Non aprii quella cartellina quella notte.
Prima dovevo capire se mio figlio si sentisse libero di uscire da quel posto insieme a me.
Una firma si può discutere, una persona spaventata ha bisogno di sapere dove dormirà.
«Lascia perdere l’inventario», gli dissi. «Andiamo.»
Nico fissò il registro appoggiato sul banco.
Aveva scritto gli ultimi numeri con una precisione quasi dolorosa.
«Se non lo finisco, domani me lo fa ricominciare.»
«Domani ci sarò io.»
Non lo dissi come una minaccia a Riccardo.
Lo dissi perché Nico potesse ascoltare una promessa semplice e verificarla subito.
Mentre uscivamo, mio marito comparve sulla soglia del laboratorio con due persone della fondazione.
Ci vide e sorrise, ma il sorriso rimase fermo soltanto sulla bocca.
«Serena, porti via Nico proprio adesso? Abbiamo ancora da sistemare.»
«Ha lavorato abbastanza.»
«È un progetto educativo, non un capriccio.»
«Allora domani potremo parlarne con calma.»
Riccardo scrutò il quaderno grigio sotto il mio braccio.
Allungò una mano, poi si accorse degli ospiti e la ritirò.
«Quello è materiale dell’associazione.»
«Nico mi ha chiesto di tenerlo.»
Per la prima volta vidi una contraddizione che prima mi era sfuggita.
Riccardo parlava sempre di fiducia e crescita personale, ma non aveva chiesto a Nico se fosse d’accordo.
Aveva parlato soltanto di ciò che spettava a lui.
A casa, in una strada tranquilla vicino a Porta Trento, il cancello era aperto e le finestre del piano superiore illuminate.
Avevo comprato quell’appartamento insieme a Enrico, pagando ancora una parte del mutuo dopo la sua morte.
Quando Riccardo si era trasferito da noi, avevamo promesso di rispettare le tracce delle vite precedenti.
Il primo segno che qualcosa fosse cambiato stava sulla porta della stanza di Nico.
La targhetta di legno con il suo nome non c’era più.
Al suo posto, una piccola scritta dorata diceva SALA CAMPIONARI.
Mi voltai verso di lui.
«Da quando?»
«Da giugno.»
Dentro trovai espositori di carta pregiata, cornici vuote e scatole di cataloghi.
Il letto era scomparso.
Al muro restava soltanto un rettangolo più chiaro dove prima c’era la fotografia di Enrico in bicicletta con nostro figlio.
«Dove dormi?»
Nico mi accompagnò oltre la cucina, fino a una stanza stretta accanto al ripostiglio, un locale che usavamo per conservare i costumi delle mie tournée.
Un materasso pieghevole occupava quasi tutto lo spazio disponibile.
Sopra una mensola erano impilati due libri di scuola, tre magliette e una scatola di fotografie.
«Dicevano che era temporaneo.»
«Chi?»
«Riccardo e Viola. Serviva una stanza bella per gli incontri con gli sponsor.»
Non alzai la voce.
Fotografai la targhetta, gli espositori e il materasso, chiedendogli ogni volta se fosse d’accordo.
Poi gli dissi di preparare quello che desiderava portare via.
«Non voglio lasciare qui le foto di papà.»
«Non le lasciamo.»
«E la lampada con la base blu?»
La cercammo insieme fra le scatole.
Era una lampada vecchissima, riparata da Enrico con un filo troppo corto, ma per Nico aveva il valore di una sera intera passata con suo padre a raccontare storie.
Quando la trovammo, la avvolsi in una felpa e la sistemai nella mia borsa.
Quella notte dormimmo da mia sorella Lucia, che abitava dall’altra parte della città.
Non le raccontai più del necessario davanti a Nico.
Le dissi che avevamo bisogno di una stanza e che il giorno dopo avrei cercato aiuto.
Lei preparò del tè, mise due coperte pulite sul letto degli ospiti e non fece domande inutili.
Prima di addormentarsi, Nico mi chiese se avessi intenzione di cancellare tutti i suoi lavori.
«Perché dovrei?»
«Riccardo dice che, se interrompiamo il progetto, la fondazione chiederà indietro i soldi. E che poi non potrai più pagare il mutuo.»
Mi sedetti sul bordo del letto.
«Il mutuo non dipende da quel premio.»
Nico mi fissò come se gli avessi detto una cosa impossibile.
«Lui ha detto che avevi firmato una garanzia.»
«Non ho firmato niente del genere.»
Ci volle tempo perché trovasse il coraggio di credere alla mia risposta.
Mi chiese di ripeterla e lo feci senza irritarmi.
Il mattino seguente chiamai il mio responsabile e dissi che per alcuni giorni non avrei potuto accettare trasferte.
Non fornì obiezioni, ma mi ricordò gli impegni del mese.
Per una volta non promisi di recuperare tutto subito.
Poi accompagnai Nico a scuola.
Al cancello rallentò, come se avesse dimenticato la direzione giusta.
«Non entro da un po’», disse.
Pensai a un paio di giorni di assenza.
Invece, in segreteria, la professoressa Anselmi mi mostrò un elenco di ore perse e giustificazioni arrivate via posta elettronica.
Da tre settimane Nico usciva prima del termine delle lezioni o non si presentava affatto.
La scuola aveva chiamato ripetutamente il numero indicato come contatto familiare principale.
Era quello di Riccardo.
«Ci era stato detto che stava seguendo un percorso formativo esterno», spiegò l’insegnante. «Abbiamo chiesto documentazione più volte.»
Sul monitor c’erano messaggi che sembravano scritti da me.
Uno diceva che Nico aveva bisogno di flessibilità per un progetto professionalizzante e che avrei inviato un’autorizzazione completa.
«Questa email non l’ho mandata io», risposi.
La professoressa chiuse la schermata senza cancellarla.
Mi spiegò che avrebbe conservato tutto per una verifica con la direzione e avviato gli opportuni contatti di tutela.
Io annotai le date e le chiesi una copia attraverso la procedura della scuola.
Uscendo, Nico si fermò davanti alla bacheca dei progetti artistici.
I suoi compagni avevano appeso fotografie del quartiere, disegni di facciate e biglietti scritti a mano.
In un angolo c’era un posto vuoto con il suo nome, rimasto senza lavoro da esporre.
«Pensavo che mi avessero tolto dal corso», mormorò.
«Nessuno ti ha tolto il diritto di tornare.»
Non gli promisi che sarebbe stato facile.
Gli promisi che da quel momento le telefonate della scuola sarebbero arrivate anche a me.
Quando tornammo da Lucia, aprii il quaderno grigio sul tavolo della cucina.
Fra studi di panchine e tetti vidi una lista di pagamenti, turni serali e materiale consegnato.
L’ultima pagina conteneva una frase sottolineata tre volte dalla mano di Nico: CONTROLLARE CARTELLA BLU, ARMADIO STAMPE.
Sotto, in caratteri minuscoli, aveva scritto una cosa che non riuscivo a spiegarmi.
Se mamma vede l’originale, capirà che non si tratta soltanto di un disegno rubato.
Per sapere cosa Nico aveva scoperto nell’armadio delle stampe, prosegui con la Parte 3.













