Viola mi chiese di incontrarla in una caffetteria davanti alla stazione.
Arrivò con un cappotto azzurro che le avevo regalato per il compleanno e un’aria diversa da quella delle fotografie.
Non sembrava più piccola, ma molto meno sicura di sé.
«Papà non sa che ti ho scritto», disse prima ancora di sedersi.
«Non voglio metterti in difficoltà. Voglio sapere che cosa è successo a Nico.»
Viola guardò la tazza vuota fra noi.
«Non è iniziato come una cosa cattiva.»
Aspettai.
Era una frase che poteva voler dire molto oppure niente.
«All’inizio Nico mi faceva vedere i disegni. Io gli suggerivo colori, titoli, come presentarli. Poi papà ha detto che il bando cercava una persona capace di parlare davanti ai finanziatori e che io sarei stata perfetta.»
«E Nico?»
«Doveva continuare a disegnare. Diceva che facevamo squadra.»
«Perché non compare come autore?»
Viola impiegò parecchio a rispondere.
«Perché papà mi ha chiesto di firmare il modulo. C’era scritto che il lavoro era mio. L’ho letto.»
Era la prima ammissione netta che sentivo da lei.
Non provai soddisfazione.
Pensai a Nico che avrebbe dovuto ascoltarla e decidere che cosa fare di quelle parole.
«Sapevi che Nico perdeva lezioni per lavorare al laboratorio?»
«Sapevo che usciva prima. Non sapevo che la scuola chiamasse per cercarlo.»
«E la sua stanza?»
«Mi avevano detto che voleva stare più vicino al laboratorio. Non ho mai chiesto se fosse vero.»
Viola si strinse nelle spalle.
Aveva trascorso mesi a beneficiare di una storia comoda e adesso si accorgeva che non aver fatto domande era stata una scelta.
«Quando ho visto che dormiva in quel ripostiglio, avrei dovuto dirti qualcosa», aggiunse.
Non la rassicurai dicendole che era soltanto una ragazza.
Aveva diciassette anni, era stata messa in una posizione difficile da un adulto, ma non era priva di responsabilità per aver accettato il nome su quelle tavole.
«Perché mi hai scritto proprio ora?»
«Perché papà mi ha chiesto di parlare alla fondazione anche del processo creativo. Non so raccontarlo. Non so spiegare perché certe strade siano state scelte. Nico invece sì.»
Poi disse qualcosa che cambiò il senso della sua lettera.
«E perché quando sei arrivata l’ho visto nascondersi dietro il palco. Tutti mi facevano i complimenti e lui aveva paura persino di guardarmi.»
Viola aprì la borsa e tirò fuori una stampa del progetto.
Sul margine inferiore, ancora leggibile, c’era una piccola dicitura: tavole preparatorie, N. Pavan.
Era stata coperta con una fascia bianca nella versione presentata al premio.
«L’ho tenuta perché non sapevo se avresti creduto a me. Posso consegnarla anche all’avvocata.»
Le dissi che avrebbe dovuto raccontare i fatti con parole sue, senza concordare con me una versione.
Lei annuì, ma quando le chiesi se fosse disponibile a parlare con la fondazione abbassò gli occhi.
«Ho paura che papà mi mandi via.»
Capivo quella paura più di quanto volessi ammettere.
Riccardo aveva convinto Nico che avrebbe perduto la casa e Viola che avrebbe perduto il padre.
Due figli diversi, tenuti fermi dallo stesso meccanismo.
«Non posso decidere io che cosa farà lui», risposi. «Ma non ti chiederò di mentire ancora per proteggerlo.»
Prima di salutarci le suggerii di parlare con un adulto di fiducia, anche fuori dalla nostra famiglia.
Le ricordai che il suo futuro non era legato a una sola premiazione.
Non sapevo se mi avrebbe ascoltata.
Quando raccontai l’incontro a Nico, lo feci soltanto dopo avergli chiesto se volesse sapere.
Era seduto sul tappeto di Lucia, intento a riparare un vecchio album di fotografie.
«Ha ammesso di averlo firmato?»
«Sì.»
«Ha detto che le dispiace?»
«Sì.»
«Però sul manifesto c’è ancora il suo nome.»
«Questo non lo rende giusto.»
Nico continuò a sistemare una fotografia nell’angolo di una pagina.
Il silenzio non mi sembrò un invito a convincerlo a perdonare Viola.
Era soltanto il tempo di cui aveva bisogno.
Nei giorni successivi le cose smisero di muoversi soltanto nei nostri ricordi.
La scuola registrò formalmente le comunicazioni contestate e organizzò un piano di frequenza con un referente di supporto.
L’avvocata predispose le segnalazioni e le richieste che riteneva necessarie per gli aspetti di tutela e per le firme non riconosciute.
Non le chiesi di promettermi un esito rapido.
Volevo che ogni passaggio potesse reggere anche quando la rabbia si fosse spenta.
Un pomeriggio mi chiamò il signor De Luca, che abitava di fronte alla tipografia.
Era un pensionato che anni prima aveva aiutato Enrico ad aggiustare la bicicletta di Nico.
Disse di aver visto spesso il ragazzo uscire dal laboratorio molto tardi e di essersi chiesto perché non fosse a casa a studiare.
«Pensavo che ci fosse lei, signora Serena. Riccardo diceva sempre che eravate d’accordo.»
Quelle parole mi arrivarono addosso come una conferma dolorosa.
Non ero stata soltanto assente.
La mia presunta approvazione aveva reso normale, agli occhi degli altri, ciò che avrebbe dovuto farli dubitare.
Chiesi al signor De Luca di riferire, se necessario, soltanto ciò che aveva visto personalmente.
Lui accettò senza trasformare la vicenda in pettegolezzo di quartiere.
La sera stessa Riccardo lasciò un messaggio vocale sul mio telefono.
«Stai rovinando tutto per un ragazzo che non capisce i sacrifici. Se il progetto salta, qualcuno dovrà spiegare agli sponsor di chi è la colpa.»
Conservai il messaggio e lo inoltrai a Marta.
Poi andai a chiamare Nico per cena.
Il suo piatto era sul tavolo, il quaderno grigio aperto vicino alla finestra, ma la stanza era vuota.
Lucia credeva che fosse con me.
Io credevo che stesse finendo i compiti.
Sul telefono c’era un solo messaggio, inviato mezz’ora prima.
Mamma, devo vedere una cosa prima che la cancellino. Non venire a cercarmi al laboratorio.
Per la prima volta da quando ero tornata, non sapevo dove fosse mio figlio.
E capii che la paura gli aveva insegnato a nascondere anche i suoi tentativi di difendersi.
Per seguire la traccia che Nico aveva lasciato, continua con la Parte 6.













