Elena Neri arrivò in questura poco dopo le quattro del pomeriggio con una giacca di jeans troppo leggera e i capelli raccolti in fretta. Aveva il volto di chi non dormiva da giorni.
Quando Chiara Belli le mostrò la fotografia dell’uomo trovato nella bara, Elena si portò una mano alla bocca.
«È Paolo.»
Non pianse subito. Chiese di rivedere l’immagine. Poi domandò dove fosse stato trovato, chi lo avesse vestito e perché avesse al polso l’orologio di un altro uomo.
Teresa rimase in silenzio dall’altra parte della stanza.
Era venuta a Roma pensando di dover impedire che seppellissero suo figlio. Ora, davanti a lei, c’era una donna che aveva appena scoperto che il marito era stato quasi sepolto sotto il nome di Matteo Rinaldi.
Elena la guardò.
«Lei è la madre?»
Teresa annuì.
«Mi dispiace.»
Elena scosse la testa.
«Non deve dispiacersi a lei. Deve dispiacersi a chi ha fatto questo.»
Paolo lavorava come guardiano notturno per una società esterna che sorvegliava alcuni cantieri della Rinaldi & Ferretti Ingegneria. Tre notti prima era uscito di casa alle diciannove. Alle due aveva mandato alla moglie un messaggio breve: “Ho trovato una cosa strana. Ti chiamo dopo.” Non aveva più chiamato.
La sua auto era stata ritrovata la mattina seguente vicino alla stazione di Ponte Mammolo, chiusa e senza segni di effrazione.
«Paolo non avrebbe lasciato la macchina lì», disse Elena. «Odiava la metro. Diceva che dopo dodici ore in piedi voleva solo sedersi nella sua macchina e ascoltare la radio.»
Belli fece portare le copie trovate nell’armadietto. Su tre fatture compariva il nome di una ditta, Edilnova Lazio Srl, registrata a un indirizzo che risultava essere un ufficio condiviso. Gli importi erano alti, ma le descrizioni erano vaghe: consolidamenti, forniture speciali, adeguamenti strutturali.
Matteo aveva cerchiato alcune righe in rosso e scritto a margine: quantità impossibili.
«Il cantiere San Vittore cos’è?» chiese Teresa.
Belli scorse le prime verifiche.
«Un ex convento fuori Roma. Doveva diventare una residenza assistita. Appalto privato, ma con fondi regionali per una parte degli interventi.»
«E Paolo lavorava lì?»
«A quanto pare sì.»
Teresa pensò alla chiave trovata nell’armadietto.
Il box 43 di via delle Cave di Pietralata venne aperto solo dopo che la scientifica ebbe fotografato serratura e ingresso. Dentro non c’era Matteo.
C’era una vecchia Fiat Punto grigia, coperta di polvere, e dietro l’auto tre scatoloni di documenti.
Nel bagagliaio trovarono un casco da cantiere con il logo dello studio, un paio di scarpe sporche di cemento e una giacca catarifrangente. Sul sedile posteriore c’era un registratore digitale.
Belli lo fece avviare davanti a Teresa e a un tecnico.
La prima registrazione era datata cinque giorni prima.
La voce di Matteo era calma, professionale.
«Davide, non puoi firmare una dichiarazione di conformità su materiale che non è mai entrato in cantiere.»
Poi la voce di Davide Ferretti.
«Non fare il santo adesso. Hai firmato decine di stati avanzamento lavori.»
«Sulla base delle certificazioni che mi avete consegnato.»
«E quindi sei dentro quanto me.»
Seguì un rumore, come una sedia spostata.
«No. Io domani porto tutto in procura.»
La registrazione terminava lì.
La seconda era molto più breve. Si sentiva Paolo, agitato.
«Ingegnere, venga a vedere il pilastro dietro il locale tecnico. Hanno coperto la crepa con una lastra. Qui non è sicuro.»
Matteo rispondeva: «Non toccare niente. Sto arrivando.»
Poi, in lontananza, una voce maschile urlava qualcosa che il microfono non riusciva a distinguere.
La terza registrazione iniziava con respiri affannosi.
«Se qualcuno trova questo file», diceva Matteo, «Paolo è rimasto coinvolto nel cedimento del magazzino secondario. Non è stata una caduta accidentale. Il solaio ha ceduto. Davide ha ordinato di non chiamare subito i vigili del fuoco perché nel deposito c’erano materiali non dichiarati.»
Teresa chiuse gli occhi.
La voce del figlio tremava appena.
«Quando ho chiamato io, Paolo non respirava più.»
Elena si sedette lentamente su una sedia metallica.
«L’ha visto morire?»
Nessuno rispose al posto della registrazione.
Matteo continuò.
«Davide mi ha detto che se parlo, farà risultare che ero io il responsabile tecnico del deposito e che Paolo era entrato per mio ordine. Ha accesso ai documenti, alle firme digitali, a tutto. Non so fin dove è disposto ad arrivare.»
Il file finì con un rumore di portiera.
Elena rimase immobile per qualche secondo, poi guardò Teresa.
«Suo figlio voleva denunciare tutto.»
«Sì.»
«E il mio è morto prima che ci riuscisse.»
Teresa non cercò una frase di conforto. Si alzò e si sedette accanto a lei.
Belli ricevette una telefonata e uscì nel corridoio. Tornò dopo pochi minuti con un’espressione diversa.
«Abbiamo identificato il certificato di morte usato per Matteo. Il medico che risulta averlo firmato dice che la firma non è sua.»
«Quindi è falso», disse Teresa.
«Sì. E c’è altro. Il trasferimento del corpo di Paolo dall’obitorio non risulta autorizzato. Qualcuno ha usato credenziali interne per modificare due registrazioni.»
Elena si alzò di scatto.
«Qualcuno chi?»
«Non lo sappiamo ancora.»
Teresa indicò il registratore.
«Davide.»
Belli non confermò.
«È un’ipotesi. Per trasformarla in un’accusa servono prove.»
Fu allora che un agente entrò con una busta trasparente.
«Ispettrice, questo era sotto il sedile della Punto.»
Dentro c’era una ricevuta stampata di un’area di servizio sulla A24. Sul retro, scritto a penna, compariva un indirizzo incompleto e una frase.
Teresa riconobbe subito la grafia di Matteo.
VECCHIO DEPOSITO 6. NON ANDARE DI NOTTE.
Belli guardò l’orologio.
«Sono quasi le sei.»
Teresa si alzò.
«Allora andiamoci prima che faccia buio.»
L’ispettrice scosse la testa.
«Lei no.»
«Mio figlio ha lasciato questi indizi per me.»
«E proprio per questo qualcuno potrebbe aspettarsi che lei li segua.»
Teresa aprì la bocca per protestare, ma Elena le toccò il braccio.
«Ascolti la polizia.»
Teresa la guardò, sorpresa.
Elena abbassò la voce.
«Io ho già perso Paolo. Non voglio essere la donna che guarda un’altra madre correre dove qualcuno potrebbe volerla morta.»
Per la prima volta da quando era entrata al cimitero, Teresa si fermò.
Belli annuì.
«Noi andiamo al deposito. Lei resta qui. Se troviamo Matteo, sarà la prima persona che chiamo.»
Teresa accettò.
Ma alle otto e dodici il telefono dell’ispettrice squillò e la notizia non fu quella che sperava.
Il deposito 6 era vuoto.
Sul pavimento, però, avevano trovato sangue recente.
E sul muro, inciso nella polvere con un dito, c’erano quattro lettere.
SOFI.













