Telefonai a Nico tre volte.
Alla quarta chiamata partì la segreteria telefonica.
Mi costrinsi a leggere di nuovo il suo messaggio, parola per parola, invece di riempire il silenzio con le peggiori ipotesi.
Non venire a cercarmi al laboratorio.
Non aveva scritto di non cercarlo affatto.
Aveva scritto di non andare nel luogo in cui Riccardo poteva trovarci.
Chiesi a Lucia di rimanere a casa nel caso tornasse e chiamai Samuele, che conosceva gli angoli della città dove Nico amava fotografare.
Poi avvisai Marta della situazione, senza aspettarmi da lei una soluzione immediata.
Ero già pronta a chiedere aiuto alle autorità se non fossi riuscita a rintracciarlo.
Samuele mi rispose dopo due squilli.
«Forse so dov’è. Ieri parlava delle vetrine dello Spazio Levante. Diceva che avevano messo fuori un pannello nuovo.»
Il negozio era a poco più di venti minuti da casa di Lucia.
Guidai fino a una strada laterale, parcheggiai e proseguii a piedi.
Il quartiere era pieno di gente che usciva dagli uffici, biciclette appoggiate ai pali e bar ancora aperti.
Lo vidi dall’altra parte della strada.
Nico era fermo davanti a una vetrina coperta per metà da fogli di carta marrone.
Con il telefono scattava fotografie a un pannello pubblicitario dove compariva la mappa Le Strade in Cui Restare.
Sotto il titolo, in caratteri grandi, c’era ancora il nome di Viola.
Lo raggiunsi senza afferrarlo per il braccio.
«Nico.»
Si voltò di scatto.
Poi, quando mi riconobbe, gli cedettero le spalle.
«Ti avevo scritto.»
«Sì. Ma non sapevo dove fossi e mi sono spaventata.»
«Dovevo fotografarlo oggi. Domani coprono tutto con l’insegna nuova.»
La serranda era abbassata soltanto a metà e dietro il vetro si vedevano scatoloni di cartone.
Non entrammo.
Nico mi mostrò gli scatti appena fatti: lo stesso disegno del tram, la stessa piccola firma dell’uccello e una scritta che annunciava la vendita imminente di stampe numerate.
«Non voglio che vendano il disegno della nonna», disse.
La sua voce non era rabbiosa.
Era quella di un ragazzo che vede una cosa intima diventare una merce e non sa come proteggerla.
«Non tornerai qui da solo per raccogliere prove», risposi. «Le cose che hai già visto possono essere descritte senza che tu debba rischiare un incontro con Riccardo.»
«Se non faccio niente io, non ci crederà nessuno.»
Quella frase mi rimase impressa.
Avevo impiegato settimane a capire che Nico non cercava di essere un investigatore.
Cercava soltanto di convincere un adulto che ciò che gli era accaduto fosse accaduto davvero.
«Io ti credo», dissi. «E non dobbiamo dimostrare ogni cosa oggi.»
La porta laterale del negozio si aprì.
Riccardo uscì con una cartellina nera sotto il braccio.
Ci vide insieme e il suo viso cambiò espressione.
«Ecco il nostro artista ribelle», disse.
Nico fece un passo verso di me.
«Riccardo, non è il momento», risposi.
«È mio figlio anche lui. Non puoi impedirmi di parlargli.»
«Ora vuole venire via con me.»
Riccardo guardò Nico.
«Diglielo che ti piaceva lavorare. Dille quanto ti ho insegnato.»
Nico stringeva il telefono tanto forte che le dita gli erano diventate bianche.
«Mi piaceva disegnare», disse piano. «Non tutto il resto.»
Per un istante nessuno parlò.
Poi Riccardo cercò di trasformare quella frase in una battuta.
«I ragazzi esagerano sempre quando devono fare i compiti.»
Io aprii la portiera della macchina.
Non volevo costringere Nico a discutere del proprio dolore sul marciapiede, davanti all’uomo che aveva imparato a temere.
«Le comunicazioni su questa vicenda passeranno tramite i nostri legali», dissi.
Riccardo alzò la voce, ma non ci inseguì.
Nico entrò nell’auto e fissò il parabrezza mentre mettevo in moto.
«Sei arrabbiata con me perché sono uscito?»
«Sono stata molto spaventata. La prossima volta dimmi dove vai e cerchiamo una soluzione insieme.»
«Va bene.»
Non aggiunsi che aveva tradito la mia fiducia.
Stavamo ancora imparando entrambi che cosa significasse potersi fidare.
Quella notte Nico raccontò finalmente di una domenica che non aveva mai menzionato.
Riccardo l’aveva fatto sedere al tavolo della cucina con Viola e una donna che si occupava dei preventivi del negozio.
Avevano parlato dei disegni come se fossero prodotti già pronti, assegnando prezzi e quantità.
Quando Nico aveva chiesto se avrebbe potuto tenere almeno gli originali, Riccardo gli aveva risposto che gli autori seri non si attaccano ai fogli.
«E io ho pensato che forse ero infantile», disse.
«Non era infantile volere qualcosa che avevi creato.»
«Papà Enrico mi lasciava disegnare sui fogli più brutti perché diceva che le idee non chiedono permesso.»
Mi tornò alla mente Enrico seduto sul pavimento della nostra vecchia cucina, con il figlio piccolo che gli dormiva contro una spalla.
Avevo paura che quel ricordo diventasse soltanto uno strumento per misurare ciò che avevo mancato.
Invece Nico lo pronunciò per ricordare a se stesso come si era sentito al sicuro.
Due giorni dopo Marta ricevette da Viola, attraverso un incontro concordato, un documento che suo padre le aveva chiesto di leggere prima della premiazione.
Era una bozza di accordo commerciale fra Carta Viva e la società che avrebbe gestito Spazio Levante.
Prevedeva l’uso esclusivo delle tavole e delle loro rielaborazioni per una linea di prodotti, ben oltre la durata del progetto della fondazione.
Nella pagina dedicata ai diritti compariva ancora la mia firma, accanto a una dichiarazione secondo cui avevo autorizzato lo sfruttamento delle opere realizzate da Nico.
Non era un accordo concluso, ma se qualcuno lo avesse trattato come valido avrebbe potuto creare seri problemi a mio figlio.
Sotto, in caratteri piccoli, lessi una frase che mi fece sentire il freddo delle vetrine sulla pelle.
L’autore minorenne rinuncia a ogni futura rivendicazione economica nell’ambito dell’iniziativa.
Marta spiegò che la validità e gli effetti di una clausola del genere avrebbero richiesto verifiche rigorose, e che non dovevo confonderla con una perdita automatica dei diritti di Nico.
Ma il significato umano di quella riga era già chiaro.
Riccardo non voleva soltanto la firma su un progetto.
Voleva che mio figlio smettesse di considerare proprie le cose che aveva immaginato.
Come avremmo impedito a quella rinuncia di diventare la sua storia ufficiale? Continua con la Parte 7.













