Ada ritirò la lettera allo sportello di assistenza tre giorni dopo.
Era arrivata tramite una normale consegna, senza uomini davanti al portone e senza auto scure parcheggiate sotto casa.
Sull’esterno c’era soltanto il nome di Lia, scritto con una grafia ferma.
«Non devi aprirla se non vuoi», le disse, appoggiandola sul tavolo.
Lia riconobbe immediatamente il cognome del mittente.
Per alcuni istanti tornò nello studio di mogano, con le banconote sparse ai piedi e la voce di Celeste che la accusava.
Poi guardò la stanza piccola, le due tutine nella scatola e il foglio degli appuntamenti del consultorio.
Non avrebbe permesso a quel ricordo di decidere per lei.
Quella mattina aveva appena cucito una tasca interna a una giacca, usando un filo avanzato dal piccolo necessaire di suo padre.
Era il genere di lavoro che non si notava, ma che impediva a qualcosa di perdersi.
Pensò alle volte in cui aveva ripetuto a se stessa di non avere alternative, come se la paura fosse una prova e non soltanto una sensazione.
Non era pronta a fidarsi di Domenico, ma poteva almeno scegliere il modo in cui ascoltarlo.
Aprì la busta.
Domenico non le chiedeva di perdonarlo.
Scriveva di avere scoperto che la donna della maschera dorata poteva essere lei, ma ammetteva di non esserne sicuro.
Ammetteva anche un errore che non dipendeva dalla notte del ballo: quel giorno l’aveva umiliata e mandata via senza ascoltarla.
In fondo lasciava un numero e una frase: avrebbe accettato il suo silenzio.
«Allora accettalo davvero», mormorò Lia.
Non rispose subito.
Chiese invece ad Ada di accompagnarla a un colloquio gratuito presso uno sportello di sostegno per donne e famiglie.
Voleva capire quali documenti conservare, a chi chiedere assistenza dopo il parto e come tutelare la propria libertà di scelta.
Non voleva ricevere consigli da un uomo che aveva sempre confuso la protezione con il comando.
Dopo una settimana, scrisse tre righe.
Proponeva un incontro di mezz’ora in una sala del consultorio, con Ada presente.
Nessuna guardia, nessun regalo, nessuna domanda personale davanti ad altri.
Domenico accettò per iscritto.
Quando arrivò, portava un cappotto semplice e nessuno dei suoi uomini.
Matteo lo aveva lasciato all’angolo della strada e si era allontanato.
Lia lo vide entrare e sentì lo stomaco contrarsi, ma restò seduta.
«Grazie per essere venuta», disse lui.
«Sono venuta perché voglio sapere che cosa cerchi.»
Domenico appoggiò il piccolo uccello d’argento sul tavolo.
«La donna della biblioteca aveva questo. L’ho trovato dopo il ballo.»
Lia lo riconobbe prima ancora di toccarlo.
La saldatura ruvida sull’ala era opera di suo padre, eseguita quando lei era bambina e aveva fatto cadere il ciondolo sul pavimento della cucina.
Non aveva mai avuto il denaro per farlo restaurare meglio.
«Apparteneva a mia madre», disse.
«Papà l’aveva aggiustato. Ero convinta di averlo perso per strada.»
Domenico sollevò gli occhi.
La donna davanti a lui non indossava una maschera, eppure la voce era quella che aveva ascoltato tra gli scaffali della biblioteca.
«Quella notte eri tu.»
«Sì.»
Per un momento nessuno parlò.
Domenico abbassò lo sguardo sul ventre di Lia, evidente sotto il cardigan.
Lei se ne accorse e portò le mani sulle ginocchia, non per nascondersi ma per impedirgli di trasformare la scoperta in un interrogatorio.
«Quando mi hai mandato via, ero già incinta», disse.
«Di chi?» chiese lui d’istinto, e se ne pentì appena vide il suo volto irrigidirsi.
«Non parlarmi come se fossi ancora una dipendente chiamata a giustificarsi.»
Domenico inspirò lentamente.
«Hai ragione. Scusami.»
Lia non gli concesse alcun sollievo.
Ada restò accanto alla porta, in silenzio, ma Lia sapeva che sarebbe intervenuta se avesse visto la conversazione trasformarsi in una minaccia.
Quella presenza discreta le dava il coraggio di parlare senza abbassare gli occhi.
«Aspetto due gemelli. La gravidanza è iniziata dopo il ricevimento. Non ho avuto altri rapporti in quel periodo.»
Domenico rimase immobile.
Pensò ai mesi trascorsi a inseguire un volto e alle mattine in cui aveva incrociato Lia in corridoio senza riconoscerla.
Poi ripensò alla mano che si era posata sul ventre, il giorno del licenziamento.
Non aveva visto neppure quel gesto.
«Perché non me l’hai detto?»
«Perché avevo paura.»
La risposta non lasciava spazio a un’accusa.
Lia gli raccontò del padre morto, dei debiti, dell’affitto e delle visite mediche.
Gli parlò soprattutto di ciò che temeva: che lui usasse i suoi uomini e il suo denaro per prendere decisioni sui bambini senza di lei.
«Non ti chiedo di credermi sulla parola», aggiunse.
«Se vorrai essere riconosciuto come padre, ci saranno procedure e accertamenti da concordare con un legale indipendente. Ma nessuno porterà via i miei figli da una stanza perché ha più potere di me.»
Domenico annuì.
Capiva di non avere il diritto di pretendere che lei si fidasse.
«Posso almeno aiutarti con le visite?»
«Non comprarmi una risposta.»
Lui chinò il capo.
«Allora dimmi soltanto che cosa posso fare adesso.»
Lia indicò il ciondolo.
«Per cominciare, restituiscimi quello che è mio.»
Domenico glielo porse senza protestare.
Lia lo chiuse nel pugno, come se recuperasse un piccolo pezzo della sua vita precedente.
Terminata la mezz’ora, Ada si alzò.
Domenico rimase sulla sedia mentre Lia raggiungeva la porta.
«Lia», disse.
«Non avrei dovuto cacciarti. Neppure se non fossi stata la donna del ballo. Neppure se quei bambini non fossero miei.»
Lei si fermò.
Era la prima frase che non cercava di trasformare la sua sofferenza in una coincidenza romantica.
«Questo», rispose, «è il punto da cui avresti dovuto cominciare.»
Passarono alcuni giorni senza altre telefonate.
Lia appese il ciondolo sopra il suo letto, lontano dalla scatola delle tutine, e tornò a cucire finché la schiena non le chiese riposo.
Nel frattempo Domenico fece verificare dal suo consulente i pagamenti rimasti in sospeso dopo il licenziamento, senza impartire alcun ordine relativo ai bambini.
Una sera Ada bussò alla porta con una busta anonima.
Era stata infilata sotto il portone, senza francobollo.
Dentro c’era una fotografia della palazzina di Lia, scattata dalla strada, e un foglio piegato.
La frase scritta a stampatello era breve: «Non lasciare che Gallo scopra dove nasceranno.»
Lia guardò il marciapiede visibile nell’immagine.
Qualcuno aveva aspettato davanti alla casa in cui lei credeva di essere al sicuro.
E, per la prima volta, non sapeva se la minaccia venisse da chi voleva proteggerla o da chi voleva usarla.
Chi conosceva il suo indirizzo e perché aveva inviato quella foto? Scoprilo nella Parte 4.













