpe di sua figlia, una con il laccio sciolto, e lasciò che il silenzio fosse condiviso.
Lilia bevve due sorsi d’acqua.
Poi guardò Elena.
«Anche domani?»
La domanda era poco più di un soffio.
Elena appoggiò la ciotola su un tavolino prima di rispondere.
«Domani torno alle otto, come questa mattina.»
«E dopo?»
«Dopo lavorerò qui durante il giorno. La sera vado a casa mia, ma ti dirò sempre quando esco.»
Alessandro colse lo sguardo inquieto della bambina.
La promessa pronunciata poco prima, “Non vado da nessuna parte”, non poteva significare che Elena sarebbe rimasta inginocchiata per sempre sul marmo.
Lei stessa sembrava averlo capito.
«Quando ti ho detto che rimanevo», aggiunse Elena, «intendevo che non me ne sarei andata lasciandoti sola in quel momento. Se devo uscire, te lo dirò.»
Lilia annuì appena.
Alessandro provò una gratitudine dolorosa per quella precisione.
Aveva passato settimane a usare frasi rassicuranti di cui non conosceva il significato, come se la paura di sua figlia potesse essere cancellata con un tono calmo.
Poco dopo Lilia si accorse che il padre aveva ancora il ginocchio appoggiato sul tappeto, in una posizione scomoda.
Gli indicò una sedia con un piccolo movimento della mano.
«Grazie», disse lui, spostandola accanto al tavolino senza avvicinarsi troppo.
La bambina studiò i suoi gesti e poi spinse la ciotola verso di lui, non per chiedere altro cibo, ma perché la mettesse da parte.
Alessandro obbedì e capì che sua figlia stava ricominciando a dare indicazioni su ciò che la riguardava.
Non era una conquista da registrare su un quaderno e mostrare ai parenti.
Era una richiesta ordinaria che lui, nel terrore di sbagliare, aveva quasi smesso di riconoscere.
Prima di alzarsi, Lilia gli passò un fazzoletto caduto vicino ai suoi piedi.
Lui lo raccolse e ringraziò, come avrebbe fatto in qualsiasi altro pomeriggio.
La sera chiamò la pediatra che seguiva Lilia da anni.
La dottoressa Rinaldi lo aveva già invitato a controllare con attenzione quanto la piccola riuscisse a bere e mangiare, e a organizzare un sostegno psicologico adatto alla sua età.
Il fatto che avesse accettato qualche cucchiaino era incoraggiante, spiegò, ma non bastava a risolvere il problema.
Concordarono una visita per la mattina seguente e un colloquio con una psicologa specializzata nel lutto infantile.
«Non dica a sua figlia che deve tornare com’era prima», raccomandò la pediatra. «Ascolti anche quello che non riesce ancora a dire.»
Alessandro riattaccò e rimase davanti alla finestra della biblioteca.
Oltre il vetro, le luci lontane di Firenze punteggiavano il buio.
Non riusciva a ricordare l’ultima volta in cui lui e Lilia avessero trascorso dieci minuti insieme senza che qualcuno le chiedesse di mangiare, dormire o parlare.
Poco dopo, Margherita entrò con un vassoio di piatti puliti.
«Hai visto? Con Elena obbedisce.»
Alessandro scosse la testa.
«Non credo sia questo. Elena le ha chiesto se voleva. Noi continuiamo a dirle che cosa deve fare.»
Sua madre posò il vassoio con troppa forza.
«Io cerco soltanto di non perderla, Alessandro. Abbiamo già perso Caterina.»
Lui non replicò subito.
Margherita aveva dormito pochissimo e passava le giornate a spostare oggetti nella villa, come se rimettere ordine nei cassetti potesse restituire un senso a ciò che era accaduto.
Il dolore le rendeva le mani instancabili e le parole precipitose.
«Non dobbiamo farle avere paura di noi», disse infine.
A cena Lilia volle restare nella piccola sala accanto alla cucina.
Mangiò soltanto qualche cucchiaio di minestra, ma questa volta non si nascose dietro il divano.
Alessandro sedette dall’altra parte del tavolo senza rivolgerle domande.
Elena le mostrò l’orologio e annunciò che tra poco avrebbe terminato il suo turno.
Lilia strinse forte l’orsacchiotto.
«Tornerai?»
«Sì, domattina alle otto. Tuo papà lo sa e può dirtelo anche lui.»
«Torna», ripeté Alessandro, rivolto alla figlia. «E se un giorno i programmi cambieranno, te lo spiegheremo prima.»
Lilia abbassò il mento, ma non scoppiò a piangere.
Accompagnò Elena fino alla porta della cucina e la guardò infilarsi il cappotto.
Il saluto fu un cenno minuscolo, quasi invisibile.
Quella notte Alessandro passò davanti alla stanza di sua figlia e trovò la porta socchiusa.
Sul letto, Lilia dormiva rannicchiata intorno all’orsacchiotto.
Per la prima volta da giorni la sua fronte non era contratta, e lui non ebbe il coraggio di svegliarla per darle la buonanotte.
Stava per uscire quando notò un foglietto caduto accanto al cestino.
Era stato piegato più volte, poi spiegazzato tra le dita.
Sul davanti compariva il disegno di una donna con un abito giallo, la stessa tonalità che Caterina amava indossare d’estate.
Sotto, con la grafia incerta di Lilia, c’erano cinque parole.
Mamma era triste per colpa mia.
Alessandro sentì un gelo improvviso.
Tornò con lo sguardo verso il letto, poi verso il piccolo foglio.
Non si spiegava come sua figlia fosse arrivata a credere una cosa simile.
Soprattutto, non sapeva da quanto tempo stesse portando quel pensiero da sola.
Per capire che cosa aveva fatto nascere quella colpa nel cuore di Lilia, continua con la Parte 3.













