Alessandro avrebbe voluto rispondere immediatamente, trovare una frase capace di liberare sua figlia dalla paura.
Ma ricordò ciò che aveva detto la psicologa: non bastava ripetere che tutto sarebbe andato bene.
Doveva raccontare ciò che sapeva e ammettere ciò che non poteva cambiare.
«Guardami un momento, amore», disse.
Lilia sollevò gli occhi.
«La mamma è morta perché il suo cuore ha avuto un problema improvviso. I medici hanno fatto tutto quello che potevano. Non è successo perché avete litigato. Non è successo perché le hai detto quelle parole.»
La bambina parve trattenere il respiro.
«Se le avessi chiesto scusa?»
«Sarebbe stata una cosa bella da fare. Ma non l’avrebbe guarita. Non potevi fermare quello che è accaduto.»
«Era arrabbiata.»
«Forse lo era per qualche minuto», rispose Alessandro con attenzione. «Anche io a volte mi arrabbio. Questo non significa che smetto di volerti bene.»
Lilia fissò l’orsacchiotto.
«E lei?»
«Ti voleva bene. L’ho visto ogni giorno, anche nei giorni difficili.»
Alessandro si fermò.
Non voleva utilizzare i ricordi di Caterina come prove in una discussione, né inventare parole che lei non aveva pronunciato.
Poteva però raccontare ciò che aveva vissuto.
«Ti ricordi quando hai rotto il vaso blu e pensavi che si sarebbe arrabbiata per sempre? La mamma ti ha fatto raccogliere i pezzi con lei, poi siete andate a preparare la cioccolata. Il vaso è rimasto rotto. Voi due non avete smesso di essere mamma e figlia.»
Per la prima volta, il viso di Lilia cambiò.
Non fu un sorriso, ma il ricordo sembrò raggiungerla.
«Mi ha detto che i pezzi tagliano», mormorò.
«È vero. Poi mi avete vietato di camminare scalzo in cucina.»
Elena abbassò lo sguardo, concedendo a padre e figlia quello spazio.
Quando Alessandro tese la mano, Lilia la sfiorò con le dita.
Lui non la strinse subito; aspettò che fosse lei a decidere di intrecciarle alle sue.
La sera Margherita chiese di parlare con la nipote.
Aveva preparato molte spiegazioni, ma sulla soglia della cameretta le sembrarono tutte inutili.
«Ho detto una cosa sbagliata sul cuore della mamma», confessò. «Mi dispiace, Lilia. Ero triste e ho parlato senza pensare. Non è colpa tua se la mamma è morta.»
Lilia teneva il mento contro la testa dell’orsacchiotto.
«Perché hai portato via i suoi vestiti?»
Margherita esitò.
«Mi facevano piangere quando li vedevo. Pensavo che togliendoli avremmo sofferto meno. Non ti ho chiesto che cosa volevi tu.»
«Io volevo sentirne l’odore.»
La nonna si coprì gli occhi per un istante.
«Non lo sapevo. I vestiti sono ancora qui, in una stanza al piano di sopra. Se vuoi, potremo scegliere insieme qualcosa da conservare nella tua camera.»
La bambina non disse che la perdonava.
Margherita comprese che quelle parole non erano dovute e non insistette.
Si sedette per qualche minuto ai piedi del letto, lasciando che Lilia continuasse ad abbracciare il suo orso.
Nei giorni seguenti la ripresa fu irregolare.
Una mattina Lilia chiese pane e marmellata; a pranzo non volle quasi nulla.
Un pomeriggio raccontò a Elena di un gatto visto nel giardino; la sera rimase muta davanti al padre.
Alessandro imparò a non interpretare ogni silenzio come un ritorno al punto di partenza.
Seguì le indicazioni della pediatra e accompagnò la figlia agli incontri concordati con la psicologa.
Elena continuò il lavoro per cui era stata assunta.
Preparava la colazione, riordinava le stanze e, quando il tempo lo permetteva, sedeva con Lilia sotto il portico a guardare le colline.
Non era diventata una madre sostitutiva e non desiderava esserlo.
Alessandro capì che il legame nato sul pavimento del salone poteva essere importante senza dover portare il peso di tutta la guarigione.
Un giovedì, però, emerse un problema che gli adulti avevano trascurato.
Il contratto iniziale di Elena era temporaneo e sarebbe terminato dopo altre tre settimane.
Margherita ne parlò con il figlio nell’ingresso, mentre lui controllava una cartella di documenti.
«Dovremo decidere se rinnovarlo», disse. «Non possiamo far dipendere ogni giornata di Lilia dalla presenza di una sola persona.»
Alessandro stava per rispondere quando vide l’orsacchiotto comparire dietro lo stipite.
Lilia aveva sentito abbastanza da immaginare il resto.
«Elena deve andare via?» domandò.
La nonna rimase immobile.
Alessandro sentì tornare la tentazione di promettere che nulla sarebbe cambiato, ma non lo fece.
«Non abbiamo deciso niente senza parlarne con lei», spiegò. «Il suo lavoro era stato organizzato per un periodo breve. Le chiederemo che cosa desidera fare. E te lo diremo prima, qualunque sia la risposta.»
Lilia cominciò a piangere.
«La mamma è andata via senza dirmelo.»
Alessandro si inginocchiò accanto a lei.
«Lo so. E mi dispiace che non abbiamo potuto salutarla. Io non posso prometterti che non accadranno mai cose tristi. Posso prometterti che non ti lascerò sola a fare domande a cui nessuno risponde.»
Quella sera parlarono con Elena, senza pretendere che rinunciasse alla sua vita fuori dalla villa.
Lei accettò di prolungare il contratto, con orari precisi e giorni liberi rispettati.
Alessandro decise inoltre che sarebbe stato lui ad accompagnare Lilia ogni mattina a scuola, quando fosse stata pronta a tornarci, e a trascorrere con lei il tempo dopo il lavoro.
Il loro rapporto non poteva essere affidato al turno di una dipendente.
Quando la informò dell’accordo, Lilia non si tranquillizzò subito.
Aveva ancora domande e chiedeva più volte chi sarebbe stato in casa il giorno successivo.
Alessandro preparò con lei un semplice calendario, segnando i propri impegni, gli orari di Elena e le visite dalla psicologa.
Non era una garanzia contro le perdite, ma era qualcosa che potevano guardare insieme.
Prima di dormire, Lilia tirò il padre per la manica.
«C’è una cosa della mamma che non voglio perdere.»
«Quale?»
«Una scatola azzurra. La teneva nell’armadio. Diceva che era nostra, per i giorni brutti.»
Alessandro ricordò vagamente una piccola scatola di latta che Caterina usava per conservare biglietti e fotografie.
Andarono insieme nella camera matrimoniale e aprirono l’anta dove lei l’aveva sempre riposta.
Il ripiano era vuoto.
Lilia cercò dietro i maglioni piegati, poi guardò il padre con terrore.
«Aveva detto che non dovevamo buttarla.»
Per sapere dove fosse finita la scatola e che cosa custodisse davvero, continua con la Parte 5.













