«Se lei non parla, non ci sposiamo!»
Non avevo mai alzato la voce davanti alla famiglia di Riccardo. Quella sera, in un ristorante affacciato sul lungomare di Bari, lo feci davanti a trentadue persone. E non per difendere me stessa.
Anita, mia figlia di nove anni, era rimasta accanto al tavolo principale con un foglio ripiegato fra le dita. Indossava un vestito azzurro e scarpe bianche che aveva lucidato da sola. Da una settimana provava davanti allo specchio il brindisi che voleva leggere alla nostra festa di fidanzamento.
Riccardo le aveva appena tolto il microfono.
«Non adesso, Anita», aveva detto, abbastanza forte perché sentissero anche i tavoli vicini.
Lei non aveva protestato. Aveva soltanto guardato me, cercando di capire che cosa avesse fatto di sbagliato.
Feci un passo verso Riccardo e ripresi il microfono dalla sua mano.
«Se lei non parla, non ci sposiamo», ripetei, questa volta senza gridare.
Riccardo mi fissò. Aveva trentanove anni, una calma che ammiravo e una capacità quasi dolorosa di evitare i conflitti con sua madre. Fino a quel momento avevo creduto che quella debolezza riguardasse soltanto le scelte innocue: il ristorante, gli inviti, il colore dei fiori.
«Elena, non fare una scenata», sussurrò.
«Una scenata? Hai tolto il microfono a una bambina.»
Sua madre Eleonora, seduta al centro del tavolo principale, appoggiò lentamente il bicchiere. Il tintinnio contro il piattino mi sembrò più forte della musica.
«È una serata importante per voi due», disse. «Non dobbiamo trasformarla in qualcos’altro.»
Conoscevo quel tono. Da quando Riccardo mi aveva chiesto di sposarlo, Eleonora aveva parlato della nostra futura famiglia come se fossimo soltanto io e suo figlio. Anita compariva nelle frasi soltanto quando bisognava organizzare chi l’avrebbe accompagnata a casa o con chi sarebbe rimasta durante le fotografie.
Io correggevo ogni volta. Riccardo mi stringeva la mano sotto il tavolo e prometteva che avremmo sistemato tutto.
Ci eravamo conosciuti due anni prima, a una cena fra amici. Non gli avevo nascosto niente: il padre biologico di Anita aveva smesso di farsi vedere quando lei era piccola, e io non cercavo un uomo che fingesse di essere qualcuno che non era. Cercavo rispetto, soprattutto per lei.
Riccardo, all’inizio, era stato attento. Aveva imparato a prepararle la merenda senza mettere le fragole, che lei detestava. Si era seduto sul pavimento per aiutarla a costruire una città di cartone. Quando Anita aveva bucato la ruota della bicicletta, lui l’aveva accompagnata a farla riparare, lasciando che fosse lei a spiegare il problema.
Non le aveva mai chiesto di chiamarlo papà. Ne ero stata contenta. Quel nome, le avevo detto, apparteneva soltanto a lei.
Per questo il foglio che stringeva quella sera mi aveva commossa ancora prima di leggerlo. Era la prima volta che Anita chiedeva di parlare davanti a tutti. Aveva cancellato e riscritto il discorso almeno quattro volte.
«È solo un brindisi», dissi a Eleonora. «Dura un minuto.»
«Quella bambina è molto sensibile», rispose lei. «Potrebbe mettersi a piangere. Non è il caso.»
Sentii Anita muoversi dietro di me. Stava cercando di nascondere il foglio nella tasca troppo piccola del vestito.
«Non piangerò», mormorò.
Riccardo si chinò appena verso di lei, senza guardarla negli occhi.
«Anita, siediti con tua nonna Daniela. Dopo mangiamo la torta.»
Daniela, mia madre, era all’altro capo della sala. L’avevo vista alzarsi già al primo rifiuto. Adesso aspettava, immobile, pronta a raggiungere sua nipote.
«Perché deve sedersi?» chiesi a Riccardo. «L’avevi sentita provare il discorso ieri. Le avevi detto che era bellissimo.»
Lui gettò un’occhiata ai suoi genitori. Una sola, ma bastò a farmi capire chi stesse cercando di rassicurare.
«Non rendiamo tutto complicato», disse.
«È complicato soltanto perché la stai escludendo.»
Riccardo allargò le braccia. Per un istante riconobbi l’espressione paziente che usava quando pensava di essere l’unico adulto ragionevole nella stanza.
«Elena, io ti amo. Ma Anita non è mia figlia.»
Nessuno parlò. Nemmeno Eleonora.
Anita abbassò la testa. Il foglio le sfuggì dalle dita e scivolò sul pavimento, vicino alle mie scarpe. Mi inginocchiai per raccoglierlo, più per stare alla sua altezza che per salvare quelle pagine.
«Guardami», le dissi piano. «Non hai fatto niente di male.»
Aveva il labbro inferiore stretto fra i denti. Cercava di non piangere proprio come aveva promesso.
Aprii il foglio. C’erano frasi corte, scritte con la sua calligrafia ancora incerta. Ringraziava Daniela per i pranzi dopo scuola. Ringraziava me per le sere in cui le leggevo un capitolo in più. Poi cominciava una frase dedicata a Riccardo.
Sopra la parola «Riccardo», cancellata con cura, Anita aveva scritto in grandi lettere: «Papà».
Il rumore dei piatti, le sedie, il mare oltre le finestre: tutto sembrò allontanarsi.
Mi voltai verso di lui. Aveva visto il foglio? Sapeva quale parola Anita aveva scelto? E, soprattutto, perché la bambina aveva osato scriverla proprio quella sera?
Riccardo fece un passo avanti.
«Elena, dammi il microfono. Possiamo parlarne a casa.»
Lo tenni lontano da lui e aiutai Anita ad alzarsi.
«Non le chiederai di vergognarsi di quello che prova», dissi.
Anita guardò Riccardo. La sua voce era così bassa che dovetti avvicinare il microfono, ma ogni parola arrivò fino all’ultimo tavolo.
«Ieri mi avevi detto che potevo chiamarti papà.»













