Elena Rinaldi abitava in un appartamento al secondo piano di un edificio senza ascensore, vicino a Porta San Felice. Arturo ricordava il suo modo ordinato di tenere le fatture, le matite sempre appuntite e la calma con cui riusciva a trovare un documento che tutti davano per perso. Non ricordava invece l’ultima volta in cui le aveva chiesto come stesse.
Quando la chiamò, Elena riconobbe la sua voce prima che lui pronunciasse il cognome. Gli disse che poteva passare nel pomeriggio. Non chiese perché, e quel silenzio lasciò Arturo più inquieto di una domanda.
Sofia trascorse quelle ore con Teresa, che si era offerta di assisterla nella sala d’attesa dell’ospedale. La bambina aveva finalmente accettato di disegnare su un quaderno comprato al bar. Disegnava porte, disse Teresa, quasi tutte con le maniglie molto grandi. Arturo non seppe che cosa rispondere. Pensò soltanto che per Sofia l’idea di una casa era diventata qualcosa che qualcuno poteva chiudere dall’esterno.
Elena lo accolse con due tazze già pronte. Aveva i capelli bianchi raccolti dietro la nuca e portava ancora gli occhiali legati a una catenella. Sulla credenza c’erano fotografie di nipoti e una vecchia foto della squadra di ballo in cui Anna aveva danzato da ragazza.
«L’hai trovata?» chiese Elena, appena vide la cartellina blu.
Arturo rimase immobile. «Come fai a sapere che l’ho cercata?»
«Perché non hai mai smesso. Ma nessuno ti ha mai detto dove guardare.»
Elena lo fece sedere. Spiegò che, nella settimana successiva alla partenza di Anna, era arrivata in ufficio una raccomandata indirizzata personalmente ad Arturo. Era stata lei a registrarla. Vittorio l’aveva presa dalla sua scrivania dicendo che il padre era fuori città e che avrebbe provveduto a consegnarla. Due giorni dopo ne era arrivata un’altra. Elena aveva protestato, ma Vittorio le aveva mostrato una delega per la corrispondenza aziendale e aveva ripetuto che Arturo desiderava essere lasciato tranquillo.
«Avresti potuto chiamarmi», disse Arturo.
«Sì. Avrei dovuto.»
Elena non cercò scuse. Gli raccontò che all’epoca suo marito era gravemente malato e lei temeva di perdere l’unico stipendio stabile di casa. Quando infine le domandò perché le lettere non fossero state registrate come consegnate, Vittorio le comunicò che il suo contratto non sarebbe stato rinnovato. Lei si era portata via una copia del registro delle entrate, temendo che qualcuno la accusasse di aver fatto sparire la posta.
Aprì un cassetto e ne trasse una cartelletta ingiallita. Dentro c’erano le fotocopie di due ricevute e una pagina di registro con i numeri corrispondenti a quelli riportati sulle buste di Anna. Il nome del destinatario era inequivocabile: Arturo Valenti. Accanto, nella colonna della consegna, figuravano le iniziali di Vittorio.
«Non so che cosa ci fosse scritto nelle lettere», precisò Elena. «So soltanto chi le ha ritirate.»
Arturo guardò i documenti senza toccarli. Per vent’anni aveva considerato il silenzio di Anna una scelta, dolorosa ma forse necessaria. Ora vedeva che una parte di quel silenzio era stata organizzata da altri. E un’altra parte era nata dalla sua decisione di fidarsi sempre dello stesso figlio.
«Perché non mi hai cercato dopo?»
«Una volta ci provai. Passai in negozio, ma non c’eri. Vittorio mi disse che avevi chiuso l’argomento e che, se avessi continuato, avrei fatto del male ad Anna. Mi spaventai. Ho vissuto male con questa scelta. Non ti chiedo di considerarla giusta.»
Arturo prese fiato. Anche lui aveva domande alle quali non sarebbe bastata una spiegazione. Perché aveva permesso che Vittorio diventasse l’unico intermediario? Perché non aveva chiesto ad Anna, prima della fuga, se fosse davvero felice? L’idea di essere stato ingannato non cancellava la propria distrazione.
«Ti chiedo solo una cosa», disse. «Se sarà necessario, racconterai ciò che hai visto a una persona incaricata di verificare i fatti?»
Elena si tolse gli occhiali. «Sì. Questa volta sì.»
Poi gli indicò la fotografia di Anna sulla credenza. «Quella ragazza veniva in ufficio con i piedi doloranti per le prove di danza e si fermava a riordinare le cartelline. Non aveva paura di lavorare. Aveva soltanto paura di deluderti.»
Arturo guardò la fotografia. Avrebbe preferito poter tornare a uno di quei pomeriggi e domandarle che cosa la preoccupasse, prima che altri rispondessero al suo posto.
Uscendo, Arturo telefonò a Chiara Benedetti, l’avvocata che da anni seguiva le questioni personali della famiglia e che non dipendeva dalla società amministrata da Vittorio. Le descrisse il foglio di sfratto, le lettere e il registro. Chiara gli chiese di non affrontare il figlio senza prima mettere al sicuro gli originali e di far esaminare le carte senza trarre conclusioni definitive dalle sole somiglianze di una firma.
«Una cosa è sapere che qualcuno ha mentito», gli disse. «Un’altra è provare ogni passaggio. Conserviamo quello che abbiamo e non confondiamo i due piani.»
Arturo seguì il consiglio. Fece copie per l’avvocata e lasciò a Elena gli originali del suo registro, annotando dove si trovavano. La lettera di Anna tornò nella cartellina blu, che consegnò a Chiara con il consenso della figlia. Nessuno avrebbe più potuto dirle che quel foglio non era mai esistito.
In serata Arturo rientrò nel piccolo ufficio accanto alla gioielleria. Cercò una vecchia cartella di contabilità che aveva conservato perché riguardava gli anni in cui Anna si era occupata delle prime pratiche. Tra le fatture trovò un prospetto di pagamenti a una società di consulenza sconosciuta. L’intestazione corrispondeva al nome pronunciato da Anna in ospedale.
C’erano registrazioni a suo nome, e in alcune appariva una sigla di approvazione attribuita ad Anna. Arturo conosceva la differenza tra la calligrafia della figlia e quella riportata sul prospetto. Ma, ancora una volta, non voleva trasformare un sospetto in una sentenza.
Sulla scheda più recente, archiviata con una pratica di passaggio delle quote, notò qualcosa che non apparteneva a vent’anni prima: la stessa società aveva continuato a ricevere denaro anche dopo che lui aveva delegato a Vittorio la gestione di alcuni immobili. Un pagamento risultava effettuato appena tre mesi prima.
Arturo chiamò Chiara. «Voglio sapere chi c’è dietro questo nome. Non soltanto chi c’era allora, ma chi incassa adesso.»
L’avvocata rispose che avrebbe fatto le verifiche necessarie sui registri disponibili e chiesto al commercialista indipendente una ricostruzione degli ultimi movimenti. Poi aggiunse una frase che Arturo non dimenticò:
«Se i documenti sono collegati, Anna non è stata allontanata per nascondere soltanto un errore del passato.»
Per seguire la traccia del denaro che arrivava ancora nelle mani sbagliate, leggi la Parte 5.













