Lia imparò a riconoscere il rumore del tram che passava sotto la sua finestra prima ancora di aprire gli occhi.
Viveva in una stanza in affitto nella zona di Lambrate, al quarto piano di una palazzina senza ascensore.
Ogni mattina scendeva le scale lentamente, con una mano sulla ringhiera e l’altra a sostegno del ventre.
A sette mesi di gravidanza, persino portare a casa la spesa era diventato un problema.
La proprietaria, Ada Bassi, le lasciava a volte una pentola di minestra davanti alla porta.
Non faceva domande indiscrete, ma aveva capito che Lia cercava di vivere con una somma troppo piccola e con due bambini in arrivo.
«Non è carità», le disse una mattina, quando Lia provò a restituirle il contenitore pieno.
«Ho cucinato per quattro e siamo soltanto in due, io e il gatto.»
Lia sorrise per la prima volta dopo giorni.
Aveva trovato qualche lavoro di cucito da fare seduta al tavolo della cucina: orli, cerniere, piccoli rammendi.
Il guadagno bastava a comprare il necessario, non a saldare le vecchie fatture di suo padre.
Sotto il letto teneva una scatola con due tutine usate, lavate e ripiegate con cura.
Quel giovedì tornò dal consultorio con un foglio di indicazioni e una raccomandazione precisa: riposare quando la stanchezza diventava insistente.
L’ostetrica le aveva domandato chi l’avrebbe accompagnata al parto.
Lia aveva detto che ci avrebbe pensato.
Non aveva trovato il coraggio di pronunciare il nome di Domenico.
Nello studio dell’attico, intanto, il piccolo uccello d’argento riposava sul palmo di Domenico.
Lo girò e vide una saldatura irregolare vicino all’ala sinistra.
Non era un gioiello prezioso, eppure qualcuno lo aveva aggiustato invece di sostituirlo.
Per la prima volta si domandò che cosa quell’oggetto potesse raccontare della sua proprietaria.
«Matteo, fammi vedere i registri del ballo», disse.
«Li hai già controllati.»
«Gli invitati, sì. Voglio i nomi di tutti quelli che lavoravano quella sera, compresi gli addetti chiamati all’ultimo momento.»
Matteo esitò.
«Gli organizzatori hanno cambiato personale tre volte. Sarà difficile ricostruire tutto.»
«Allora comincia dalle persone che conoscevamo.»
Domenico ricordava una cosa della donna in biblioteca: quando lui aveva parlato delle persone che gli obbedivano, lei aveva risposto che essere ascoltati non significava essere capiti.
Era stata una frase semplice, pronunciata senza ossequio.
Adesso gli sembrava più importante di tutto il resto.
Matteo contattò Carlotta Fumagalli, la coordinatrice del ricevimento.
La donna portò un quaderno con i turni e un elenco di costumi prestati al personale.
Alcune cameriere erano state invitate a indossare abiti da sera e maschere affinché non stonassero con gli ospiti.
«Quella dorata?», domandò Domenico, indicando una fotografia sfocata della sala.
Carlotta scorse le sue note.
«Ne avevamo tre. Una si è rotta, una è finita ai guardaroba e la terza l’ho consegnata a una ragazza che aiutava i camerieri.»
«Come si chiamava?»
Carlotta indicò una riga.
«Lia Benedetti. Lavorava già qui, mi pare.»
Il nome non produsse subito un ricordo, ma Matteo impallidì.
«Era la ragazza delle pulizie», spiegò.
«Quella che hai mandato via.»
Domenico fissò la riga sul quaderno.
Ricordò il viso pallido di Lia, le mani tremanti e il modo in cui aveva chinato la testa davanti a Celeste.
Si era sempre vantato di saper leggere le persone.
Non era riuscito nemmeno a guardare davvero una donna che abitava ogni giorno la sua casa.
«È una possibilità, non una certezza», disse Carlotta.
«Lia potrebbe aver prestato la maschera a qualcun altro.»
Domenico annuì.
Fu proprio quel dubbio, invece di indebolire la pista, a impedirgli di costruire una verità comoda.
Nel corridoio incontrò Celeste.
Lei vide il quaderno fra le sue mani e lo fermò.
«Ancora con quella sconosciuta?»
«Sto cercando una persona.»
«La domestica che hai cacciato non c’entra niente, spero.»
Domenico si voltò.
«Perché hai pensato proprio a lei?»
Celeste alzò le spalle.
«Perché ultimamente fai domande sul personale. E perché non ho intenzione di far tornare qui quella ragazza.»
«Non ho detto che tornerà.»
Celeste gli si avvicinò.
«Non permettere a un capriccio di rovinare quello che abbiamo.»
Domenico non rispose.
Per la prima volta si accorse che, quando Celeste parlava di loro, intendeva soprattutto l’attico, i privilegi e la certezza di essere al centro di ogni decisione.
Quella sera Matteo recuperò il vecchio numero di Lia dai documenti del personale.
Chiamò due volte senza risposta.
Alla terza telefonata una voce femminile anziana disse che il telefono era spento da giorni e che Lia viveva ormai da un’altra parte.
«Chi parla?», domandò Matteo.
«Una persona che le vuole bene. E voi chi siete?»
Matteo esitò, poi pronunciò il suo nome e quello di Domenico Gallo.
Dall’altra parte cadde un silenzio lungo.
«Se è stato il signor Gallo a mandarvi», disse la donna, «dovrebbe sapere che Lia non vuole vedere nessuno di quella casa.»
La linea si interruppe.
Il mattino dopo Ada richiamò e fornì il recapito dello sportello di assistenza che Lia frequentava.
Disse che la lettera avrebbe potuto essere lasciata lì, ma nessuno poteva obbligare Lia a ritirarla.
Non comunicò il nuovo indirizzo di casa.
Matteo rimase con il telefono in mano.
Non sapeva che Ada aveva preso il vecchio apparecchio di Lia soltanto per ricaricarlo e cercare un contatto utile in caso di emergenza.
Quando riferì la conversazione a Domenico, si aspettava un ordine di rintracciare la ragazza a ogni costo.
Invece il suo capo si sedette.
Posò il ciondolo sul tavolo e prese un foglio bianco.
«Scrivile una lettera a mio nome», disse.
«Una lettera che possa scegliere di non leggere.»
Matteo lo guardò stupito.
«E che cosa devo dirle?»
Domenico ripensò alle banconote lanciate a terra, al decanter e a quei trenta minuti.
Sapeva che nessuna frase avrebbe cancellato quel gesto.
«Che non le chiedo di tornare», rispose.
«Le chiedo soltanto il permesso di ascoltarla.»
Mentre Matteo cercava le parole, Domenico osservò ancora la saldatura sull’ala dell’uccellino.
A un tratto ricordò la donna mascherata che aveva sfiorato il pendente e gli aveva detto che suo padre riparava le cose anche quando tutti le giudicavano perdute.
Il nome sul registro non era più soltanto una pista.
Era una domanda che lui non aveva avuto il coraggio di farsi.
Chi aveva davvero cacciato dalla sua casa?
Per capire perché quella lettera avrebbe raggiunto Lia nel momento peggiore, continua con la Parte 3.













