Elia rimase con il polso tra le dita dell’anziana.
Non cercò di liberarsi, ma non pronunciò neppure la parola che entrambi stavano pensando.
Aveva imparato da sua madre che una somiglianza non bastava a restituire una famiglia.
«Come si chiama, signora?»
«Teresa Ferri.»
Quel nome non gli era sconosciuto.
Lucia non parlava quasi mai della propria infanzia, ma una volta, mentre riparavano insieme una vecchia credenza, aveva nominato una Teresa che sapeva riconoscere ogni legno soltanto toccandolo.
Quando Elia le aveva chiesto chi fosse, lei aveva risposto: «Una persona che ho perduto molto prima che morisse».
«Mia madre è nata a Carpi», disse.
Teresa inspirò bruscamente.
«Anche la mia Lucia. Suo padre si chiamava Roberto Rinaldi. Morì quando lei era bambina.»
Elia ricordava una fotografia incorniciata in casa, un uomo magro in camicia chiara davanti a una bicicletta.
Sua madre gli aveva detto che era suo nonno Roberto.
Fino a quel momento aveva creduto che anche l’altra metà della famiglia fosse scomparsa.
La cameriera portò una sedia.
Teresa si sedette e strinse la collana senza metterla via.
Elia le offrì un bicchiere d’acqua, poi prese il telefono.
Non voleva usare il nome di Lucia come un interrogatorio né lasciare l’anziana sola davanti a una risposta incerta.
«Posso chiamarla?», domandò.
«Non so se vorrà sentirmi.»
«Per adesso sentirà me.»
Lucia rispose dalla piccola sartoria dove eseguiva riparazioni per i negozi di Modena.
Elia sentì il rumore familiare della macchina da cucire fermarsi.
«Mamma, sei seduta?»
«Elia, che cosa è successo?»
«Sto bene. Ho conosciuto una signora alla tavola calda, sulla Via Emilia. Si chiama Teresa Ferri.»
Dall’altro capo non arrivò nulla.
Elia credette che la chiamata fosse caduta.
«Mamma?»
«Non ripetere quel nome per scherzo.»
«Non sto scherzando. Ha una collana come la tua. Dice che sua figlia Lucia aveva un bambino e che le dissero che era morto.»
Lucia respirò a fatica.
«Dov’è lei?»
Elia indicò l’insegna del locale e le diede il numero civico.
Lucia promise di arrivare, ma gli chiese di non raccontare altro fino ad allora.
La richiesta gli parve strana: lui aveva ventisette anni e, in quel momento, sembrava che tutte le persone più anziane di lui custodissero una verità che non aveva mai conosciuto.
Teresa osservò la porta ogni volta che entrava qualcuno.
Per non lasciarla nel silenzio, Elia le chiese dove abitasse.
Lei indicò una strada di Modena dove viveva da oltre vent’anni, in un appartamento al piano terra.
Aveva un contratto d’affitto, assicurò, e ricevute di pagamento conservate in una scatola di biscotti.
Eppure da settimane il proprietario, Lorenzo Viti, le ripeteva che doveva liberare le stanze perché intendeva ristrutturarle.
«Ha mandato una lettera ufficiale?»
«Un foglio infilato sotto la porta. Sopra c’è scritto che devo uscire entro venerdì.»
«Venerdì è tra quattro giorni.»
Teresa abbassò lo sguardo.
«Mi ha detto che, senza parenti, nessuno avrebbe discusso con lui.»
Elia vide la ragione per cui quella donna aveva scelto uno sconosciuto in una tavola calda.
Non cercava un attore convincente.
Cercava qualcuno disposto a restare accanto a lei per il tempo necessario a farle ascoltare la propria voce.
«L’accompagnerò», promise.
«Ma non gli diremo bugie su documenti o diritti. Prima capiremo che cosa può davvero pretendere.»
Teresa annuì, apparentemente sollevata.
Poi indicò il casco nero vicino al tavolo.
«Hai la moto. Lucia da ragazza diceva che un giorno sarebbe partita su una moto, per vedere il mare senza chiedere permesso a nessuno.»
Elia sorrise appena.
Sua madre odiava quando lui correva, ma era stata proprio lei a insegnargli a cambiare una gomma e a controllare i freni.
Forse quella voglia di partire le apparteneva ancora, nascosta sotto tanti anni di lavoro.
Lucia arrivò quaranta minuti dopo.
Indossava il grembiule della sartoria sotto il cappotto, come se non avesse avuto il tempo di toglierselo.
Si fermò appena oltre l’ingresso.
Teresa si alzò troppo in fretta e il deambulatore urtò una sedia.
Elia lo afferrò, ma non si mise tra loro.
«Lucia.»
Sua madre rimase immobile.
«Pensavo fossi morta», disse piano.
Teresa impallidì.
«Io ho pensato la stessa cosa di tuo figlio.»
Lucia guardò Elia, poi la collana sul palmo della donna.
Si portò una mano al collo, dove il suo ciondolo era rimasto nascosto sotto la camicia.
Lo tirò fuori.
Le due rose, consumate in modo diverso, erano uguali.
«Le comprammo al mercatino di Carpi», mormorò Lucia.
«Mi dicesti che, se ci fossimo perse, avremmo saputo da dove ricominciare.»
Teresa tese la mano, ma non osò avvicinarsi.
«Ti cercai.»
«Io aspettai davanti al tuo ospedale. Giorgio disse che non volevi vedermi e che, se fossi tornata con il bambino, avresti chiuso la porta.»
«Giorgio mi disse che il bambino era morto. Disse che eri partita perché mi accusavi di non averti protetta.»
Il nome apparteneva al secondo marito di Teresa, Giorgio Valenti, morto da otto anni.
Elia lo aveva sentito solo vagamente, sempre accompagnato da un silenzio che sua madre non voleva spiegare.
Elia ripensò alle domeniche della sua infanzia.
Quando a scuola chiedevano di portare fotografie dei nonni, Lucia gli offriva sempre quella di Roberto, ritagliata con cura perché il bordo della cornice non si vedesse.
Non aveva mai parlato di una nonna che potesse ancora essere viva.
Lui, per non ferirla, aveva smesso presto di chiedere.
Adesso si domandava quante decisioni avesse preso credendo di rispettare un dolore che in realtà non comprendeva.
«Perché non mi hai detto che poteva esserci qualcuno?», le chiese.
«Perché ero convinta che ci avesse rifiutati», rispose Lucia.
«Avevo paura che la stessa porta si chiudesse anche davanti a te.»
Lucia si sedette.
Dalla borsa estrasse un foglio piegato molte volte, ingiallito sulle linee.
«L’ho conservato per ventisette anni. È la lettera che mi consegnò Giorgio, quella che avrebbe dovuto aver scritto mia madre.»
Teresa prese il foglio.
Lesse due righe, poi alzò il capo.
«Lucia, io non ho scritto una sola parola di questa lettera.»
Elia guardò le mani di sua madre, serrate sul bordo del tavolo.
Se quella lettera non proveniva da Teresa, qualcuno aveva costruito con cura la loro separazione.
E aveva avuto quasi tre decenni per assicurarsi che nessuna delle due riuscisse a scoprirlo.
Per capire chi aveva scritto quelle parole e perché, continua con la Parte 3.













