Il foglio rimase aperto sul tavolo della tavola calda, tra due bicchieri d’acqua ormai tiepida.
Teresa lesse ancora, fermandosi a ogni frase, mentre Lucia teneva gli occhi bassi.
Non c’era bisogno di alzare la voce per sentire quanto male avessero fatto quelle parole.
«Non voglio che tu torni con quel bambino», era scritto.
«Hai scelto la tua strada. Non cercare più me né questa casa.»
«Giorgio me la diede mentre uscivo dall’ospedale», disse Lucia.
«Mi disse che tu non avevi voluto firmarla, perché eri troppo arrabbiata.»
Teresa scosse il capo.
«Ero ricoverata per una polmonite. Non sapevo nemmeno che avessi partorito finché lui non tornò a trovarmi. Mi disse che tuo figlio non ce l’aveva fatta e che tu non sopportavi di vedermi.»
Elia guardò sua madre.
Non l’aveva mai vista così giovane e così smarrita, benché avesse davanti una donna adulta con le mani segnate dal lavoro.
«A te ha raccontato una cosa, a me l’opposto», osservò.
«E noi gli abbiamo creduto», rispose Teresa.
Lucia non protestò.
Rimase seduta, come se stesse ripercorrendo per intero i ventisette anni trascorsi dall’ultima volta in cui aveva chiamato quella donna mamma.
Poi prese una decisione semplice e difficile.
«Veniamo a casa tua», disse.
«Voglio vedere dove vivi. E voglio capire perché nessuno ci abbia mai fatto incontrare.»
Elia pagò il conto che aveva lasciato in sospeso, sistemò il casco nel bauletto della moto e chiese alla cameriera di conservargli il panino.
Lei sorrise, ma non fece domande.
Per accompagnare Teresa serviva un’automobile: Lucia era arrivata con la sua vecchia utilitaria, e il deambulatore entrò nel bagagliaio soltanto dopo che Elia ne ebbe ripiegato i sostegni.
Elia li seguì in moto, senza sorpassarle.
L’appartamento era al piano terra di una palazzina color ocra, con un piccolo cortile e un gradino consumato davanti all’ingresso.
Teresa aprì lentamente la porta.
Dentro non c’era niente di lussuoso: una tovaglia stirata, fotografie alle pareti, un orologio che perdeva qualche minuto ogni giorno.
Sul mobile del corridoio, però, c’era una fotografia di Lucia a diciassette anni, sorridente accanto a un uomo con un grembiule da falegname.
«Roberto», disse Teresa.
«Tuo padre adorava quella fotografia.»
Lucia vi passò vicino senza toccarla.
«Credevo l’avessi buttata», confessò.
«Non ho buttato niente di tuo.»
Quella frase non cancellò gli anni, ma Elia vide le spalle di sua madre abbassarsi.
Per la prima volta da quando erano entrati, Lucia accettò di sedersi vicino a Teresa anziché dall’altro lato della stanza.
Un colpo secco arrivò dal portone.
Teresa sobbalzò.
«È lui. Riconosco come bussa.»
Sulla soglia c’era Lorenzo Viti, una cartellina sotto il braccio e il telefono nella mano sinistra.
Era il proprietario dell’alloggio da quando aveva acquistato la palazzina due anni prima.
Parlò senza salutare.
«Signora Ferri, le avevo detto di preparare le scatole.»
Elia si fece avanti, lasciando la porta aperta quanto bastava.
«Buongiorno. Sono Elia Rinaldi. Oggi Teresa è accompagnata.»
«Un nipote saltato fuori all’improvviso?», commentò Lorenzo.
Elia avvertì la tentazione di rispondere con durezza.
Ma Teresa gli aveva chiesto aiuto per non essere trattata come invisibile; trasformare quella porta in una rissa avrebbe soltanto peggiorato le cose.
«Sono qui su sua richiesta», disse.
«Se ha comunicazioni sull’affitto, ce le lasci per iscritto. Le faremo esaminare.»
Lorenzo batté due dita sulla cartellina.
«La casa mi serve libera per i lavori. Non potete cambiarlo.»
«Può parlarne con lei attraverso le procedure previste», intervenne Lucia.
«Oggi non ritira nessuna chiave.»
Lorenzo osservò le due donne e poi il deambulatore.
Il sorriso sicuro gli sparì per un istante.
Lasciò una copia del foglio già infilato sotto la porta e se ne andò, promettendo di tornare venerdì.
Teresa tremava.
Lucia le avvicinò una sedia.
Elia aprì la cartellina dell’affitto con il suo permesso.
Trovò il contratto registrato, le ricevute dei bonifici e lettere relative ai rinnovi.
Non sapeva che cosa avesse valore davanti a un giudice, ma capì almeno che Teresa non era un’ospite senza alcun diritto.
Fotografò tutto per sottoporlo a un professionista.
«Non gli promettiamo quello che non sappiamo», spiegò.
«Domani troviamo qualcuno che conosca queste pratiche.»
Prima di entrare nella camera, Lucia rimase qualche minuto davanti alla finestra del soggiorno.
Ricordò a voce alta le sere in cui Roberto aggiustava le sedie per i vicini, mentre Teresa gli portava il caffè e lei faceva i compiti sul pavimento.
Dopo la sua morte, raccontò, Giorgio era entrato lentamente nella loro vita.
All’inizio era premuroso e faceva la spesa quando Teresa lavorava fino a tardi.
Poi erano venute le domande su ogni uscita di Lucia, le telefonate controllate e i soldi che sembravano non bastare mai.
«Quando rimasi incinta, volevo che tu sapessi tutto da me», disse a Teresa.
«Ma lui rispondeva sempre al telefono.»
«Pensavo di proteggerti dalle nostre discussioni», ammise Teresa.
«Non avevo capito che lasciarti sola con la sua voce significava permettergli di decidere che cosa potevamo dirci.»
Elia non intervenne.
Era una confessione che sua madre aspettava da molto più tempo di quanto lui fosse vissuto.
Teresa gli indicò allora un mobiletto stretto nella camera da letto.
«Lì Giorgio metteva tutte le carte. Non le ho più aperte da quando è morto.»
Il secondo marito di Teresa, Giorgio Valenti, era morto otto anni prima.
Elia sapeva ormai che aveva esercitato un potere enorme su entrambe le donne.
Non gli sembrava giusto frugare in quelle cose senza consenso, così chiese ancora se Teresa desiderasse davvero farlo.
Lei gli consegnò la chiave.
I cassetti contenevano vecchi estratti conto, libretti d’istruzioni e ricevute di riparazioni.
Nel fondo dell’ultimo, una tavoletta di compensato si sollevò perché il legno si era gonfiato con l’umidità.
Elia vi infilò due dita e trovò una busta sottile, senza francobollo.
Era indirizzata a Teresa Ferri.
Sul retro, con la calligrafia di Lucia, si leggeva una data dell’autunno del 1999.
«Mamma», chiamò Elia.
Lucia riconobbe subito la scrittura.
Non sembrò felice di ritrovarla; sembrò piuttosto una persona che aveva appena incontrato la parte di sé che cercava di non ricordare.
Teresa le fece cenno di aprire.
Dentro c’era un foglio che cominciava così: «Il bambino è vivo. Si chiama Elia. Ho provato a chiamarti e tornerò domani».
Teresa lasciò cadere la mano sul bracciolo.
Giorgio aveva tenuto nascosta una lettera che avrebbe potuto riunirle prima ancora che cominciassero a perdersi.
E nessuna delle due sapeva se fosse stata l’unica.
Quali altri messaggi erano rimasti chiusi in quella casa? Scoprilo nella Parte 4.













