Matteo era seduto sul pavimento del vano tecnico, la schiena appoggiata a una parete e una coperta sporca sulle gambe. Aveva il volto più magro di quanto Teresa ricordasse, una medicazione improvvisata sopra il sopracciglio e i polsi segnati dalle fascette.
Quando la porta si aprì del tutto, sollevò un braccio per proteggersi dalla luce.
«Polizia!» gridò uno degli agenti. «Resti fermo, è al sicuro.»
Matteo batté le palpebre.
«Mia madre?»
Chiara Belli si inginocchiò a qualche metro da lui.
«È qui fuori.»
Teresa, dall’altra parte del corridoio, sentì quelle parole attraverso la radio di un agente. Fece un passo avanti, poi si fermò. Aveva promesso di aspettare.
Furono i sanitari a uscire per primi. Uno di loro le disse che Matteo era cosciente, disidratato, molto provato, ma non sembrava avere lesioni gravi immediate.
Solo allora Belli le fece cenno.
Teresa entrò.
Per qualche secondo madre e figlio si guardarono senza muoversi.
Matteo sorrise appena.
«Sei arrivata tardi anche questa volta.»
Era una battuta assurda, la stessa che le faceva quando lei entrava in stazione trenta secondi prima della partenza del treno.
Teresa gli diede uno schiaffo leggerissimo sulla spalla e subito dopo lo abbracciò.
«Idiota.»
Matteo affondò il viso nel suo cappotto.
«Lo so.»
Teresa sentì il corpo del figlio tremare. Non gli disse di essere forte. Non gli disse che era finita. Gli tenne soltanto la nuca con una mano, come faceva quando aveva la febbre da bambino.
Pochi minuti dopo arrivarono Sofia e Giulia. Giulia corse verso il padre e si inginocchiò davanti a lui. Sofia rimase indietro.
Matteo la vide.
Il sollievo sul suo volto si mescolò a qualcosa di più difficile.
«Hai firmato?» chiese.
Sofia scosse la testa.
«Solo carta preparata dalla polizia.»
Matteo lasciò uscire un respiro.
«Bene.»
Non si abbracciarono subito.
Fu Giulia ad afferrare la mano della madre e a trascinarla più vicino. Matteo allora tese la propria. Sofia la prese e chinò la testa.
«Mi dispiace.»
«Ne parliamo dopo», disse lui.
Non era perdono. Ma non era nemmeno una porta chiusa.
Davide Ferretti venne arrestato meno di un’ora più tardi in un parcheggio sotterraneo all’EUR. Gli agenti che lo sorvegliavano lo avevano visto ricevere una telefonata, cambiare auto e dirigersi verso sud. Nel bagagliaio della seconda vettura trovarono contanti, due passaporti e una chiavetta crittografata.
Quando gli lessero i motivi del fermo, Davide domandò una sola cosa.
«Matteo ha parlato?»
Belli, che ricevette il rapporto mentre era ancora a Tivoli, non rispose alla domanda. La risposta arrivò comunque nelle ore successive.
Matteo parlò.
In ospedale raccontò che la notte della morte di Paolo Neri era arrivato al cantiere San Vittore dopo la telefonata della guardia. Aveva trovato un solaio secondario parzialmente crollato. Paolo era rimasto sotto una trave metallica. Matteo aveva chiamato i soccorsi, ma Davide gli aveva strappato il telefono e ordinato a due operai di spostare alcune confezioni di materiale non certificato prima dell’arrivo delle autorità.
«Io ho ripreso il telefono e chiamato comunque», disse Matteo. «Ma abbiamo perso minuti.»
Paolo era morto prima di essere estratto.
Davide aveva capito subito il pericolo: le forniture irregolari, le fatture gonfiate e le certificazioni false potevano distruggere la società e portare a un’indagine penale. Aveva provato a convincere Matteo a firmare una relazione che attribuiva il cedimento a un errore del subappaltatore.
Matteo aveva rifiutato.
La mattina dopo aveva copiato i documenti e registrato alcune conversazioni. Aveva preparato l’armadietto a Tiburtina come assicurazione e nascosto altre prove nel box 43.
«E poi?» chiese Belli.
«Poi sono andato in studio per prendere il computer con gli originali. Davide mi aspettava.»
Due uomini lo avevano costretto a salire su un furgone. Prima al deposito 6, poi a Settecamini, infine nell’impianto di prefabbricati.
«La telefonata al cimitero come l’hai fatta?» chiese Teresa.
Matteo sorrise appena.
«Uno di loro lasciava sempre il telefono su una mensola mentre mi portava da mangiare. La prima volta non sono riuscito a sbloccarlo. La seconda ho visto il codice. Sapevo il numero del centralino dello studio a memoria. Ho usato il servizio di chiamata esterna e ho composto il numero del telefono aziendale che avevo fatto arrivare a Sofia.»
«L’hai fatto arrivare tu?»
«No. Marta.»
Marta era l’assistente amministrativa dello studio. Matteo le aveva dato istruzioni settimane prima: se fosse scomparso o se avesse smesso di presentarsi al lavoro senza spiegazioni, doveva consegnare una SIM aziendale a Sofia e non parlarne con nessuno. Marta, spaventata, aveva eseguito l’ordine solo dopo aver visto l’annuncio funebre.
Quella spiegazione chiuse uno dei pochi punti che ancora sembravano impossibili.
Restava Paolo.
La polizia ricostruì che Davide, dopo la morte della guardia, aveva corrotto un addetto di una società di servizi mortuari per far trasferire il corpo con documentazione alterata. Il certificato falso attribuito a un medico inesistente nel procedimento era stato costruito usando una firma digitalizzata. Riccardo Leone, il responsabile delle pompe funebri, ammise di aver ricevuto istruzioni e documenti già pronti dallo studio legale indicato da Davide. Disse di non aver saputo dello scambio di identità fino all’apertura della bara, ma riconobbe di aver accettato procedure anomale senza fare domande.
«Per soldi?» gli chiese Belli.
Riccardo abbassò la testa.
«Per paura di perdere un cliente importante.»
Teresa, quando lo seppe, pensò che molte tragedie non nascono da una sola persona malvagia. Crescono perché altre persone decidono che non è il momento di fare una domanda, che non è affar loro, che qualcuno più importante saprà cosa sta facendo.
La sera, Elena Neri arrivò in ospedale.
Matteo le chiese di entrare da sola.
Teresa rimase fuori con Sofia e Giulia.
L’incontro durò quasi mezz’ora.
Quando Elena uscì, aveva gli occhi rossi. Matteo la seguiva con lo sguardo dalla porta.
«Mi ha chiesto scusa perché non è riuscito a tirare fuori Paolo in tempo», disse Elena.
Teresa non trovò parole.
Elena continuò.
«Gli ho detto che le scuse le accetto per i minuti che gli peseranno addosso. Ma la colpa la lascio a chi ha creato quel pericolo e poi ha cercato di cancellare mio marito.»
Guardò Sofia, poi Teresa.
«Domani Paolo torna a casa con il suo nome.»
Teresa annuì.
Per la prima volta capì che salvare Matteo non bastava a chiudere quella storia.
Un uomo era stato ritrovato vivo.
Un altro doveva ancora essere restituito alla verità.













