Paolo Carli arrivò all’appuntamento con dieci minuti d’anticipo.
Evelina lo riconobbe attraverso il vetro del piccolo bar scelto da lei, vicino ai giardini pubblici.
I capelli erano diventati quasi bianchi e il viso aveva rughe che non appartenevano ai suoi ricordi.
Ma il modo in cui teneva le mani attorno a una tazzina era rimasto lo stesso.
Da bambina aveva visto quelle mani mescolare il caffè prima di controllare le carte da gioco.
Per qualche secondo considerò l’idea di andarsene.
Nessuno le avrebbe potuto rimproverare quella decisione.
Poi ricordò la lettera e la domanda che non l’aveva lasciata dormire.
Entrò.
Paolo si alzò troppo in fretta.
«Evelina.»
«Siediti.»
Lui obbedì.
Non tentò di abbracciarla.
La distanza fra le sedie restò quella che lei aveva scelto.
«Teresa mi ha detto che hai parlato con gli investigatori», cominciò Evelina.
«Ho consegnato le copie dei registri che conservavo. Anche gli originali, per quanto ne avevo ancora.»
«Non sono qui per i registri.»
Paolo abbassò lo sguardo.
«Lo so.»
Evelina sentiva da quindici anni un rimprovero crescere dentro di sé.
Adesso, davanti a quell’uomo che respirava davvero, non uscì un grido.
Uscì una domanda piccola.
«Perché non sei venuto al mio diciottesimo compleanno?»
Paolo rimase immobile.
«Sapevi dove vivevo», continuò lei.
«Teresa mi ha detto che avresti potuto cercarmi. Avevi sei anni per decidere di tornare prima che diventassi maggiorenne. Poi ne hai avuti altri nove.»
«Pensavo che mi avresti odiato.»
«Mi hai lasciato senza neppure la possibilità di scegliere.»
Paolo annuì.
Non parlò di uomini armati, di sacrifici segreti o di una malattia che gli avesse impedito di telefonare.
Raccontò di essere partito spaventato, di aver cambiato città e mestiere e di essersi convinto che ogni mese trascorso rendesse il ritorno più difficile.
In Liguria aveva riparato motori di barche e dormito per anni in una stanza in affitto.
Quando finalmente aveva trovato una vita stabile, l’aveva usata come scusa per non disturbare quella della figlia.
«La verità», disse, «è che non ho avuto il coraggio di guardarti negli occhi.»
Evelina abbassò il cucchiaino sul piattino.
«Il tuo coraggio non avrebbe dovuto costarmi tutta l’infanzia.»
Paolo pianse in silenzio.
Lei lo guardò senza correre a consolarlo.
Aveva consolato troppe volte persone che le avevano chiesto di capire prima ancora di assumersi le proprie responsabilità.
Questa volta non lo avrebbe fatto.
«Ti ho portato qualcosa», mormorò lui.
Estrasse una fotografia recente della piccola officina in cui lavorava.
Non c’erano fiori né regali costosi.
Soltanto una porta azzurra, due biciclette appoggiate a un muro e una targa con il suo cognome.
«Perché?» chiese Evelina.
«Perché tu sappia dove trovarmi, anche se deciderai di non cercarmi mai.»
Evelina prese la fotografia.
Non promise niente.
Per il momento bastava sapere che quella porta esisteva.
Prima di andarsene gli fece una domanda sulla sera del deposito.
Paolo confermò che Arturo Valli gli aveva ordinato di modificare i registri di trasporto.
Quando Paolo aveva minacciato di denunciare le irregolarità, Arturo aveva fatto il nome della figlia e della zia che la ospitava.
Non era un’esenzione dalla sua colpa, spiegò Paolo, ma era il motivo per cui quella notte era andato via in preda al panico.
«Lorenzo lo sapeva?»
«Sentì la discussione finire, non ciò che Arturo mi disse prima. Non posso attribuirgli parole che non ha ascoltato.»
Evelina apprezzò quella distinzione.
Era la prima forma concreta di responsabilità che vedeva in suo padre.
Nei giorni successivi l’indagine si allargò.
Gli investigatori acquisirono filmati delle aree comuni del palazzo e identificarono, attraverso ulteriori verifiche, il veicolo usato dagli uomini entrati dalla zona di servizio.
Il responsabile della sicurezza riferì che la telecamera nord era stata esclusa pochi minuti prima dell’aggressione.
Il materiale di Gilberto permetteva di ricostruire chi avesse chiesto quell’interruzione e quando fosse stato effettuato il pagamento.
Non bastava ancora a stabilire tutte le responsabilità, ma la versione di un innocuo incontro riservato diventava sempre meno credibile.
Celeste, assistita da un avvocato, negò ogni coinvolgimento nell’aggressione.
Sostenne che il messaggio sul telefono fosse stato frainteso e che l’espressione «squadra di pulizia» riguardasse personale addetto a un allestimento privato.
Evelina non replicò attraverso i giornali.
Aveva raccontato ciò che aveva visto a chi poteva verificarlo.
Non voleva trasformare la propria vita in un processo combattuto a colpi di dichiarazioni pubbliche.
Al ristorante, intanto, i turni di Evelina furono sospesi in attesa di chiarimenti interni.
Il direttore le comunicò che avrebbe ricevuto informazioni scritte sui pagamenti dovuti.
Lei chiese assistenza a uno sportello di tutela dei lavoratori per comprendere i propri diritti.
L’affitto restava imminente.
Con fatica accettò un piccolo prestito dalla vicina, la signora Bice, annotando su un foglio le date in cui lo avrebbe restituito.
Non desiderava che un favore diventasse un altro debito senza confini.
Bice non le domandò perché fosse finita sui giornali e non fece domande sui Moretti.
Le disse soltanto di non rinunciare alle proprie ragioni per la vergogna di avere bisogno di aiuto.
Evelina si commosse più di quanto avrebbe voluto.
Per anni aveva confuso l’indipendenza con il dover risolvere ogni problema da sola.
Accettare una mano tesa, con regole chiare, non significava cedere a qualcuno la propria libertà.
Lorenzo la chiamò una sola volta.
«Posso aiutarti con il denaro», disse.
«Non ho salvato la tua vita per diventare una persona a cui puoi fare un bonifico.»
«Non volevo offenderti.»
«Allora dammi qualcosa di diverso. Se possiedi documenti utili, consegnali. Anche quelli che non ti fanno fare bella figura.»
Lorenzo non rispose subito.
«Ci sono atti che potrebbero compromettere anche me.»
«Non ti ho chiesto di essere innocente. Ti ho chiesto di non nascondere.»
Il giorno dopo Martina Serra le comunicò che Lorenzo aveva messo a disposizione degli investigatori la documentazione contabile relativa alla nuova alleanza con i Valli.
Tra quei documenti, però, compariva qualcosa che nessuno aveva ancora spiegato.
Due trasferimenti sospetti erano stati autorizzati attraverso una delega firmata proprio da Lorenzo, molto prima del fidanzamento ufficiale.
Evelina fissò il suo nome in fondo al foglio.
Aveva rischiato tutto per impedire che quell’uomo morisse.
Ora doveva scoprire quanto fosse disposto a perdere per dire la verità.
Per capire perché la firma di Lorenzo compariva nei documenti dei Valli, continua con la Parte 6.













