La prima persona che Lia chiamò fu Ada.
Non cercò Domenico e non provò a indovinare chi avesse scattato la fotografia.
Per un istante pensò di lasciare la stanza, trasferirsi altrove e ricominciare con un altro numero di telefono.
Poi ricordò quanto tempo aveva impiegato a trovare quella casa e quanto sarebbe stato difficile affrontare un altro trasloco con la gravidanza avanzata.
Fuggire ancora significava lasciare che la paura scegliesse ogni indirizzo della sua vita.
Si sedette al tavolo, stese il foglio davanti a sé e chiese alla proprietaria di restarle vicino.
«Voglio tenere la busta», disse.
«E voglio che qualcuno mi spieghi che cosa posso fare senza far entrare altri uomini in casa mia.»
Ada chiamò lo sportello che aveva già accompagnato Lia al consultorio.
Una consulente suggerì di conservare il materiale, annotare l’ora del ritrovamento e valutare una segnalazione alle autorità con un legale.
Non promise che tutto si sarebbe risolto in un giorno.
Lia apprezzò proprio quella cautela.
Ada preparò una cartellina e vi ripose la busta, la fotografia e una nota scritta da Lia sui pochi particolari ricordati.
Le propose di dormire nella stanza al piano di sotto, se la sola idea di restare da sé la spaventava.
Lia la ringraziò, ma quella notte preferì la propria stanza, con la porta chiusa e Ada raggiungibile al telefono.
La mattina seguente incontrò l’avvocata Sara Monti in una stanza luminosa, con Ada seduta accanto.
Mostrò la foto, la lettera ricevuta da Domenico e il certificato dell’ultima visita.
«Non è obbligata a scegliere tra accettare ogni aiuto e rifiutare ogni contatto», spiegò Sara.
«Può fissare limiti, chiedere che si usino canali scritti e decidere quando comunicare informazioni mediche.»
Lia fece una domanda che si vergognava di aver trattenuto per mesi.
«Se lui è il padre, può entrare qui e portarsi via i bambini?»
Sara scosse la testa.
«Nessuno ottiene un diritto del genere soltanto perché è ricco. Le questioni di filiazione e responsabilità si affrontano secondo le procedure previste, e la sicurezza dei minori viene prima delle pretese di un adulto.»
Quelle parole non cancellarono la paura, ma le diedero una forma con cui fare i conti.
Lia autorizzò l’avvocata a comunicare a Domenico soltanto l’esistenza della busta e la richiesta di non cercarla personalmente.
Domenico ricevette il messaggio mentre Matteo parlava dei Moretti.
Le spedizioni intercettate avevano aggravato le tensioni tra i gruppi e Matteo insisteva perché la vigilanza intorno all’attico fosse rafforzata.
«Lia non fa parte dei nostri affari», disse Domenico.
«È proprio questo il problema», rispose Matteo.
«Qualcuno potrebbe pensare il contrario.»
Domenico guardò la fotografia trasmessa dall’avvocata.
Non riconobbe l’angolo di strada, ma riconobbe subito ciò che conteneva: un indirizzo che altri avevano sottratto a una donna già spaventata.
«Nessuno deve seguirla per conto mio», ordinò.
«Se abbiamo informazioni, le portiamo alla sua avvocata. Non mandare uomini sotto casa.»
Matteo non rispose immediatamente.
Domenico intuì che la sua idea di protezione era rimasta per anni troppo vicina alla sorveglianza.
Nel frattempo Celeste osservava ogni movimento nello studio.
Aveva visto sparire il ciondolo e aveva capito che il passato del ballo in maschera non era più una fantasia innocua.
Quando Domenico la invitò a parlare, entrò con la consueta sicurezza.
«Hai trovato la donna?» domandò, prima che lui potesse aprire bocca.
«Ho trovato Lia.»
Celeste irrigidì il sorriso.
«Quella domestica?»
«Quella persona. E voglio sapere perché hai incaricato qualcuno di cercarla.»
Sul tavolo c’era una ricevuta inviata da un investigatore privato al recapito amministrativo usato da Celeste per le sue spese.
Matteo l’aveva recuperata controllando con il contabile le spese dell’attico: l’incarico era stato pagato con una carta utilizzata da Celeste.
La ricevuta indicava un servizio di osservazione e una consegna fotografica.
Non provava ancora chi avesse scritto il biglietto anonimo.
Domenico capì che avrebbe dovuto distinguere i fatti dalle conclusioni, anche quando la conclusione più comoda sembrava evidente.
Un tempo avrebbe ordinato a Matteo di ottenere una confessione; adesso chiese che il documento fosse verificato e che nessuno toccasse il telefono dell’investigatore.
La rabbia non poteva diventare un’altra forma di intimidazione.
«Volevo sapere chi ti stava mettendo strane idee in testa», replicò Celeste.
«Non ho fatto niente di male.»
«Hai fatto fotografare la casa di una donna incinta.»
Celeste lo fissò.
«Te l’ha detto lei? Allora è vero. Aspetta i tuoi figli?»
Domenico capì che Celeste non conosceva tutti i dettagli, ma il suo stupore non la rendeva innocente.
«Dimmi chi ha mandato quel foglio.»
Celeste distolse lo sguardo.
Poi ammise di aver chiesto all’investigatore di consegnare una fotografia con un avvertimento.
Non aveva scritto personalmente la frase sui bambini, disse, e non sapeva che cosa l’uomo avesse aggiunto.
«Volevo che Lia smettesse di tornare nella tua vita», mormorò.
«Non sapevo come altro fare.»
Domenico sentì montare la rabbia, ma non convocò uomini armati né minacciò Celeste.
Chiese a Matteo di conservare messaggi, ricevute e nomi per il legale, senza cancellare nulla.
Poi disse a Celeste che la loro relazione era finita e che avrebbero organizzato separatamente il trasferimento delle sue cose.
«Mi stai cacciando per lei?» gridò Celeste.
«Non è Lia ad avermi chiesto di farlo. È una decisione mia.»
Lia ricevette dall’avvocata soltanto i fatti verificabili, non il resoconto della discussione.
Decise di procedere con la segnalazione, senza attendere che Domenico sistemasse la questione per lei.
Chiese anche di non pubblicare nulla sulla gravidanza e di non usare il nome dei bambini come argomento per una tregua con i Moretti.
Sara le suggerì di segnare anche ogni nuovo contatto indesiderato, senza rispondere alle provocazioni.
Lia mise il numero dello studio legale vicino al letto e continuò a fare una cosa che per mesi le era sembrata impossibile: preparare la nascita senza chiedere il permesso a nessuno.
Una sera, rientrando dal consultorio, trovò Ada sulla porta con due borse leggere.
Avevano comprato pannolini piccoli, un termometro e un quaderno per annotare ciò che sarebbe servito dopo il parto.
Per la prima volta Lia scrisse due nomi sulla prima pagina: Elena e Tommaso.
«Ti piacciono?» chiese ad Ada.
«Mi piace che li abbia scelti tu.»
Lia rise piano.
Poi una fitta improvvisa la costrinse ad appoggiarsi allo stipite.
Aspettò che passasse, ma poco dopo ne arrivò un’altra.
Ada guardò l’orologio e prese il telefono.
«Andiamo a farci controllare», disse.
Lia strinse il quaderno contro il petto.
Non voleva che i bambini nascessero prima del tempo, e ancora meno voleva affrontare un’urgenza decidendo in fretta di chi fidarsi.
Mentre Ada chiamava il servizio sanitario, Lia pensò a un’unica cosa: per la prima volta, se avesse dovuto chiedere aiuto, avrebbe scelto lei a chi rivolgersi.
Quale decisione avrebbe preso davanti alla porta dell’ospedale? Prosegui con la Parte 5.













