Mio figlio era dietro il palco con un sacco nero della spazzatura in mano quando sentii pronunciare il nome di mia figliastra.
Dalla sala arrivò un applauso lungo, convinto, mentre lui si chinava a raccogliere i bicchieri lasciati dagli ospiti.
Aveva sedici anni e teneva gli occhi bassi come se fosse proprio quello il posto che gli spettava.
Ero tornata a Padova con un giorno di anticipo, senza avvisare nessuno.
Non per sorprendere mio marito, ma perché avevo promesso a Nico che, prima o poi, sarei stata presente a una delle iniziative del laboratorio in cui passava tanti pomeriggi.
Quella sera avevo visto il manifesto del premio Trame Urbane sul telefono e avevo deciso di entrare.
Mi chiamo Serena Pavan, ho quarantacinque anni e lavoro come tecnica del suono per una compagnia teatrale che viaggia fra le città italiane.
Il mio mestiere è fatto di valigie, prove che finiscono dopo mezzanotte e telefonate durante le quali si dice sempre che mancano pochi giorni al ritorno.
Per anni avevo creduto che la regolarità dei bonifici e delle chiamate potesse compensare ogni assenza.
Il padre di Nico, Enrico, era morto quando nostro figlio aveva nove anni.
Due anni dopo avevo sposato Riccardo Bruni, che dirigeva Carta Viva, un’associazione con un piccolo laboratorio di stampa e progetti creativi per ragazzi.
Riccardo aveva una figlia, Viola, di diciassette anni, e mi era parso un uomo capace di tenere insieme due famiglie senza chiedere a nessuno di rinunciare alla propria.
Avevo sbagliato a giudicare almeno una parte di quell’equilibrio.
Quella sera ancora non sapevo quanto.
«Nico?»
Lui sollevò la testa e mi guardò senza sorridere.
Si lasciò scivolare il sacco fino al pavimento e fece un passo indietro.
«Mamma. Perché sei qui?»
Non era una domanda felice.
Sembrava la voce di qualcuno sorpreso durante un’infrazione.
«Sono venuta a vederti. Credevo che partecipassi anche tu.»
«Io aiuto dietro.»
Portava una maglietta troppo sottile per il freddo di ottobre e un cartellino con scritto SUPPORTO TECNICO.
Aveva una piccola abrasione sulla base del pollice e due dita fasciate con nastro di carta.
Quando gli chiesi che cosa fosse successo, nascose la mano dietro la schiena.
«La taglierina. Non è niente.»
Conoscevo quel tono.
Era quello che usava da bambino quando rompeva un bicchiere e cercava di proteggermi dalla delusione.
Ma allora veniva a cercarmi subito dopo.
Adesso guardava di continuo verso la porta del corridoio.
Dall’altra parte del tendone rosso la presentatrice annunciò il progetto vincitore: una mappa disegnata a mano delle panchine, degli alberi e dei percorsi ombreggiati della città.
Si chiamava Le Strade in Cui Restare.
Sul grande schermo apparve una tavola color ruggine e blu.
Mi fermai.
In basso a sinistra, vicino al disegno di un tram, c’era un piccolo uccello tracciato con tre righe sbilenche.
Era una firma privata, un gioco inventato anni prima da Enrico e Nico.
Padre e figlio la mettevano sui biglietti lasciati in cucina, per dire senza parole: ci sono passato io.
«Quel disegno è tuo», dissi.
Nico strinse le labbra.
«Non qui, mamma.»
Sul palco salì Viola in un completo color crema.
Riccardo le mise una mano sulla spalla mentre la sala applaudiva.
Sul pannello luminoso lessi: AUTRICE, VIOLA BRUNI.
La presentatrice spiegò che la Fondazione Lume avrebbe sostenuto con ventiquattromila euro la realizzazione del progetto attraverso Carta Viva, dopo le verifiche previste dal bando.
Riccardo chinò la testa come un uomo commosso.
Io guardai mio figlio, che cercava di spingere il sacco dietro una quinta per non farsi vedere.
«Nico, guardami.»
Lui obbedì soltanto per un momento.
«Quei disegni li hai fatti tu?»
«Ho aiutato.»
«Quanto?»
«Mamma, per favore.»
Non mi rispose più.
Non perché non avesse parole, ma perché vide qualcuno arrivare alle mie spalle.
«Serena! Che sorpresa meravigliosa.»
Riccardo avanzò con il sorriso pronto per le fotografie.
Mi baciò sulla guancia e posò immediatamente una mano sul cartellino di Nico.
«Nostro figlio si sta facendo le ossa. La gavetta insegna più di mille complimenti.»
«E non può assistere alla premiazione?»
«Ha scelto lui di rendersi utile.»
Nico non confermò.
Invece raccolse il sacco e si allontanò lungo il corridoio, come se fosse stato richiamato da una sirena che io non riuscivo a sentire.
Riccardo parlò della serata, dei finanziatori e della fortuna di avere una ragazza brillante come Viola.
Io continuavo a fissare il segno dell’uccello sullo schermo.
Non poteva essere una coincidenza, anche se mi sarebbe piaciuto crederlo.
Quando la sala cominciò a svuotarsi, raggiunsi la zona delle attrezzature.
Nico aveva lasciato il cartellino sopra una cassa, accanto a una bottiglietta d’acqua quasi vuota e a un quaderno chiuso con uno spago.
Lo riconobbi dalla copertina grigia, ricucita sul dorso con del filo verde.
«Non toccarlo.»
La voce di mio figlio arrivò da dietro uno scaffale.
Non era arrabbiato con me.
Aveva paura di quello che sarebbe accaduto se qualcun altro avesse visto quel quaderno nelle mie mani.
«È tuo, Nico.»
«Non più. Dice che adesso appartiene al laboratorio.»
«Chi lo dice?»
Lui abbassò lo sguardo sul pavimento.
«Riccardo.»
Gli chiesi se volesse tornare a casa con me.
Mi disse che non poteva, perché prima doveva finire l’inventario dei materiali e chiudere le presse.
Avevo davanti mio figlio, non un dipendente, eppure parlava come se qualcuno potesse trattenerlo lì a piacimento.
Presi il quaderno soltanto quando lui me lo mise tra le mani.
Fra le pagine scivolò un foglio ripiegato quattro volte.
Era una dichiarazione di autorizzazione al lavoro dei minori nell’ambito delle attività associative, stampata sulla carta intestata di Carta Viva.
Non ne compresi subito ogni riga.
Compresi però la firma in fondo.
C’era scritto Serena Pavan, con un tratto ampio e inclinato verso destra.
Era il mio nome.
E io quel foglio non l’avevo mai visto.
La parte che mi terrorizzò non fu la firma falsa, ma il modo in cui Nico guardò la porta quando gli domandai quante altre carte esistessero.
«Ce n’è una cartellina intera», sussurrò. «E lui non vuole che tu la trovi.»
Per capire perché qualcuno avesse bisogno di falsificare il mio consenso, continua con la Parte 2.













