Alle nove e cinquantadue del mattino, Sofia entrò nello studio notarile di via Cola di Rienzo con una cartellina beige stretta al petto.
Indossava lo stesso cappotto del giorno prima. Sotto il colletto, un microfono grande quanto un’unghia trasmetteva alla squadra in ascolto da un furgone parcheggiato due strade più in là.
Teresa era nel furgone insieme a Chiara Belli. Aveva protestato quando le avevano detto che sarebbe rimasta lì. Poi aveva capito che discutere avrebbe soltanto rubato tempo.
Davide arrivò alle dieci e quattro.
Nell’auricolare si sentì la sua voce ancora prima che comparisse sul monitor della telecamera interna.
«Sofia. Hai fatto la scelta giusta.»
«Voglio vedere Matteo.»
«Prima sistemiamo la società.»
«Avevi detto dopo il funerale.»
«E il funerale c’è stato.»
Sofia lasciò passare due secondi.
«Con il corpo di un altro uomo.»
Nel furgone, Belli alzò una mano. Teresa trattenne il respiro.
Davide non rispose subito.
«Non avresti dovuto aprire quella bara.»
«Non sono stata io.»
«Avresti dovuto impedire a Teresa di farlo.»
Teresa sentì le dita irrigidirsi sulle ginocchia.
Sofia continuò.
«Chi era quell’uomo?»
«Non importa.»
«Era Paolo Neri?»
Silenzio.
Poi Davide disse: «Non pronunciare nomi che non ti riguardano.»
Belli annotò qualcosa.
Il notaio presente nella stanza era stato informato dell’operazione e seguiva un copione concordato. Lesse lentamente i documenti: una procura speciale, una dichiarazione relativa alle quote societarie, un accordo che avrebbe consentito a Davide di assumere il controllo operativo dell’azienda in attesa della successione.
«Manca la firma di Giulia Rinaldi su un allegato», osservò il notaio.
Davide posò una pagina sul tavolo.
«C’è.»
Sofia la guardò.
«Questa non è la firma di mia figlia.»
«Lo diventa nel momento in cui nessuno la contesta.»
Teresa chiuse gli occhi. Nel furgone nessuno parlò.
Sofia fece ciò che Belli le aveva chiesto: lasciò che Davide si sentisse sicuro.
«Se firmo, Matteo torna?»
«Sì.»
«Vivo?»
Davide sospirò.
«Sofia, non rendere tutto più difficile.»
«Vivo?»
«Se continui a collaborare.»
Belli guardò l’agente accanto a lei e fece un piccolo cenno.
Sofia firmò le copie preparate dalla polizia.
Davide raccolse i fogli, li mise in una cartella di pelle e si alzò.
«Aspetta», disse Sofia. «Chi devo chiamare per Matteo?»
«Nessuno. Saranno loro a chiamare te.»
«Loro chi?»
Davide si fermò.
«Hai già fatto abbastanza domande.»
Uscì dallo studio alle dieci e trentasette. Due squadre in abiti civili presero a seguirlo. Teresa osservava il punto luminoso del localizzatore muoversi su una mappa.
Davide non andò verso l’ufficio. Attraversò il Tevere, imboccò la tangenziale e si fermò in un parcheggio vicino a Pietralata. Lì incontrò un uomo su uno scooter nero. Prima di scendere controllò due volte lo specchietto retrovisore e rimase al telefono per quasi un minuto. Gli agenti mantennero la distanza. Qualunque gesto troppo rapido avrebbe potuto avvertire chi custodiva Matteo e cancellare l’unico vantaggio che avevano conquistato.
Le telecamere lo mostrarono mentre consegnava una busta sottile.
L’uomo partì verso est.
«Seguite lo scooter», ordinò Belli. «Ferretti resta coperto.»
La squadra non si mosse immediatamente. Gli investigatori avevano imparato che Davide usava persone diverse per ogni passaggio, come se volesse tenere tutti abbastanza lontani da non conoscere l’intero piano. Lo scooter raggiunse un bar sulla Tiburtina, dove il conducente consegnò la busta a un secondo uomo. Quest’ultimo salì su una utilitaria e proseguì verso est.
Teresa guardava i punti sulla mappa cambiare strada e provava l’impulso quasi insopportabile di dire agli agenti di accelerare. Ma ogni volta che apriva la bocca, ricordava Paolo Neri. Un uomo era morto anche perché qualcuno aveva deciso che cinque minuti potevano essere usati per sistemare le prove invece che per chiamare aiuto. Lei non voleva che la fretta producesse un altro errore.
«Quanto ancora?» chiese.
Belli non distolse gli occhi dallo schermo.
«Finché non sappiamo se stanno andando da Matteo o soltanto da un altro intermediario.»
«E se lo spostano prima?»
«Abbiamo già una squadra intorno all’impianto. Se entra o esce un veicolo, lo vediamo.»
Teresa annuì, ma dovette infilare le mani sotto le cosce per impedirsi di tremare.
Dieci minuti dopo, il telefono di Davide inviò un messaggio a un numero già sotto controllo.
È FATTA. SPOSTATELO PRIMA DELLE 12. DESTINAZIONE B.
La risposta arrivò quasi subito.
OK. DAL RETRO.
Belli parlò nel microfono.
«Squadra Tivoli, attenzione. Possibile movimento imminente. Controllate tutti gli accessi posteriori.»
Teresa guardò la mappa. Il vecchio impianto di prefabbricati appariva come un rettangolo grigio vicino all’autostrada.
«Andiamo lì.»
«Lei resta qui.»
«Chiara.»
Era la prima volta che la chiamava per nome.
Belli si voltò.
«Se lo trovate vivo, non voglio che la prima cosa che vede sia una stanza vuota e uomini armati. Voglio essere abbastanza vicina da arrivare quando sarà sicuro.»
L’ispettrice la studiò.
«Viene con me. Ma resta in macchina finché non le dico il contrario.»
A Tivoli, la squadra aveva già circondato l’impianto. Dal retro uscì un furgone bianco senza insegne. Gli agenti lo bloccarono cento metri più avanti.
Dentro c’erano due uomini e corde, nastro adesivo, una coperta. Matteo non c’era.
Uno dei fermati rifiutò di parlare. L’altro, più giovane, continuava a ripetere che doveva solo guidare.
Belli entrò nell’area con gli agenti. Teresa rimase nell’auto, le mani serrate sulla borsa.
Passarono cinque minuti.
Dieci.
Quindici.
Dall’interno del capannone arrivavano voci distorte dalle radio. “Zona uno pulita.” “Ufficio vuoto.” “Nessuno nel deposito nord.”
Teresa fissava una parete esterna su cui restavano lettere sbiadite: PREFABBRICATI ROMANI.
Poi vide qualcosa.
Un tubo di aerazione basso, quasi nascosto dall’erba, vibrava a intervalli irregolari.
Tre colpi.
Pausa.
Tre colpi.
Pausa.
Teresa scese dall’auto.
Un agente le intimò di fermarsi.
«Ascolti!»
L’uomo tese l’orecchio.
Dal tubo arrivarono di nuovo tre colpi.
Belli comparve sulla porta del capannone.
Teresa indicò il muro.
«Lì sotto.»
La squadra controllò la planimetria recuperata dal Comune. Dietro il vecchio reparto di miscelazione risultava un vano tecnico interrato, murato sulla carta dopo la chiusura dell’impianto.
«Il plastico di Ponte Lucano», mormorò Teresa. «La cosa importante non è quello che si vede davanti.»
Gli agenti trovarono una porta metallica coperta da pannelli di compensato.
Era chiusa dall’esterno con una catena.
Belli fece arretrare tutti.
Quando il tronchese spezzò il lucchetto, dal buio arrivò una voce debole.
«C’è qualcuno?»
Teresa riconobbe suo figlio prima ancora che finisse la domanda.













