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Arrivò al Funerale di Suo Figlio Senza Essere Stata Avvisata, Fece Aprire la Bara e Scoprì Che Qualcuno Stava Mentendo da Giorni sulla Sua Morte

Ottobre 4, 2026
in Famiglia
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Arrivò al Funerale di Suo Figlio Senza Essere Stata Avvisata, Fece Aprire la Bara e Scoprì Che Qualcuno Stava Mentendo da Giorni sulla Sua Morte
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2. Parte 2 — Una Voce dall’Altra Parte

Teresa non pensò. Agì.

«Fermatelo!» gridò indicando Davide.

Due uomini dello studio si voltarono, ma nessuno si mosse. Davide accelerò senza correre, con quella calma studiata di chi non vuole sembrare in fuga. Raggiunse il parcheggio e scomparve dietro una fila di auto.

Teresa infilò il telefono di Sofia nella tasca del cappotto.

«Chiamate il 112.»

Riccardo, il responsabile delle pompe funebri, aveva il volto grigio.

«Signora, forse dovremmo aspettare…»

«Abbiamo un morto con un nome falso dentro una bara e mio figlio mi ha appena telefonato. Cosa vorrebbe aspettare?»

Fu un giovane dipendente dello studio a chiamare. Nel giro di venti minuti arrivarono due pattuglie, poi una squadra della polizia giudiziaria. L’area attorno alla fossa venne delimitata e gli addetti furono fatti allontanare.

Sofia sedeva su una panca di pietra, le mani strette tra le ginocchia. Non aveva più gli occhiali. Teresa non le rivolse la parola finché un’ispettrice, Chiara Belli, le chiese di raccontare tutto dall’inizio.

Teresa lo fece senza abbellire nulla. L’annuncio visto dalla vicina. Le telefonate senza risposta. Il funerale organizzato in fretta. Il corpo sbagliato. La chiamata.

«Ha riconosciuto con certezza la voce di suo figlio?» domandò Belli.

«Sì.»

«Era possibile che fosse una registrazione?»

Teresa esitò solo un istante.

«Ha detto “mamma” come quando da bambino sapeva di aver fatto qualcosa di stupido. Non era una registrazione che avevo già sentito.»

L’ispettrice non sorrise, ma prese nota.

Il telefono venne messo in una busta trasparente. Teresa protestò.

«Ha detto armadietto diciassette, Tiburtina.»

«Lo so. Ci andremo.»

«Io vengo con voi.»

«Signora Rinaldi…»

«Se mio figlio ha lasciato qualcosa per me, potrei essere l’unica a capire cosa significa.»

Belli la studiò per qualche secondo, poi annuì.

Prima di partire, Teresa guardò Sofia.

«Tu sapevi che non era lui?»

Sofia sollevò gli occhi. Per la prima volta sembrò più arrabbiata che spaventata.

«Non ho mai visto il corpo.»

«Ma hai accettato una bara chiusa.»

«Mi hanno detto che Matteo era irriconoscibile.»

«Chi?»

Sofia guardò verso il parcheggio ormai vuoto.

«Davide.»

Teresa sentì crescere una rabbia quasi fisica.

«E gli hai creduto.»

Sofia si alzò.

«No. Ho fatto quello che mi era stato detto.»

«Non è la stessa cosa?»

«No.»

Belli intervenne prima che la discussione esplodesse.

«Signora De Santis, verrà anche lei in questura. E non chiami nessuno.»

Sofia abbassò lo sguardo.

«Non ho nessuno da chiamare.»

Prima di lasciare il cimitero, Belli fece anche verificare dove si trovasse Giulia. Sofia aveva detto che era a Bologna, ma in quel momento nessuno si fidava più delle informazioni date per scontate. Una pattuglia contattò la ragazza davanti alla facoltà e confermò che stava bene.

Quando l’ispettrice lo comunicò, Sofia si piegò in avanti come se le avessero tolto un peso dal petto.

«Lei sa che suo padre sarebbe stato sepolto oggi?» chiese Belli.

Sofia scosse la testa.

«Le ho detto che Matteo era in ospedale e che non poteva ricevere visite.»

Teresa la fissò.

«Hai mentito anche a tua figlia.»

«L’ho tenuta lontana da Roma.»

«Non è la stessa cosa.»

Sofia sollevò lo sguardo, esasperata.

«Da due giorni ricevo ordini, minacce e fotografie di persone che amo. Non so più quale sia la stessa cosa.»

Belli intervenne con voce ferma.

«Ne parleremo in questura. Per ora Giulia resta a Bologna con una pattuglia informata della situazione. Nessuno le comunica la morte del padre finché non sappiamo se esiste davvero una morte da comunicarle.»

Quella frase colpì Teresa più di quanto avrebbe voluto. Da meno di un’ora era passata dall’essere una madre in lutto all’essere la madre di un uomo forse rapito. Non sapeva quale delle due paure fosse peggiore. Sapeva soltanto che non avrebbe lasciato che altri scegliessero al posto suo quale versione credere.

Alla stazione Tiburtina, l’armadietto 17 si trovava in un corridoio laterale vicino ai depositi bagagli automatici. La polizia aveva già verificato le telecamere: due giorni prima, poco dopo le sei del mattino, un uomo con cappellino e mascherina aveva aperto l’armadietto usando un codice numerico.

«Potrebbe essere Matteo?» chiese Belli.

Teresa guardò il fermo immagine sul tablet.

«Cammina trascinando un po’ il piede destro quando è stanco. Sì. È lui.»

Il problema era il codice.

Non c’erano istruzioni sul telefono. Nessun messaggio recente. Nessuna nota.

Teresa fissò il tastierino.

«Provate 1406.»

Belli si voltò.

«Perché?»

«Quattordici giugno. È il giorno in cui è morto suo padre. Matteo usava quella data per le cose che non voleva dimenticare.»

Il codice non funzionò.

Teresa chiuse gli occhi. Poi ricordò la fotografia nella sua borsa. Matteo a nove anni, il lago dietro di lui. Sul retro, suo marito aveva scritto: “24 agosto. Primo tuffo senza paura.”

«Provate 2408.»

La serratura scattò.

Dentro c’erano una cartellina rossa, una chiave con un’etichetta di plastica e una piccola chiavetta USB avvolta in un fazzoletto.

Belli indossò i guanti.

Sulla cartellina era scritto a mano: PER MAMMA, SE QUALCOSA VA STORTO.

Teresa sentì un vuoto nello stomaco.

All’interno c’erano copie di fatture, fotografie di pilastri crepati, certificazioni con firme diverse e una pagina piena di nomi di società che Teresa non conosceva.

In fondo, un foglio solo.

Se stai leggendo questo, significa che non sono riuscito ad arrivare in procura.

Non cercarmi da sola.

Davide sa che ho scoperto i subappalti falsi e il materiale sostituito al cantiere San Vittore. Paolo Neri è morto per questo. Vogliono far sembrare che la responsabilità sia mia.

Sofia non sa tutto. Giulia non deve essere coinvolta.

La chiave apre il box 43, autorimessa di via delle Cave di Pietralata.

Teresa lesse due volte l’ultima riga.

Poi sollevò gli occhi verso Belli.

«Chi è Paolo Neri?»

L’ispettrice stava già digitando il nome sul telefono di servizio.

Ci mise meno di un minuto.

«Cinquantadue anni. Guardia notturna. Residente a Guidonia. La moglie ha denunciato la scomparsa tre giorni fa.»

Teresa sentì freddo nonostante il caldo della stazione.

Pensò all’uomo nella bara. Alle sopracciglia folte. Alla cicatrice vicino all’orecchio.

«Chiamate sua moglie.»

Belli la guardò.

«Perché?»

«Perché forse oggi non abbiamo trovato soltanto mio figlio che manca.»

Abbassò la voce.

«Forse abbiamo trovato il marito che qualcun altro stava ancora aspettando a casa.»

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