Lo schiaffo risuonò nella sala da ballo del Grand Atoria così forte che perfino il quartetto d’archi smise di suonare.
Agnese Ferri indietreggiò di un passo. Una mano le corse alla guancia, l’altra si posò d’istinto sul ventre. Era al settimo mese di gravidanza. Il vassoio le scivolò dalle dita e sei calici di champagne si frantumarono sul marmo.
Vanessa Bellini abbassò gli occhi sui vetri sparsi ai suoi piedi.
«Fantastico. Hai idea di quanto costa questo vestito?»
L’abito argento brillava sotto i lampadari. Vanessa era la figlia di Riccardo Bellini, un uomo che finanziava ospedali, musei e buona parte degli eventi mondani di Milano. Quella sera, gli invitati conoscevano tutti il suo cognome. Era proprio per questo che nessuno si mosse.
«Mi dispiace, signorina», mormorò Agnese.
«Certo che ti dispiace. Voi dite sempre così quando fate un danno.»
Agnese fissò il pavimento. Aveva bisogno di quel lavoro. Tra poco sarebbe nato suo figlio e, con l’affitto da pagare, non poteva permettersi una scenata davanti alla direzione.
«Pulisco subito.»
Si chinò con cautela, nonostante la fitta alla schiena. Vide la propria mano tremare mentre cercava un pezzo di cristallo abbastanza grande da raccogliere senza tagliarsi.
«Almeno una cosa sai farla», commentò Vanessa.
Qualcuno distolse lo sguardo. Un cameriere fece per avvicinarsi, ma si fermò quando Riccardo Bellini si voltò nella sua direzione. La musica non era ancora ripresa.
Fu allora che il tesserino di Agnese, staccatosi dall’uniforme durante la caduta, scivolò vicino a una scarpa nera perfettamente lucidata.
La scarpa non si spostò.
Agnese alzò la testa e riconobbe Matteo Romano.
Trentasette anni, proprietario di alberghi, società di trasporti e immobili di lusso. I giornali lo chiamavano imprenditore. Di certi suoi legami, invece, parlavano a bassa voce. Al Grand Atoria bastava la sua presenza perché anche gli uomini più importanti scegliessero con cura le parole.
Matteo osservò prima il volto arrossato di Agnese, poi i vetri a terra. Infine guardò Vanessa.
Senza una parola si inginocchiò e raccolse il tesserino.
Uno dei fotografi sollevò la macchina. Riccardo Bellini smise di conversare con gli ospiti al tavolo d’onore.
Matteo girò il cartellino tra le dita. La plastica era incrinata, ma il nome si leggeva benissimo.
AGNESE FERRI.
«Ti chiami Agnese?» domandò.
«Sì, signore.»
Lui la studiò per qualche secondo. Non con la curiosità di un cliente, ma come se una risposta attesa da anni fosse improvvisamente comparsa davanti a lui.
«Matteo», intervenne Vanessa con un sorriso nervoso, «se ti preoccupa la situazione, basta farla sostituire. Il direttore capirà.»
Matteo non le rispose. Un uomo della sicurezza gli porse una nuova clip. Lui fissò il tesserino all’uniforme di Agnese senza sfiorarle il ventre, poi si rialzò.
«Chiedile scusa.»
Vanessa sbatté le palpebre.
«Come, prego?»
«Hai capito.»
«Io non chiedo scusa alla servitù.»
«Hai dato uno schiaffo a una donna incinta.» La voce di Matteo era bassa, ma arrivò fino alle prime file di tavoli. «E l’unica cosa che ti preoccupa è il vestito?»
Riccardo avanzò di due passi.
«Matteo, non trasformiamo un incidente in uno spettacolo.»
«Non è stato un incidente», rispose Matteo, senza distogliere gli occhi da Vanessa.
Lei serrò la mascella. «Non sai nemmeno chi sia questa donna.»
Matteo tornò a guardare Agnese.
«È proprio qui che ti sbagli.»
Agnese sentì un nodo stringerle la gola. Era sicura di non averlo mai incontrato. Avrebbe ricordato un uomo come lui.
«La cerco da quasi otto anni.»
Nella sala qualcuno lasciò cadere una posata. Vanessa smise di sorridere.
«Otto anni fa», continuò Matteo, «mia sorella Isabella aveva diciassette anni. Ci fu un terribile incidente in autostrada, sotto la pioggia. Lei finì in ospedale, in condizioni gravissime. Dovevano operarla e serviva sangue compatibile. Il suo gruppo sanguigno è raro.»
Agnese non vide più i lampadari.
Vide invece un corridoio illuminato al neon. Una infermiera che parlava in fretta. Il freddo sulle braccia scoperte. Una ragazza su una barella, pallidissima, che cercava di non piangere.
«C’erano poche unità disponibili», disse Matteo. «L’ospedale chiamò i donatori compatibili. Tu rispondesti. Non chiedesti nulla in cambio e te ne andasti prima che la mia famiglia potesse ringraziarti.»
«Io…» Agnese si portò le dita alla bocca. «Non sapevo che fosse sua sorella.»
Per la prima volta, la voce di Matteo perse la sua sicurezza.
«È viva grazie anche a te.»
Dal lato dell’orchestra si fece avanti una giovane donna dai capelli scuri. Indossava un abito blu notte e aveva gli occhi pieni di lacrime.
Agnese la fissò. Erano gli stessi occhi terrorizzati che ricordava in ospedale, soltanto otto anni più grandi.
«Mi avevi stretto la mano», sussurrò Isabella Romano. «Mi avevi detto che sarebbe andato tutto bene.»
Agnese si coprì la bocca. Intorno a loro, nessuno osava interrompere quel momento.
Poi, oltre la spalla di Vanessa, Agnese vide Riccardo Bellini.
Non aveva più l’aria di un padre infastidito dal comportamento della figlia. Era immobile, il bicchiere serrato tra le dita, il volto improvvisamente pallido.
E mentre Matteo pronunciava ancora il nome di quell’incidente, Riccardo lo guardò con una paura che non sembrava avere niente a che fare con lo schiaffo.













