«Hai mezz’ora per raccogliere le tue cose. Poi voglio che tu sia fuori di qui.»
Le banconote scivolarono dalle dita di Domenico Gallo e finirono sul pavimento del suo studio. Lia Benedetti le guardò senza chinarsi. A pochi passi da lei, un decanter di cristallo giaceva in frantumi, e il whisky aveva macchiato le scarpe costose di Celeste Rossi.
«Domenico, non puoi lasciarla lavorare ancora qui», disse Celeste, stringendo le labbra in un sorriso soddisfatto. «Guarda che disastro ha combinato.»
Lia aveva ventitré anni, il viso pallido e le mani che tremavano. Non aveva fatto nulla di proposito. Un capogiro improvviso le aveva tolto l’equilibrio mentre lucidava un vassoio d’argento. Il piede si era impigliato nel bordo del tappeto persiano. Il vassoio era caduto, urtando il cristallo.
Ma non era il decanter a farle paura.
Sotto il vestito da lavoro, Lia custodiva una verità che nessuno in quell’attico di Milano conosceva: aspettava due gemelli. Era al terzo mese di gravidanza. E il padre dei bambini era l’uomo che le aveva appena ordinato di andarsene.
«La prego, signor Gallo», riuscì a dire. «Ho bisogno di questo lavoro. I debiti per le cure di mio padre non sono finiti.»
Suo padre era morto lasciandole conti da pagare e pochissime possibilità. Le pulizie nell’attico di Domenico, con i suoi mobili su misura e le ampie finestre sulla città, erano diventate l’unico modo per non affondare. Lia non chiedeva compassione. Chiedeva soltanto di poter restare.
Celeste si scostò appena dalla macchia sul pavimento.
«Dice di non sentirsi bene da giorni. Magari prende qualcosa. Io non mi fiderei.»
«Basta», tagliò corto Domenico.
Dietro la grande scrivania di mogano, il suo volto era immobile. A Milano il nome Gallo apriva porte che per altri restavano chiuse. Domenico comandava uomini abituati a obbedire senza fare domande; anche dentro casa parlava come se ogni parola fosse una sentenza.
«È il secondo errore di questa settimana. Non posso tenere qualcuno che non è in grado di fare il proprio lavoro.»
La mano di Lia raggiunse istintivamente il ventre, ancora quasi piatto. Domenico non se ne accorse. Guardava soltanto i vetri rotti.
«Mi dispiace», mormorò lei. «Non succederà più.»
«La decisione è presa.»
Lia abbassò gli occhi sulle banconote. Avrebbe potuto dirglielo in quel preciso istante. Avrebbe potuto pronunciare due parole — «i tuoi figli» — e cambiare per sempre il significato di quella scena.
Ma conosceva il potere di Domenico e gli uomini che gli stavano intorno. Se avesse scoperto la gravidanza, chi le avrebbe garantito che l’avrebbe lasciata libera di crescere i bambini? La paura ebbe la meglio.
Si inginocchiò, raccolse il denaro e lo strinse in mano. Poi uscì senza rivelare nulla.
Tre mesi prima, tutto era cominciato in modo così diverso.
La famiglia Gallo aveva organizzato il suo ricevimento annuale in maschera. Lia era stata chiamata ad aiutare il personale che serviva gli ospiti. Per quella sera aveva lasciato l’uniforme e indossato un abito elegante e una maschera veneziana dorata. In mezzo alla musica e alle conversazioni, si era sentita un’estranea.
Cercando un po’ di silenzio, era entrata nella biblioteca privata. Domenico era lì, solo, con un bicchiere in mano. Aveva appena attraversato settimane di tensione con una famiglia rivale. Dietro la maschera, Lia non era più la ragazza che puliva le stanze dell’attico. E lui non la riconobbe.
Parlarono senza il peso dei ruoli che li separavano. Per una notte dimenticarono la distanza fra le loro vite. Prima dell’alba Lia se ne andò, convinta che quella parentesi non potesse avere un futuro. Domenico non seppe chi fosse davvero.
Gli rimase soltanto un piccolo ciondolo d’argento annerito dal tempo, a forma di uccellino, che lei aveva lasciato nella biblioteca.
Quattro mesi dopo il licenziamento, l’inverno aveva stretto Milano in giornate grigie e fredde. Lia non lavorava più per i Gallo. I gemelli crescevano dentro di lei, e Domenico continuava la sua vita senza sapere nulla di loro.
Celeste ormai viveva nell’attico, circondata da abiti costosi e richieste continue. Gli affari di Domenico andavano avanti, ma di notte lui dormiva sempre meno. Non riusciva a togliersi dalla mente la donna della maschera dorata.
Aveva controllato gli elenchi degli invitati, interrogato il personale del ricevimento, rivisto le registrazioni di sicurezza. Nessuna traccia.
Una sera di giovedì, seduto nello studio, rigirava fra le dita il ciondolo a forma di uccellino. Matteo entrò con alcuni documenti.
«Hanno intercettato le spedizioni dei Moretti, capo.»
Domenico sollevò appena lo sguardo.
Matteo vide il gioiello.
«Pensi ancora a quella donna? Lasciala perdere. Magari cercava soltanto un uomo ricco.»
Domenico richiuse la mano sul ciondolo. Non rispose. Lo avvicinò invece alla luce, cercando nel metallo consumato una risposta che nessuno sapeva dargli.
La donna che cercava da mesi aveva già pianto davanti a lui, implorandolo di non mandarla via.
E lui le aveva dato trenta minuti per sparire.













