Evelina strinse il tovagliolino nel pugno.
Per un istante pensò di inventare una scusa, ma Gilberto guardava già l’orologio sopra il bancone.
Aveva il colletto umido di sudore e continuava a muovere una chiave tra le dita.
Non sembrava arrabbiato per la macchia di vino.
Sembrava terrorizzato da qualcosa che doveva ancora accadere.
«Ho sbagliato un ordine», rispose lei.
«Lo stavo riscrivendo.»
«Fammi vedere.»
Gilberto allungò la mano.
Evelina arretrò fino al carrello delle posate.
«È soltanto un appunto.»
«Allora non avrai problemi a darmelo.»
Il suo sguardo scivolò verso la porta della cucina.
Un uomo con una giacca chiara vi era appena comparso, benché nessuno del personale lo avesse chiamato.
Non portava il distintivo dell’impresa che puliva abitualmente il ristorante.
Guardò Gilberto e ricevette in risposta un impercettibile cenno della testa.
Evelina capì che non aveva il tempo di convincere il responsabile.
Spinse nel contenitore dei vetri una bottiglia vuota appoggiata accanto al carrello, mentre posava quella del vino sul ripiano.
Il rumore fece voltare l’uomo in giacca chiara.
Nello stesso istante lei prese dal carrello un vassoio di piattini e si infilò nello spazio tra due camerieri.
«Evelina, torna qui!»
Non corse.
Correre avrebbe attirato gli sguardi di tutti.
Attraversò la sala con la calma artificiale che aveva imparato durante le serate più difficili.
Il tovagliolino era nascosto sotto il piattino destinato a Lorenzo.
Il suo orologio segnava le 20:52.
Celeste stava parlando di una villa sul lago.
Lorenzo ascoltava senza sorridere.
L’uomo seduto alla sua sinistra, che Evelina aveva sentito chiamare Andrea, osservò subito le mani della cameriera.
«Un altro inconveniente?» chiese Celeste.
«Ho portato un piattino pulito, signora.»
Evelina posò il piattino accanto al bicchiere di Lorenzo.
Con il pollice fece scivolare il tovagliolino piegato contro il bordo interno.
Era un gesto minuscolo, coperto dal vassoio.
Poi abbassò gli occhi e si allontanò di mezzo passo.
Lorenzo non toccò subito il tovagliolino.
Continuò a guardare Celeste mentre lei descriveva la festa di nozze.
Soltanto quando la donna si voltò verso Andrea, raccolse la carta come se volesse asciugarsi le dita.
La aprì sotto il tavolo.
Evelina vide cambiare qualcosa nel suo volto.
Non paura.
Una concentrazione improvvisa, dura, che gli immobilizzò la mascella.
Lorenzo ripiegò il messaggio e lo infilò nella tasca interna della giacca.
«Andrea», disse tranquillamente, «chiedi alla direzione di verificare l’ascensore ovest.»
Andrea parve sorpreso.
«Adesso?»
«Adesso.»
Celeste inclinò la testa.
«C’è un problema?»
«Spero di no.»
Le dita di Celeste tornarono sulla pochette.
Evelina intravide il telefono illuminarsi, ma questa volta non poteva leggere lo schermo.
Il sorriso della donna scomparve per una frazione di secondo.
Le 20:53.
Gilberto avanzava tra i tavoli.
Dietro di lui camminava l’uomo in giacca chiara, fingendo di controllare una porta di servizio.
Evelina si fermò accanto alla vetrata, senza sapere se Lorenzo avesse creduto a una cameriera sconosciuta.
Lui sollevò appena il bicchiere.
«Signorina Carli, mi accompagna un momento?»
Celeste posò la mano sul braccio del fidanzato.
«Perché lei?»
«Ha rovesciato il vino», rispose Lorenzo.
«Voglio parlare con chi ne è responsabile.»
Il tono era sufficientemente freddo da sembrare una lamentela.
Evelina lo seguì oltre una colonna, a pochi metri dal tavolo.
Andrea si mise tra loro e la sala, fingendo di cercare qualcosa al telefono.
«Hai visto davvero quel messaggio?» chiese Lorenzo a voce bassissima.
«Sulla pochette della sua fidanzata.»
«Hai aggiunto qualcosa che non c’era?»
«No.»
«Chi altro sa del tovagliolino?»
Evelina esitò.
«Gilberto ha cercato di prenderlo.»
Lorenzo guardò verso il responsabile.
Gilberto distolse immediatamente gli occhi.
«Ascoltami bene», disse Lorenzo.
«Tra poco sentirai Andrea chiedere al personale di accompagnare gli ospiti nelle scale ovest. Tu resterai con gli altri camerieri. Non andare a controllare il corridoio nord.»
«E lei?»
«Ho già chiesto aiuto.»
Non era una rassicurazione sufficiente.
Tuttavia Evelina riconobbe nell’ultima frase una decisione presa, non una promessa fatta per calmarla.
Dall’altro lato della sala Celeste si alzò.
«Lorenzo, dobbiamo andare», annunciò.
«L’autista ci aspetta all’uscita di servizio.»
L’orologio segnò le 20:54.
Lorenzo rientrò al tavolo.
«L’autista può aspettare.»
«Non è prudente cambiare programma all’ultimo momento.»
«Chi ha detto che sto cambiando programma?»
Celeste rimase immobile.
Poi sorrise di nuovo, ma il suo sorriso non raggiunse gli occhi.
Andrea fece un cenno al direttore dell’edificio, arrivato attraverso l’ascensore ovest.
Due dipendenti iniziarono a guidare discretamente i clienti verso il corridoio opposto, parlando di un controllo tecnico.
Qualcuno protestò per il conto non ancora saldato.
Nessuno immaginava la ragione di quell’improvvisa interruzione della cena.
Alle 20:55 si udì uno schianto metallico dalla zona nord.
Non fu un’esplosione.
Somigliò piuttosto a una porta pesante spinta contro il proprio fermo.
Subito dopo arrivò un grido soffocato.
Un cameriere lasciò cadere un vassoio.
Celeste si portò una mano alla bocca.
L’uomo in giacca chiara si precipitò verso il corridoio, ma Andrea gli sbarrò il passaggio.
«Fermo dove sei.»
«Sono della manutenzione.»
«Allora puoi aspettare la polizia.»
L’uomo fece un passo indietro.
Dal fondo della sala qualcuno gridò che un addetto alla sicurezza era stato trovato ferito accanto alla porta nord.
Lorenzo ordinò che venisse chiamata un’ambulanza e che nessuno si avvicinasse al luogo dell’aggressione.
Evelina vide gli ospiti allontanarsi tra sedie spostate e bicchieri abbandonati.
La paura le arrivò addosso soltanto allora.
Sentì una collega chiamare la centrale operativa dell’edificio per sapere dove far arrivare i soccorritori.
Nessuno aveva più tempo di occuparsi dell’abito costoso di Celeste o del vino rovesciato sulla tovaglia.
Un uomo che poco prima aveva protestato per il servizio adesso reggeva la porta perché una coppia anziana potesse uscire.
La trappola era reale.
E avrebbe potuto raggiungere anche persone che non avevano nulla a che fare con i Moretti.
Quando le porte dell’ascensore ovest si chiusero sugli ultimi clienti, Lorenzo si avvicinò a lei.
Aveva ancora il tovagliolino in tasca.
«Come ti chiami?»
«Evelina Carli.»
Lui impallidì appena.
Questa volta la sua espressione non ebbe nulla di impenetrabile.
«Carli», ripeté.
«Tuo padre si chiamava Paolo?»
Evelina sentì mancarsi il terreno sotto i piedi.
«Come fa a saperlo?»
Lorenzo guardò per un attimo la porta nord, poi tornò a fissarla.
«Perché quindici anni fa ero presente la sera in cui Paolo Carli sparì.»
E se Lorenzo conosceva davvero quella notte, Evelina doveva capire perché nessuno le avesse mai raccontato che cosa era successo a suo padre.
Per scoprire che cosa Lorenzo aveva visto, continua con la Parte 3.













