«Faresti finta di essere mio nipote, solo per oggi?»
Elia Rinaldi smise di masticare. Aveva ancora il panino tra le mani quando alzò gli occhi verso la donna ferma accanto al suo tavolo.
Era anziana, con i capelli grigi raccolti dietro la nuca e un cardigan consumato sulle spalle. Si reggeva a un deambulatore. Una borsetta marrone pendeva da un braccio, stretta così forte che le nocche erano diventate pallide.
Nella tavola calda lungo la Via Emilia, poco fuori Modena, si sentivano il ronzio del frigorifero e il rumore lontano delle auto sulla strada. Elia aveva fatto una sosta durante un giro in moto. Si aspettava soltanto di mangiare qualcosa e ripartire.
«Mi scusi?» chiese, posando lentamente il panino.
La donna esitò, come se avesse già rimpianto di essersi avvicinata.
«Lo so che è una richiesta assurda. Non ci conosciamo nemmeno.»
«Mi dica.»
Lei abbassò lo sguardo sulla borsetta. Le dita tremavano contro il manico.
«Il proprietario dell’appartamento vuole mandarmi via. È convinto che io non abbia nessuno. Nessun figlio, nessun nipote, nessuno che possa stare dalla mia parte.»
Non parlava come una persona in cerca di compassione. Sembrava piuttosto una donna che aveva già chiesto aiuto troppe volte senza ottenere risposta.
Elia guardò il deambulatore, poi il volto stanco davanti a sé.
«E vuole che io venga con lei?»
«Solo per oggi. Se mi vedesse accanto a un nipote, forse smetterebbe di trattarmi come se fossi sola al mondo.»
La frase rimase sospesa tra loro. Elia aveva ventisette anni, una giacca di pelle nera e il casco appoggiato vicino al tavolo. Sapeva bene che, a prima vista, non aveva l’aria del nipote rassicurante che quella donna poteva essersi immaginata.
Eppure lei aveva scelto proprio lui.
Il panino non gli interessava più. Lo posò sul piatto, spostò la sedia e si alzò.
«Va bene. L’aiuto io.»
La donna sbatté le palpebre.
«Davvero?»
«Davvero. Mi dica soltanto cosa devo fare.»
Per un istante lei sembrò dimenticare perfino il peso del deambulatore. Poi si affrettò ad aprire la borsetta, rovistando con mani poco ferme.
«Non ho soldi per pagarla» mormorò. «Ma non posso chiederle un favore del genere senza darle niente.»
Ne estrasse una catenina d’argento con un piccolo ciondolo ovale. Il metallo era opaco, consumato lungo i bordi. Lo tenne sul palmo aperto, come se stesse consegnando qualcosa di molto più prezioso del suo valore.
«Prenda questo, almeno.»
Elia scosse subito la testa.
«No, signora. Se lo tenga.»
Le sfiorò delicatamente la mano per farle richiudere le dita sul gioiello. La catenina scivolò appena e il ciondolo si girò.
Sul retro era incisa una rosa minuscola.
Elia si fermò.
Fino a un secondo prima aveva visto soltanto una vecchia collana. Adesso non riusciva più a distogliere gli occhi da quell’incisione. La forma ovale, i bordi arrotondati dal tempo, il disegno della rosa: gli erano familiari in un modo che gli fece dimenticare dove si trovasse.
Sua madre portava al collo un ciondolo identico.
Non uno simile. Identico, almeno per ciò che riusciva a vedere.
«Dove l’ha preso?» domandò piano.
La donna ritirò la mano di pochi centimetri. Non per diffidenza, ma per sorpresa.
«Perché?»
Elia indicò il piccolo ovale senza toccarlo.
«Mia madre ne ha uno uguale. Anche il fiore inciso dietro.»
La donna guardò il ciondolo. Un sorriso stanco le attraversò il viso, ma durò pochissimo.
«Li comprò mia figlia, tanto tempo fa. Due uguali. Uno per lei e uno per me.»
Elia sentì la gola stringersi. Cercò di dirsi che poteva essere una coincidenza. Di ciondoli d’argento ne esistevano a migliaia. Anche una rosa incisa non dimostrava nulla.
Ma c’era qualcosa nel modo in cui quella donna teneva la collana, proteggendola con le dita, che lo spinse ad ascoltare ancora.
«Come si chiama sua figlia?»
Lei abbassò la voce.
«Lucia.»
Elia non rispose. Quel nome sembrò cancellare il brusio del locale.
«Lucia?» ripeté, quasi senza fiato.
La donna annuì lentamente.
Elia cercò il bordo del tavolo con una mano. Era arrivato lì per una sosta qualunque; adesso aveva davanti una sconosciuta che conosceva il nome di sua madre e possedeva lo stesso ciondolo.
«Mia madre si chiama Lucia Rinaldi.»
Il sorriso della donna scomparve. Lo fissò come se avesse sentito male.
«Che cosa hai detto?»
Elia non distolse lo sguardo.
«Lucia Rinaldi. È mia madre.»
Gli occhi dell’anziana si riempirono di lacrime. Il ciondolo tremava nel palmo ancora aperto. Allungò l’altra mano e gli afferrò il polso. La presa era debole, ma Elia rimase immobile.
Lei lo guardò per un lungo istante, cercando sul suo viso qualcosa che forse ricordava.
Poi sussurrò:
«La mia Lucia aveva avuto un bambino. Un maschietto. Mi dissero che era morto.»













