Teresa non ebbe bisogno che Chiara Belli finisse la frase.
«Sofia.»
L’ispettrice posò il telefono sul tavolo.
«Potrebbe essere. Oppure potrebbe essere un nome incompleto, una parola interrotta, qualsiasi cosa. Non possiamo costruire una conclusione su quattro lettere.»
Teresa si voltò verso la porta della stanza in cui Sofia veniva sentita da quasi tre ore.
«Io invece so da dove cominciare.»
Belli le bloccò il passo.
«Non entra lì dentro.»
«Quella donna sapeva che mio figlio era vivo.»
«Non ne abbiamo la prova.»
«Aveva il telefono.»
«E ci ha detto che quel telefono le è stato lasciato in una busta nella cassetta della posta ieri mattina.»
Teresa rise senza allegria.
«Comodo.»
«Forse. Ma se vuole aiutare Matteo, adesso deve distinguere quello che sa da quello che teme.»
Quella frase la irritò perché era vera.
Teresa tornò a sedersi. Elena Neri era andata all’obitorio con suo fratello per il riconoscimento formale di Paolo. Nella sala d’attesa rimanevano solo lei e il distributore automatico che ronzava contro il muro.
Quaranta minuti dopo, Belli uscì dalla stanza degli interrogatori.
«Sofia vuole parlare con lei.»
«Con me?»
«Sì. Io resterò presente.»
Sofia era seduta a un tavolo, con un bicchiere d’acqua intatto davanti. Senza trucco e senza occhiali sembrava più giovane e molto più fragile.
Teresa restò in piedi.
«Dimmi dov’è.»
Sofia scosse la testa.
«Non lo so.»
«Non mentirmi ancora.»
«Non sto mentendo.»
Teresa appoggiò entrambe le mani sul tavolo.
«Allora spiegami perché Matteo ha scritto il tuo nome nel posto dove lo tenevano.»
Sofia chiuse gli occhi.
«Perché io ci sono stata.»
Il silenzio si fece pesante.
Belli non intervenne.
«Quando?» chiese Teresa.
«Ieri sera.»
«Hai visto Matteo?»
«Sì.»
Teresa sentì il sangue salirle al viso.
«E stamattina eri al suo funerale.»
Sofia cominciò a piangere, ma non cercò di nasconderlo.
«Mi avevano detto che se non fossi andata avanti con il funerale avrebbero spostato Matteo e non l’avrei più rivisto.»
«Chi?»
«Davide.»
Sofia raccontò tutto a scatti. Due giorni prima aveva ricevuto un video sul telefono: Matteo seduto a terra in una stanza di cemento, con le mani legate davanti. Un uomo fuori campo gli ordinava di leggere una dichiarazione in cui si assumeva la responsabilità del cedimento al cantiere San Vittore.
Matteo aveva rifiutato.
Poche ore dopo Davide era arrivato a casa loro.
«Mi ha detto che Paolo era morto e che Matteo aveva rovinato tutto. Ha detto che poteva far risultare che Matteo aveva ordinato lavori non autorizzati. Poi mi ha mostrato copie di documenti con la sua firma.»
«False?» domandò Belli.
«Alcune sì. Altre erano vere ma modificate.»
Davide le aveva spiegato cosa doveva fare: non chiamare la polizia, confermare la versione dell’incidente, firmare i documenti per il funerale e, dopo la sepoltura, presentarsi da un notaio per cedere a lui le quote societarie che avrebbe ereditato dal marito.
Teresa la fissò.
«E tu hai accettato.»
Sofia sollevò il mento.
«Ha mandato a Giulia una foto scattata davanti alla sua università a Bologna.»
Teresa si immobilizzò.
«Cosa?»
«Giulia credeva che suo padre fosse in ospedale. Le avevo detto di non tornare a Roma perché c’erano complicazioni. Davide mi ha fatto vedere una foto di lei mentre usciva dalla facoltà. Mi ha detto: “Posso arrivare a tua figlia prima che tu riesca a chiamarla.”»
Belli prese nota senza interrompere.
«Perché è andata al deposito?»
«Davide mi ha portata. Voleva che convincessi Matteo a firmare il trasferimento delle sue quote volontariamente, retrodatato. Se lo avesse fatto, secondo lui, avrebbe smesso di avere motivo per tenerlo.»
«E Matteo?»
«Mi ha detto di non firmare niente. Mi ha urlato di andare dalla polizia.»
Sofia guardò Teresa.
«Poi, mentre Davide parlava con uno degli uomini fuori, Matteo ha strisciato un dito sul muro. Ha scritto il mio nome. Credo volesse lasciare un segno che io ero stata lì.»
«Perché non sei andata dalla polizia quando sei uscita?»
«Perché un’ora dopo ho ricevuto un’altra foto di Giulia.»
Teresa si sedette finalmente.
La rabbia non sparì. Cambiò forma.
«Il telefono da cui Matteo ha chiamato?»
Sofia inspirò.
«Questa mattina ho trovato una busta nella cassetta delle lettere. Dentro c’era quel telefono e un foglio con scritto soltanto: “Portalo con te.” Ho pensato che fosse Matteo. Non sapevo come avesse fatto.»
Belli appoggiò sul tavolo una foto della busta.
«Le impronte sono in esame. Ma abbiamo già un dettaglio: il telefono non appartiene a Matteo. È intestato a una SIM aziendale attivata tre settimane fa.»
Teresa corrugò la fronte.
«Allora chi ha chiamato?»
«La voce era di Matteo», disse Sofia con sicurezza. «L’ho sentita anch’io dal cimitero.»
Belli fece un cenno.
«La chiamata è passata attraverso il centralino cloud dello studio. Il display mostrava “Matteo – Ufficio” perché così era salvato il contatto. Stiamo cercando l’origine reale.»
Teresa rimase in silenzio.
Sofia si asciugò le guance.
«Io non ti chiedo di perdonarmi.»
«Meno male.»
«Ti chiedo solo di credere una cosa: non ho mai pensato di lasciare che lo uccidessero.»
Teresa la guardò a lungo.
«Ma hai pensato che potevi obbedire abbastanza a lungo da salvarlo.»
Sofia abbassò gli occhi.
«Sì.»
«E ti sei fidata dell’uomo che lo teneva prigioniero.»
«No. Mi sono fidata della mia paura.»
Quelle parole rimasero nella stanza.
Belli ricevette un messaggio sul telefono e lo lesse due volte.
«Abbiamo tracciato la chiamata del cimitero.»
Teresa si alzò.
«Dove?»
«Da una SIM prepagata agganciata a una cella nella zona industriale di Settecamini. È stata accesa per meno di novanta secondi.»
Sofia sbiancò.
«Davide ha un magazzino lì.»
«A nome suo?»
«No. A nome di Edilnova Lazio.»
Belli raccolse le carte.
«Adesso abbiamo un indirizzo possibile e un legame con le fatture false.»
Teresa fece per seguirla.
L’ispettrice la fermò con uno sguardo.
«Questa volta non discutiamo.»
Teresa strinse la tracolla della borsa.
«Va bene. Ma se lo trovate…»
«La chiamo.»
Sofia si alzò lentamente.
«C’è una cosa che non vi ho detto.»
Belli si fermò sulla porta.
«Quale?»
«Domani alle dieci Davide mi aspetta da un notaio in via Cola di Rienzo.»
Teresa guardò la nuora.
Sofia continuò.
«Se non firmo la cessione delle quote, ha detto che Matteo non arriverà a domani sera.»













