Il giorno della verifica con la Fondazione Lume portai soltanto una cartellina e una bottiglia d’acqua.
Un tempo avrei preparato un discorso, immaginato le obiezioni e cercato una frase capace di mettere Riccardo con le spalle al muro.
Quella mattina volevo soprattutto evitare che Nico dovesse difendersi per l’ennesima volta davanti a persone più grandi di lui.
La riunione non era pubblica.
La dottoressa Donati aveva convocato rappresentanti dell’associazione e chi aveva segnalato le incongruenze, organizzando gli ascolti in momenti separati.
Marta era con me e avevamo concordato che nessun documento personale di Nico sarebbe stato diffuso fuori dalle procedure necessarie.
Avevamo chiesto a mio figlio se volesse partecipare.
Dopo averci pensato due giorni, aveva scelto di restare a scuola per la mattina e di inviare una breve dichiarazione scritta.
«Non voglio che mi guardino mentre cerco di non piangere», aveva detto. «Voglio che guardino il lavoro.»
Mi sembrò la scelta più adulta che potesse fare, anche se non avrebbe dovuto essere costretto a farla.
Sul tavolo della fondazione disponemmo copie delle prime bozze, le fotografie datate dei disegni fatti a scuola, il materiale conservato da Samuele e la stampa che Viola aveva consegnato.
Mostrammo anche il quaderno grigio, senza lasciarlo come oggetto da passare di mano in mano.
Spiegai da dove proveniva ciascuna prova e quali passaggi non ero in grado di dimostrare direttamente.
«La questione economica e quella della falsa autorizzazione sono già state portate nelle sedi appropriate», precisò Marta. «Qui chiediamo che l’attribuzione creativa e il rispetto delle condizioni del bando vengano esaminati con attenzione.»
La dottoressa Donati osservò le immagini a lungo.
Non cercava soltanto la somiglianza delle linee.
Confrontava le date, le variazioni del percorso e le annotazioni tecniche che erano scomparse dalla presentazione finale.
«Chi ha elaborato la scelta delle soste vicino all’ospedale?» chiese.
Le consegnai la risposta di Nico.
Aveva scritto che le persone anziane spesso preferiscono un percorso più lungo, purché possano sedersi e trovare ombra.
Aveva aggiunto un disegno di sua nonna seduta su una panchina, fatto anni prima.
La donna posò il foglio senza commentare quell’ultima immagine.
Fu un gesto discreto per il quale le fui grata.
Più tardi ci informarono che Viola aveva confermato per iscritto di non essere l’autrice principale delle tavole e di aver accettato consapevolmente un’attribuzione non corretta.
Non ci mostrarono la sua intera dichiarazione, e non ne avevamo bisogno.
Sapevamo che aveva deciso di assumersi la propria parte.
Riccardo sostenne che il materiale era nato in un laboratorio collettivo e che il merito era stato distribuito secondo i ruoli.
Quella spiegazione poteva avere un senso per un progetto realmente condiviso.
Non spiegava però perché fossero state presentate firme che io non riconoscevo o perché Nico fosse stato escluso dalle comunicazioni sulla sua stessa opera.
Quando Riccardo uscì dall’edificio mi vide vicino all’ingresso.
Per un istante tornò il marito capace di abbassare la voce al momento giusto.
«Serena, possiamo ancora sistemare questa cosa in famiglia.»
«La nostra famiglia non è un ufficio dove si correggono i nomi con una striscia di carta.»
Lui sospirò.
«Ti ho aiutata a crescere Nico quando tu eri in giro per l’Italia. Questo non conta più nulla?»
Aveva toccato il punto su cui faceva affidamento.
Era vero che aveva preparato cene, accompagnato mio figlio agli allenamenti e risposto a chiamate quando ero lontana.
Io avevo riconosciuto quei gesti come cura, senza vedere che in seguito erano diventati uno strumento di potere.
«Conta quello che hai fatto di buono», risposi. «E conta anche quello che gli hai fatto credere di non meritare.»
«Era un ragazzo difficile.»
«Era un ragazzo che aveva bisogno di adulti affidabili.»
Non restai a discutere quale dei due avesse amato di più Nico.
La prova dell’amore non era vincere una conversazione.
Era quello che sarebbe accaduto alla vita di mio figlio dopo aver chiuso quella porta.
Nelle settimane successive la fondazione sospese l’assegnazione e ogni utilizzo promozionale che presentasse Viola come unica autrice, in attesa di una valutazione completa.
La società legata a Spazio Levante ci confermò per iscritto che la bozza di accordo esclusivo non era stata perfezionata e che avrebbe fermato la preparazione della linea di stampe.
Le immagini già affisse furono tolte dalle vetrine.
Non fu una vittoria celebrata dai giornali.
Fu una serie di comunicazioni sobrie, ciascuna delle quali chiudeva una porta attraverso cui Riccardo aveva cercato di passare usando il nome di mio figlio.
Quanto ai miei seimilaottocento euro, i controlli erano più complessi.
I versamenti esistevano, ma la loro destinazione finale richiedeva documentazione contabile e verifiche che non potevano risolversi in poche settimane.
Affidai quella questione a chi era competente, senza chiedere a Nico di diventare testimone della mia perdita economica.
Le segnalazioni relative alle firme seguirono un percorso separato.
Fui ascoltata, consegnai i materiali disponibili e mi attenni ai fatti conosciuti.
Non sapevo se o quando ci sarebbe stato un accertamento definitivo delle responsabilità, e smisi di inventare nella mia mente una sentenza perfetta.
Con Marta avviai anche le procedure per separarci.
Riccardo lasciò l’appartamento dopo accordi gestiti attraverso i professionisti, mentre venivano sistemate le questioni pratiche sulle sue cose e sulle spese.
Non cambiai serrature in una notte né cancellai il suo nome da una vita che era esistita.
Stabilii però che Nico non avrebbe più dovuto negoziare direttamente con lui su scuola, denaro o progetti.
Quando rientrammo nell’appartamento, la stanza di Nico era ancora piena di campionari.
Non gli chiesi di aiutarmi a svuotarla.
Invitai Lucia e un paio di amici adulti a spostare gli espositori, rimettendo da parte ogni oggetto di proprietà dell’associazione perché fosse restituito in modo documentato.
Il letto tornò vicino alla finestra il sabato seguente.
La lampada blu fu l’ultima cosa che sistemammo, dopo la fotografia di Enrico e il vecchio scaffale dei fumetti.
Nico rimase sulla soglia senza entrare.
«Posso cambiare la posizione della scrivania?»
«È la tua stanza.»
«Anche se graffio il muro?»
«Ne parleremo quando succederà.»
Mi sorrise, poi tornò serio.
«A cena posso sedermi vicino alla finestra? Non voglio il posto di prima.»
Capii che non si trattava di un mobile.
Nico aveva bisogno di sapere che avrebbe potuto scegliere qualcosa, anche una cosa piccola, senza che un adulto gli facesse pagare quella decisione.
Per scoprire come Nico riuscì a riprendersi uno spazio davvero suo, continua con la Parte 8.













