Lo studio di Teresa Galli si trovava al secondo piano di un edificio vicino a Porta Venezia.
Non aveva marmi né guardie all’ingresso.
C’erano una piccola sala d’attesa, piante che qualcuno annaffiava con cura e un orologio che segnava i secondi troppo forte.
Evelina arrivò da sola.
Aveva rifiutato l’automobile proposta da Lorenzo e informato la poliziotta del proprio appuntamento.
Dopo la sera precedente, desiderava scegliere almeno il modo in cui sarebbe entrata in quella stanza.
Teresa Galli aveva capelli grigi raccolti dietro la nuca e una voce ferma.
Le chiese un documento d’identità, poi posò una busta blu sulla scrivania.
Sul retro c’erano la data di quindici anni prima, il nome di Paolo Carli e una scritta a mano.
Era la stessa frase che Evelina aveva letto al telefono.
«Perché non mi avete cercata?» domandò prima ancora di sedersi.
«Tuo padre mi diede un’istruzione precisa», rispose Teresa.
«Avrei potuto consegnare la lettera soltanto se fossi stata tu a domandarmi di lui. Allora eri minorenne e poi non ti ho più incontrata. Oggi capisco quanto quella scelta sia stata ingiusta verso di te.»
«Poteva scegliere diversamente.»
«Sì.»
Teresa non cercò di difendersi.
Spinse soltanto la busta verso di lei.
La carta era ruvida, appena ingiallita lungo la chiusura.
Evelina la aprì facendo attenzione a non strapparla.
Dentro trovò due fogli e una fotografia di famiglia.
La madre sorrideva davanti a una tavola apparecchiata.
Evelina, ancora bambina, teneva in mano una fetta di torta.
Paolo era dietro di loro, con gli occhi stanchi e il braccio sulle spalle della moglie.
La lettera cominciava senza saluti affettuosi.
«Ho perso denaro che non avevamo. Per recuperarlo ho accettato di registrare trasporti che non avrei dovuto firmare. Quando ho capito che non si trattava soltanto di soldi, avevo già messo altri in pericolo.»
Evelina continuò a leggere.
Paolo confessava di aver lavorato per una società collegata ad Arturo Valli.
Aveva annotato consegne inesistenti e autorizzato pagamenti verso fornitori che non aveva mai incontrato.
I suoi debiti erano stati usati per tenerlo in silenzio.
Poi, dopo la morte della moglie, aveva deciso di sottrarsi a quei ricatti.
Non aveva trovato il coraggio di presentarsi subito alle autorità.
Era partito.
Un’altra riga la costrinse a fermarsi.
«Non voglio che tu mi immagini un eroe costretto ad allontanarsi. Sono stato un uomo che ha avuto paura e ha lasciato sola sua figlia. Se un giorno vorrai cercarmi, non potrai farlo senza conoscere prima questa verità.»
Evelina posò il foglio.
Quante volte aveva desiderato scoprire una spiegazione limpida, capace di trasformare l’abbandono in un sacrificio?
La lettera non le concedeva quel conforto.
E proprio per questo le sembrò vera.
Sua zia le aveva ripetuto tante volte che Paolo era un egoista da dimenticare.
Evelina l’aveva odiata per quelle parole, poi si era odiata perché qualche volta le aveva pensate anche lei.
Adesso capiva che poteva ricordare un padre affettuoso e riconoscere, nello stesso tempo, che l’aveva abbandonata.
«È ancora vivo?» chiese.
Teresa inspirò lentamente.
«Ho ricevuto sue notizie negli ultimi mesi. Vive in Liguria. Non era irreperibile per la legge; aveva scelto di non contattarti. Gli ho chiesto più volte di farlo e ogni volta ha rimandato.»
Evelina si alzò.
Per un momento il pavimento le parve inclinarsi sotto i piedi.
Quindici anni di compleanni, lavori malpagati e bollette impilate in cucina si concentrarono in una sola parola.
Scelto.
Lui aveva scelto di lasciarla senza notizie.
«E adesso?»
«Ieri, dopo aver saputo dell’aggressione al ristorante, mi ha chiamata. È disposto a parlarti e a consegnare alle autorità ciò che conserva. Ma non sei obbligata a incontrarlo.»
«Non voglio che usi me per trattare con i Moretti.»
«Glielo dirò.»
Teresa le mostrò una seconda pagina, allegata alla lettera originale.
Conteneva nomi di società, numeri di fatture e una nota su un registro conservato allora da Paolo.
Non provava da sola ciò che era successo al ristorante.
Poteva però aiutare gli investigatori a verificare il legame economico tra quelle aziende e Arturo Valli.
Evelina chiese di farne esaminare una copia dagli agenti, lasciando l’originale custodito presso lo studio.
Prima di uscire, domandò a Teresa se potesse tenere la fotografia.
«È tua», disse la donna.
Evelina la ripose nella borsa senza guardarla ancora.
Non era pronta a portare quel sorriso a casa.
Nel pomeriggio si presentò in commissariato per integrare la deposizione.
Gilberto era seduto nel corridoio, con le mani intrecciate sulle ginocchia.
Quando la vide, si alzò.
«Evelina, devo dirti una cosa.»
Lei si fermò a distanza.
«La dica prima agli agenti.»
«L’ho già fatto.»
Gilberto spiegò che Celeste aveva incaricato un intermediario di pagarlo per lasciare senza controllo una telecamera del corridoio nord.
La somma avrebbe coperto alcuni debiti contratti per salvare il suo piccolo ristorante di famiglia, chiuso l’anno precedente.
Lui aveva creduto alla storia di un incontro riservato che non doveva essere ripreso.
Non aveva voluto chiedere altro.
«Mi sono detto che non era affar mio», confessò.
«Poi ho visto quell’uomo a terra.»
Evelina ricordò la mano tesa verso il tovagliolino.
«E se glielo avessi consegnato?»
«Probabilmente lo avrei distrutto.»
Quella risposta non lasciò spazio a un perdono facile.
Gilberto aggiunse di aver conservato il messaggio con cui gli era stato ordinato di disattivare la telecamera e la ricevuta del bonifico.
Aveva consegnato entrambi agli investigatori e accettato di rispondere delle proprie responsabilità.
La poliziotta confermò soltanto che il materiale sarebbe stato verificato.
Non diede a Evelina false certezze su arresti o condanne imminenti.
Era un sollievo sapere che la sua testimonianza non era più l’unico elemento su cui lavorare.
Quella sera Teresa la richiamò.
Paolo aveva accettato di parlare prima con gli inquirenti e poi, se lei lo desiderava, di incontrarla senza avvocati, promesse o richieste.
Evelina guardò la fotografia rimasta sul tavolo del monolocale.
«Gli dica che verrò», rispose.
«Ma che non deve chiamarmi figlia come se fossero passati soltanto cinque minuti.»
Teresa tacque per un istante.
«Glielo riferirò esattamente.»
Evelina non sapeva se avrebbe trovato un padre, un estraneo o soltanto l’uomo che le aveva scritto quella lettera.
Sapeva però che sarebbe entrata nella stanza con le proprie domande, non con la storia preparata da qualcun altro.
Per seguire l’incontro che Evelina aveva aspettato quindici anni, continua con la Parte 5.













