«TUO PADRE È MORTO UN ANNO FA! ADESSO VATTENE DA CASA MIA!»
Erano state queste le prime parole di Sharon, la mia matrigna, quando ero tornato a casa dopo tre anni di carcere.
Mi chiamo Daniel Hayes, ho trentacinque anni e sono cresciuto a Genova, in una casa di Boccadasse con una vecchia porta azzurra.
Mio padre, Franklin Hayes, era arrivato dall’America molto prima che io nascessi.
Aveva incontrato mia madre, una genovese di nome Elena, e aveva deciso di restare.
Quando lei era morta, dodici anni prima, quella casa era rimasta l’unico luogo in cui sentivamo ancora la sua presenza.
I miei ultimi mille e novantacinque giorni erano trascorsi dietro le sbarre.
Non ero finito in prigione per un errore giudiziario o per una congiura.
Durante una lite notturna avevo colpito un uomo, e la sua caduta gli aveva provocato ferite gravissime.
Avevo scontato la pena, ma continuavo a vergognarmi della persona che ero stato quella sera.
Papà non aveva mai tentato di cancellare ciò che avevo fatto.
Mi diceva soltanto che assumersi la responsabilità di un gesto era il primo passo per non ripeterlo.
All’inizio mi visitava ogni mese.
Si sedeva davanti a me, con le mani grandi appoggiate sul tavolo, e mi raccontava del mare, dei vicini e delle piantine che non riusciva a far crescere.
Poi le visite erano diventate rare.
Le sue lettere si erano interrotte del tutto.
Io avevo pensato che la vergogna, alla fine, lo avesse stancato.
Avevo continuato a scrivergli lo stesso.
Il giorno della scarcerazione avevo in tasca pochi soldi, un biglietto del treno e una fotografia scolorita di noi due sulla spiaggia.
Non avevo chiamato a casa.
Volevo comparire davanti a lui senza preavviso e dirgli la frase che avevo preparato per tre anni: «Papà, sono tornato e non scapperò più dalle mie responsabilità».
Quando arrivai davanti al cancello, capii subito che qualcosa non andava.
La ringhiera del portico era stata ridipinta.
Nel giardino crescevano piante che non conoscevo.
Persino la porta azzurra, alla quale papà teneva tanto, era scomparsa sotto una vernice grigio scuro.
La casa aveva lo stesso odore salmastro del quartiere, eppure sembrava appartenere a una famiglia estranea.
Sul citofono era rimasto soltanto il cognome Hayes.
Bussai.
Sentii dei passi misurati e il rumore di una serratura.
Sharon apparve sulla soglia con una camicia di seta chiara e un’espressione gelida.
Era entrata nella nostra vita sei anni dopo la morte di mia madre.
Con mio padre sapeva mostrarsi premurosa; con me aveva sempre parlato come a un ospite tollerato.
«Guarda chi hanno fatto uscire», disse, senza nemmeno fingere un sorriso.
Deglutii.
«Dov’è mio padre?»
Lei guardò oltre la mia spalla, come se temesse che qualcuno ci vedesse.
Passarono alcuni secondi prima che rispondesse.
«È morto un anno fa.»
Mi mancò il respiro.
Per un momento credetti di avere capito male la sua pronuncia italiana, ancora segnata dall’accento americano.
«Che cosa hai detto?»
«Franklin è morto, Daniel.»
La fotografia che tenevo nella tasca interna della giacca sembrò diventare pesantissima.
«Mio padre è morto? Perché nessuno me l’ha detto?»
Sharon sollevò appena le spalle.
«Eri in prigione. Che cosa volevi, un biglietto di condoglianze?»
La fissai, aspettando che correggesse quella crudeltà.
Non lo fece.
Pensai alle mattine in cui mi ero alzato con la certezza che, fuori, almeno una persona mi stesse aspettando.
Pensai alle lettere senza risposta e a quanto facilmente avevo trasformato il silenzio di papà in una condanna contro me stesso.
«Quando è successo?» domandai.
«Lo scorso anno. È stato malato.»
«In quale ospedale? Chi era con lui?»
«Non devi interrogarmi sulla mia vita.»
Feci un passo verso la soglia, senza oltrepassarla.
Alle sue spalle intravidi il soggiorno.
La poltrona di pelle di mio padre non c’era più.
Erano sparite le fotografie di famiglia, compresa quella del matrimonio con mia madre.
Al suo posto, sopra il camino, pendeva uno specchio enorme.
Non vedevo quasi nulla che dimostrasse che Franklin Hayes avesse vissuto lì.
«Voglio vedere la sua stanza», dissi.
«Non c’è niente da vedere.»
«Almeno dimmi dove lo avete sepolto.»
«A Staglieno, come tutti. Adesso basta.»
Non risposi subito.
Le mani mi tremavano, ma non volevo offrirle un altro motivo per chiamarmi pericoloso.
Sapevo fin troppo bene quanto una reazione impulsiva potesse rovinare una vita.
«Sharon, è mio padre.»
Per un istante i suoi occhi cambiarono.
Non vi lessi dolore.
Mi parve paura, ma allora non riuscii a darle un nome.
«Questa non è più casa tua», sussurrò.
Poi mi sbatté la porta in faccia.
Restai sul gradino finché una vicina aprì la finestra dall’altro lato della strada.
Non le chiesi nulla.
La vergogna di essere tornato con un borsone e di non avere nemmeno un posto dove posarlo mi trattenne dal chiamare qualcuno.
Mi incamminai verso la fermata dell’autobus con la fotografia stretta in mano.
Quello stesso pomeriggio raggiunsi il cimitero monumentale di Staglieno.
Percorsi i viali tra cappelle, lapidi e statue, cercando il cognome Hayes sulle indicazioni.
Non sapevo nemmeno in quale settore guardare.
Mi sembrava impossibile che un figlio dovesse cercare la tomba di suo padre come uno sconosciuto.
Vicino a un’aiuola trovai un anziano addetto che rastrellava le foglie.
Aveva il berretto consumato e mani segnate da una vita di lavoro.
«Mi scusi, signore. Cerco Franklin Hayes. Era mio padre.»
L’uomo smise immediatamente di lavorare.
Mi studiò il viso, poi abbassò gli occhi sulla fotografia che tenevo tra le dita.
«Tu sei Daniel?» chiese.
Sentii il sangue gelarsi.
«Come fa a conoscere il mio nome?»
L’anziano posò il rastrello contro il muretto e guardò verso il vialetto deserto.
«Non cercarlo qui», mormorò.
«Che cosa significa?»
Si avvicinò tanto che potei sentire il profumo del tabacco sulla sua giacca.
La sua voce divenne un sussurro.
«Tuo padre non è sepolto qui.»
Rimasi paralizzato.
Se Franklin Hayes era davvero morto un anno prima, dov’era il suo corpo?
E soprattutto, perché Sharon si era affrettata tanto a impedirmi di fare domande?
Per scoprire che cosa nascondeva Sharon, continua con la Parte 2.













