“Non sono Marco… ma se hai davvero paura, vengo io.”
Daniele Moretti non avrebbe mai immaginato di pronunciare quelle parole alle 2:07 del mattino, seduto sul vecchio divano del suo piccolo appartamento a Sesto San Giovanni.
Indossava ancora gli scarponi da lavoro.
Aveva tracce di grasso sulle mani.
Il telefono aveva squillato mentre quasi tutta Milano dormiva.
Daniele lavorava come elettricista industriale e cresceva da solo sua figlia Sofia, dieci anni. Sua moglie Anna era morta di cancro quattro anni prima.
Da allora aveva sviluppato una strana sensibilità per i rumori notturni.
Un colpo di tosse.
Una porta.
Un telefono che squillava troppo tardi.
Quella notte Sofia dormiva a casa di una compagna di scuola.
La voce dall’altra parte, invece, apparteneva a una completa sconosciuta.
“Marco… per favore. Sono al Niguarda. Stanza 608. Non voglio stare da sola.”
Daniele guardò il numero sul display.
“Credo che abbia sbagliato numero.”
Silenzio.
Poi sentì un singhiozzo trattenuto.
“Marco?”
“No. Mi chiamo Daniele.”
La donna iniziò immediatamente a scusarsi.
Ma respirava in modo così rapido e superficiale che Daniele smise di pensare alla stranezza della situazione.
Conosceva quel tipo di paura.
Aveva sentito Anna respirare nello stesso modo durante alcune delle sue ultime notti in ospedale.
“Mi ascolti,” disse. “Non sono Marco. Ma se ha davvero paura, posso venire.”
“Non deve.”
“Probabilmente no.”
Una breve pausa.
“Ma vengo lo stesso.”
Venti minuti dopo stava attraversando Milano chiedendosi se fosse completamente impazzito.
Quando entrò al Niguarda e sentì l’odore dei disinfettanti, il corpo gli si irrigidì.
Non metteva piede in un ospedale dalla morte di Anna.
Per qualche secondo pensò davvero di andarsene.
Poi ricordò quella frase.
Non voglio stare da sola.
Prese l’ascensore.
Sesto piano.
Stanza 608.
La donna nel letto sembrava avere poco più di trent’anni. Era pallida, collegata a diverse flebo e portava un foulard morbido sulla testa.
Quando lo vide sulla porta, lo fissò.
“Tu non sei Marco.”
“L’avevo detto.”
Per la prima volta lei sorrise.
Era un sorriso debole.
“Fantastico. Allora sono ufficialmente la donna più patetica di Milano.”
Gli tese appena la mano.
“Renata Bellini.”
Daniele rimase immobile.
Bellini.
Bellini Global Technologies.
Un gruppo conosciuto in tutta Italia per sistemi satellitari, comunicazioni avanzate e contratti nel settore della difesa.
Renata Bellini era l’unica figlia del fondatore, Vittorio Bellini.
Ed era una delle donne più ricche del Paese.
“Marco era il mio compagno,” disse lei poco dopo. “Se n’è andato un mese fa.”
Daniele non disse nulla.
“Due settimane dopo la diagnosi,” aggiunse.
Quella frase gli bastò.
La dottoressa Elena Rinaldi entrò poco dopo e chiese a Daniele di seguirla nel corridoio.
Renata soffriva di una grave forma di anemia aplastica.
Il suo midollo osseo aveva quasi smesso di produrre cellule del sangue.
Le terapie non stavano funzionando come sperato e aveva bisogno di un trapianto di cellule staminali.
Quella notte un’infezione aveva causato una febbre improvvisa che il suo organismo estremamente debilitato faticava a controllare.
“Ha chiesto espressamente che lei restasse,” disse la dottoressa.
Daniele tornò nella stanza.
Renata lo guardò mentre avvicinava una sedia al letto.
“Perché sei davvero venuto?”
Daniele rimase in silenzio qualche secondo.
“Perché una volta sono stato io quello seduto in una stanza d’ospedale pensando che nessuno avrebbe dovuto affrontare certe cose da solo.”
Non aggiunse altro.
Parlarono per ore.
Daniele raccontò di Sofia, della sua ossessione per i disegni di tralicci elettrici e della convinzione che ogni elettrodomestico rotto potesse essere aggiustato dal padre.
Renata parlò invece di suo padre.
Dell’azienda.
Di quasi 3.800 dipendenti.
E del consiglio di amministrazione.
“Da quando mi sono ammalata, certe persone hanno iniziato a comportarsi come se fossi già morta.”
Daniele la guardò.
“Persone della tua azienda?”
Renata sorrise amaramente.
“Quando diventi debole, scopri velocemente chi stava aspettando quel momento.”
Rimase con lei fino all’alba.
Renata superò la notte.
Prima che Daniele se ne andasse, gli chiese il numero.
Lui glielo diede senza pensarci troppo.
Era convinto che quella sarebbe stata la fine di una storia assurda.
Si sbagliava.
Tre giorni dopo, un Mercedes nero si fermò davanti al piccolo laboratorio dove Daniele stava controllando un quadro elettrico.
Un autista in giacca scura scese dall’auto.
“Signor Moretti?”
“Sì.”
Gli porse una pesante busta color avorio.
Dentro c’era un invito ufficiale.
Renata Bellini desiderava incontrarlo urgentemente nella sua villa in Brianza.
Il pomeriggio successivo Daniele sedeva in un salone enorme, circondato da vetrate che guardavano su un giardino perfettamente curato.
Renata era davanti a lui.
Ancora pallida.
Ma molto diversa dalla donna terrorizzata che aveva incontrato nella stanza 608.
“Voglio assumerti per sei mesi,” disse.
Daniele aggrottò la fronte.
“Per fare cosa?”
Renata incrociò le mani.
“Per fingere di essere il mio compagno.”
Daniele scoppiò a ridere.
Renata no.
Lui smise lentamente.
“Sei seria?”
“Completamente.”
“Renata, io aggiusto impianti industriali. Non faccio…”
“Undici milioni di euro.”
Daniele rimase immobile.
Renata fece scivolare un contratto sul tavolo.
Lui guardò prima lei.
Poi il documento.
Poi di nuovo lei.
“Undici milioni?”
“Per sei mesi.”
“Per fingere di essere il tuo fidanzato?”
“No.”
Quella singola parola cambiò completamente il tono della stanza.
Renata si sporse leggermente in avanti.
“Non ho bisogno di un fidanzato, Daniele.”
“E allora di cosa hai bisogno?”
“Di qualcuno che gli altri non possano comprare facilmente.”
Daniele smise di respirare per un istante.
Renata indicò il contratto.
“Qualcuno all’interno della Bellini Global Technologies sta preparando la mia estromissione.”
“Dal consiglio?”
“Da tutto.”
La sua voce si abbassò.
“Stanno usando la mia malattia per convincere azionisti e dirigenti che non sono più in grado di guidare la società.”
Daniele guardò gli undici milioni stampati sul documento.
Poi Renata.
“E io cosa c’entro?”
Lei lo fissò senza sorridere.
“Molto più di quanto pensi.”
Fu in quel momento che Daniele capì che quella telefonata delle due del mattino non aveva semplicemente trascinato uno sconosciuto nella vita di una miliardaria.
Lo aveva portato dentro una guerra.













