«Signore, perché ha una fotografia della mia mamma?»
Gabriele Laurenti si fermò di colpo in mezzo alla strada acciottolata. Aveva appena superato una fila di case nel centro di Verona quando quella voce infantile lo costrinse a voltarsi.
La mano gli corse all’interno del cappotto. La tasca era vuota.
Pochi passi dietro di lui c’era una bambina con i piedi nudi, nonostante il freddo del mattino. Il vestito era strappato all’orlo e il vento le scompigliava i capelli. Teneva tra le dita una fotografia che Gabriele conosceva meglio del proprio volto.
Era l’unica immagine di Isabella che aveva continuato a portare con sé.
Sua moglie.
La donna che credeva morta da sei anni.
«Che cosa hai detto?» domandò.
La bambina alzò la fotografia, perché lui potesse vederla bene.
«È la mia mamma. Perché ha la sua foto?»
Per un momento Gabriele non riuscì a rispondere. Sentiva il rumore lontano della strada, ma ogni suono gli sembrava arrivare da un’altra parte della città. Guardava soltanto quel piccolo rettangolo di carta consumata.
Isabella sorrideva appena, come faceva quando qualcuno cercava di convincerla a posare. Lui ricordava quel sorriso. Ricordava anche quante volte aveva estratto la fotografia dal cappotto senza avere il coraggio di fissarla troppo a lungo.
«Dove l’hai trovata?» chiese.
«Le è caduta.»
Gabriele fece un passo verso di lei, poi si fermò. Non voleva spaventarla. La bambina teneva ancora la fotografia sollevata, con la serietà di chi aspetta una risposta importante.
Fu allora che notò i suoi occhi.
Grigioverdi. La stessa sfumatura di quelli di Isabella, lo stesso taglio delicato, lo stesso modo attento di osservare senza abbassare lo sguardo.
La somiglianza non dimostrava nulla. Eppure a Gabriele mancò il respiro.
«Quella donna è mia moglie», disse piano. «È morta tanti anni fa.»
La bambina scosse la testa.
«No. La mia mamma è viva.»
Sei anni prima, una carrozza era rimasta coinvolta in un incidente. Il veicolo era stato ritrovato devastato dal fuoco. Gli avevano detto che Isabella si trovava a bordo e che non c’era stato niente da fare.
Gabriele non aveva visto il suo corpo.
Suo padre aveva insistito perché la bara restasse chiusa: i resti, sosteneva, erano troppo danneggiati. Gabriele ricordava il legno sigillato, la voce del sacerdote e il proprio silenzio durante il funerale.
Allora aveva provato a fare domande. Poi, con il passare degli anni, aveva imparato a vivere accanto a un dubbio che non osava più pronunciare.
Adesso una sconosciuta, piccola e infreddolita, gli stava dicendo che la donna sepolta in quella bara poteva non essere Isabella.
Ma come poteva esserne certa?
Gabriele si chinò, cercando di incontrare lo sguardo della bambina senza incombere su di lei.
«Come ti chiami?»
«Lila.»
«Lila, ascoltami. Tua madre come si fa chiamare?»
La bambina strinse la fotografia fra le dita. Prima di rispondere osservò il cappotto di Gabriele, poi il suo viso.
«La mamma dice che non devo raccontare troppe cose agli sconosciuti.»
«Ha ragione», rispose lui. «Non devi fidarti di qualcuno soltanto perché te lo chiede.»
Rimase inginocchiato. Aveva mille domande, ma nessuna poteva cancellare la prudenza negli occhi di Lila. Non avrebbe ottenuto niente cercando di strapparle una risposta.
Indicò allora la fotografia che lei teneva ancora.
«Se la tua mamma è davvero la donna che vedi lì, devo riuscire a trovarla.»
Lila fissò prima il volto di Isabella, poi quello di Gabriele. Il vento le sollevò una ciocca di capelli, ma lei non si mosse. Sembrava che stesse confrontando qualcosa che aveva custodito nella memoria.
«La mamma mi ha detto una cosa», sussurrò infine.
Gabriele rimase immobile.
«Che cosa?»
«Ha detto che, se un giorno avessi incontrato l’uomo della fotografia, dovevo fargli una domanda.»
Il cuore gli batteva così forte che gli sembrò impossibile che Lila non lo sentisse.
«Quale domanda?»
La bambina abbassò la voce.
«Porta ancora l’anello d’argento?»
Gabriele guardò la propria mano sinistra.
La fede era lì. Un semplice anello d’argento, senza pietre né decorazioni. Isabella glielo aveva dato dodici anni prima. Non lo aveva mai tolto, neppure dopo il funerale, neppure nei giorni in cui il dolore gli aveva fatto desiderare di dimenticare tutto.
Girò lentamente la mano, lasciando che Lila vedesse il metallo chiaro sul suo anulare.
La bambina smise di stringere la fotografia. I suoi occhi passarono dall’anello al viso di Gabriele, e in quell’istante la sua espressione cambiò. Non sembrava soltanto sorpresa. Sembrava triste.
«Allora è davvero lei», mormorò.
Gabriele sollevò lo sguardo, pronto a chiederle che cosa sapesse Isabella di lui e perché avesse affidato proprio a una bambina quella prova.
Ma alle loro spalle una carrozza imboccò la strada.
Lila la vide e arretrò di colpo.
Nei suoi occhi comparve una paura improvvisa.













