Il mattino seguente Anna riuscì a stare seduta senza l’aiuto dell’infermiera. Aveva ancora febbre, ma gli antibiotici cominciavano a fare effetto e i medici erano cautamente più fiduciosi. Sofia le mostrò il quaderno dei disegni: una casa gialla, tre finestre e una porta aperta. Anna sorrise soltanto per non far preoccupare la figlia.
Arturo portò una borsa con vestiti puliti e un paio di pantofole. Non si presentò con fiori enormi né con promesse di sistemare ogni cosa. Aveva capito che, dopo tanti anni, anche un gesto gentile poteva sembrare il tentativo di comprare un posto nella vita di Anna.
«Teresa ha detto che possiamo lasciare i bagagli da lei finché non decidi dove andare», spiegò. «La stanza al motel è pagata. Nessuno toccherà le tue cose senza il tuo consenso.»
Anna osservò le pantofole. «Mi hai sempre comprato qualcosa quando non sapevi come parlarmi.»
Arturo abbassò lo sguardo. Era vero. Prima dei saggi di danza le regalava un nastro nuovo, prima di un esame una piccola scatola di cioccolatini. Aveva creduto che bastasse a dire tutto quello che non riusciva a pronunciare.
«Stavolta provo a parlare», disse. «Mi dispiace di averti lasciata sola con tuo fratello. Non sapevo ciò che stava facendo, ma avrei dovuto cercare risposte anche fuori da ciò che mi raccontava.»
Anna rimase in silenzio per qualche momento. «Non sono andata via perché non ti volevo bene. Sono andata via perché pensavo che tu non ne volessi più a me.»
Per Arturo quelle parole furono più difficili da sopportare dell’accusa. Nessuno dei due aveva smesso di voler bene all’altro. Eppure erano bastate poche lettere negate e una paura coltivata con pazienza per separare intere stagioni della loro vita.
Sofia, seduta accanto alla finestra, chiese se poteva scendere a prendere dell’acqua con Teresa. Quando furono soli, Anna raccontò al padre una parte della propria vita che non aveva ancora nominato. Aveva insegnato danza per anni, poi si era trasferita a Ravenna. Sofia era nata da una relazione serena con un uomo di nome Paolo, morto di malattia tre anni prima. Da allora Anna aveva cresciuto la bambina contando ogni spesa, senza considerare l’aiuto della famiglia Valenti una possibilità reale.
«Non sapevo che fossi diventato nonno», disse Arturo.
«Io non sapevo se avrei avuto il coraggio di dirtelo.»
Non le chiese come avesse superato da sola i primi mesi dopo la nascita di Sofia. La domanda gli bruciava sulla lingua, ma capì che non era il momento di aggiungere un’altra prova da superare. Le domandò invece se Paolo avesse conosciuto la storia dell’anello.
«Sapeva che veniva da te. Quando Sofia è diventata grande abbastanza, le ho raccontato che mio padre me l’aveva dato perché ricordassi di essere amata. Non le ho raccontato il resto.»
Arturo si toccò la tasca, dove aveva custodito il gioiello in una bustina di stoffa. Avrebbe voluto restituirlo subito, ma Anna era troppo stanca. Decise di aspettare che fosse lei a chiederglielo.
A metà giornata Chiara Benedetti arrivò in negozio con una prima ricostruzione. Le verifiche disponibili indicavano che la società di consulenza era stata amministrata per anni da un soggetto estraneo alla famiglia e che, negli ultimi tempi, aveva avuto rapporti economici con un’impresa immobiliare nella quale Vittorio aveva interessi. Non dimostrava da sola un reato, precisò l’avvocata. Ma spiegava perché i pagamenti non si fossero fermati quando Anna aveva lasciato casa.
«Hai ancora accesso alle autorizzazioni bancarie?» chiese Chiara.
«Solo ad alcune. Pensavo che Vittorio avesse reso le attività autonome.»
«Allora interrompiamo qualsiasi operazione non verificata con i professionisti incaricati. E facciamo esaminare gli atti recenti, senza toccare i registri originali.»
Arturo la ascoltò. La sua prima reazione sarebbe stata correre da Vittorio, urlargli di restituire ogni euro e raccontargli tutto il dolore di Anna. Ma avrebbe dato al figlio il tempo di distruggere ciò che era ancora da chiarire. Scelse, per una volta, di agire con pazienza.
Nel pomeriggio Vittorio si presentò comunque in gioielleria. Indossava un cappotto scuro e lo stesso profumo che Arturo gli regalava a Natale. Si fermò davanti al banco, vide il commesso e gli ordinò di lasciarli soli.
«Qui gli ordini li do io», disse Arturo. «Se devi parlarmi, possiamo farlo davanti a lui o andare nel mio ufficio.»
Vittorio esitò. Scelse l’ufficio. Rimase in piedi, le mani sulle tasche.
«Anna ti sta raccontando una versione conveniente. Sai quante volte ho dovuto risolvere i suoi problemi?»
«Dimmi dove viveva negli ultimi vent’anni.»
«Non lo sapevo sempre.»
«Ma lo sapevi ieri. Sei andato al motel e hai fatto consegnare una lettera per mandarla via.»
Vittorio guardò oltre la spalla del padre. «Quella struttura ha un proprietario. Ci sono regole. Lei non pagava.»
«La stanza era pagata fino a domenica. E quel foglio non era un provvedimento di un giudice. Hai firmato una minaccia contro tua sorella malata e una bambina di nove anni.»
«Non sapevo che stesse così male.»
«Sapevi che aveva paura di te.»
Vittorio lasciò cadere lo sguardo. Per un istante Arturo vide il ragazzo inquieto che, da piccolo, si sentiva sempre messo in ombra dai successi di Anna. Ma quel ricordo non poteva giustificare l’uomo davanti a lui.
«Non voglio perdere ciò che ho costruito», disse Vittorio. «Se fai entrare Anna in queste questioni, trascinerà tutti nel fango.»
«Se ci sono cose da chiarire, verranno chiarite. Non userai più il mio nome per far tacere tua sorella.»
Vittorio si avvicinò alla porta, poi si fermò. «Non avresti il coraggio di mettere in discussione tuo figlio.»
Arturo lo guardò senza alzare la voce. «L’ho già fatto. Troppo tardi, ma l’ho fatto.»
Quando Vittorio se ne andò, il commesso rimase immobile dietro il banco. Aveva sentito soltanto poche parole, sufficienti a intuire che non si trattava di una normale lite. Arturo gli disse di tornare al lavoro e si sedette.
Poco dopo Chiara lo chiamò di nuovo. Un documento recente, collegato ai pagamenti dell’impresa immobiliare, conteneva una dichiarazione secondo cui Anna aveva rinunciato a contestare vecchie operazioni della società. La data era di due anni prima, e in fondo c’era una firma apparentemente sua.
Arturo ricordò ciò che Anna gli aveva detto: non aveva avuto contatti con Vittorio per anni, fino alla telefonata che lo aveva condotto al motel. Chiese all’avvocata una copia verificabile del documento e di non discuterne con nessun altro.
La firma sul vecchio prospetto poteva ancora appartenere a un passato confuso. Quella nuova, invece, era stata apposta quando Anna viveva altrove e non aveva nemmeno saputo dell’esistenza di quell’accordo.
Per scoprire chi aveva firmato a nome di Anna e perché, continua con la Parte 6.













