Il magazzino di Settecamini era già vuoto quando la polizia arrivò.
Non completamente vuoto, però.
Sul pavimento c’erano fascette di plastica tagliate, una bottiglia d’acqua schiacciata e il cartone di una confezione di antibiotici. In un piccolo ufficio sul retro, gli agenti trovarono un materasso, una coperta e una sedia con un piede rotto. Sul muro, vicino a una presa elettrica, qualcuno aveva tracciato con una vite tre linee verticali e una diagonale.
«Matteo conta i giorni così», disse Sofia quando Chiara Belli le mostrò le fotografie. «Lo faceva in montagna, sul quaderno delle escursioni.»
Teresa non disse nulla. Cinque segni significavano che suo figlio era stato trattenuto almeno cinque giorni, forse di più.
La scientifica trovò anche una macchia di sangue sul bordo del materasso. Il test rapido indicò compatibilità preliminare con il gruppo sanguigno di Matteo, ma Belli rifiutò di anticipare conclusioni.
«Finché non abbiamo il DNA, è soltanto un elemento.»
Teresa aveva imparato a odiare la parola soltanto. Ogni cosa sembrava soltanto qualcosa: soltanto un indizio, soltanto un’ipotesi, soltanto una telefonata. Per lei erano pezzi di suo figlio sparsi per Roma.
Verso mezzanotte arrivò Giulia da Bologna accompagnata da due agenti in borghese. Sofia le corse incontro, ma la ragazza si fermò a un metro da lei.
«Papà è vivo?»
Sofia annuì.
«Crediamo di sì.»
«Crediamo?»
Giulia guardò sua madre, poi Teresa.
«Nonna, dimmelo tu.»
Teresa le prese entrambe le mani.
«Ho sentito la sua voce stamattina.»
Gli occhi di Giulia si riempirono di lacrime.
«Allora perché mamma mi ha detto che era in ospedale?»
Teresa non rispose al posto di Sofia.
Fu la nuora a farlo.
«Perché avevo paura che tornassi a Roma e che ti facessero del male.»
«Chi?»
«Davide.»
Giulia impallidì. Poi la paura lasciò spazio a qualcosa di più duro.
«Davide Ferretti? Quello che veniva a cena a casa nostra?»
Sofia annuì.
«Quello che mi ha regalato il computer per la maturità?»
Nessuno disse niente.
Giulia si voltò verso il muro e si passò una mano sul viso.
«Che schifo.»
Belli le chiese se Matteo le avesse scritto nei giorni precedenti. Giulia aprì il portatile e mostrò le ultime mail. Quasi tutte erano normali: un link a un articolo di architettura, una battuta su un professore severo, un promemoria per il compleanno della nonna.
Poi Giulia si fermò.
«Aspetti.»
C’era una bozza salvata automaticamente nel cloud familiare. Non era stata inviata. Matteo l’aveva iniziata sei giorni prima dal computer dello studio.
Giulia la aprì.
“Se domani salta tutto, ricordati il plastico di Ponte Lucano. La cosa importante non è quello che si vede davanti.”
Sofia aggrottò la fronte.
«Che significa?»
Giulia guardò Teresa.
«Papà mi portò a Ponte Lucano quando avevo quattordici anni. Dovevo fare un plastico per scuola. Mi spiegò che gli edifici industriali vecchi spesso hanno locali tecnici dietro pareti aggiunte dopo.»
Belli si avvicinò.
«Ponte Lucano è vicino a Tivoli.»
Un agente controllò le società collegate a Edilnova Lazio. Una di esse aveva affittato per anni un impianto dismesso di prefabbricati proprio nella zona industriale tra Tivoli e Guidonia. Il contratto risultava cessato da otto mesi, ma le utenze elettriche erano ancora attive.
Teresa si alzò.
«È lì.»
«Forse», disse Belli. «Ma non ci muoviamo finché non abbiamo verificato accessi e proprietà.»
Sofia guardò l’orologio.
«Domani alle dieci Davide mi aspetta dal notaio.»
Belli annuì.
«E ci andrai.»
Teresa si voltò di scatto.
«No.»
«Sì», rispose l’ispettrice. «Con noi.»
Il piano venne preparato durante la notte con il pubblico ministero. Sofia avrebbe incontrato Davide come previsto, indossando un microfono. I documenti da firmare sarebbero stati copie controllate, prive di efficacia. La polizia avrebbe sorvegliato ingressi, uscite e telefoni autorizzati dal magistrato.
«Se capisce che collaboro, Matteo…»
«Per questo non lo arresteremo al primo minuto», spiegò Belli. «Vogliamo che creda di avere ancora il controllo. Se dopo la firma contatta qualcuno per spostare suo marito, quel contatto può portarci a lui.»
Teresa non amava l’idea di lasciare Davide libero neppure per un minuto in più.
«E se invece decide di ucciderlo appena ottiene quello che vuole?»
Belli la guardò direttamente.
«È il rischio che stiamo cercando di ridurre. Ma se entriamo alla cieca in dieci capannoni diversi, gli diamo il tempo di reagire senza sapere dove si trova Matteo.»
Giulia, seduta accanto alla finestra, parlò per la prima volta da diversi minuti.
«Mio padre direbbe di seguire le prove.»
Teresa la guardò.
«Tuo padre direbbe anche di non fidarsi di nessuno.»
«No. Direbbe di non fidarsi senza controllare.»
Teresa sentì qualcosa cedere dentro di sé. Era una frase da Matteo. Precisa, quasi irritante.
Poco prima delle tre, Sofia ricevette un messaggio da un numero sconosciuto.
DOMANI 10:00. PORTA DOCUMENTO. NIENTE POLIZIA. DOPO LA FIRMA LUI TORNA A CASA.
Un secondo messaggio arrivò subito dopo.
C’era una fotografia.
Matteo era seduto contro una parete di cemento. Aveva la barba lunga, un livido sulla tempia e teneva in mano il giornale del giorno.
Vivo.
Teresa avvicinò due dita allo schermo senza toccarlo.
Sul bordo destro della foto, dietro la spalla di Matteo, si vedeva una striscia gialla dipinta sul muro e, più in alto, metà di una scritta rossa: PREFAB.
Giulia trattenne il respiro.
Giulia chiese di vedere la fotografia del padre ricevuta da Sofia. Belli esitò, poi gliela mostrò oscurando i dati tecnici dell’indagine. La ragazza osservò a lungo la parete alle spalle di Matteo.
«Papà non guarda mai dritto in camera quando qualcuno gli ordina cosa fare», disse.
«Come fai a saperlo?» chiese Sofia.
«Perché da bambina gli facevo registrare video per i compleanni. Quando era a disagio, cercava sempre qualcosa sul lato sinistro.»
Teresa seguì la direzione degli occhi di Matteo nella foto. Non indicavano la porta né chi scattava. Puntavano verso l’alto, proprio dove compariva la scritta spezzata. Non era una prova, ma era abbastanza per capire che Matteo stava ancora cercando di lasciare loro qualcosa.
«Nonna.»
Teresa annuì.
Il vecchio impianto di prefabbricati non era più soltanto una possibilità.
Belli prese il telefono e chiamò la squadra che stava già andando verso Tivoli.
«Non entrate ancora», ordinò. «Circondate l’area e aspettate. Abbiamo conferma visiva.»
Poi guardò Sofia.
«Domani mattina andiamo dal notaio. Davide deve pensare di aver vinto.»
Sofia fissò la fotografia del marito.
«E noi?»
Belli spense lo schermo.
«Noi dobbiamo fare in modo che sia l’ultima cosa che pensa.»













