Il commesso guardò Arturo, poi la bambina, senza sapere che cosa fare con i cinquecento euro ancora sul banco.
«Mettili in una busta e daglieli», disse Arturo. «E chiama un’ambulanza. Il motel è sulla strada di Corticella, vero?»
La piccola annuì. Si chiamava Sofia, disse mentre infilava la busta nella tasca del cappotto. Aveva nove anni. Arturo non le chiese altro finché non furono in macchina: prima ancora di sapere chi fosse sua madre, voleva impedire che quel viaggio diventasse un interrogatorio.
«Hai mangiato stamattina?»
«Un biscotto.»
«Quando saremo arrivati, penseremo anche a questo.»
Sofia teneva la cintura stretta tra le dita. Guardava il traffico con un’attenzione eccessiva per una bambina della sua età. Ogni tanto controllava l’orologio sul cruscotto. Non parlava dell’anello; soltanto, quando Arturo frenò a un semaforo, gli chiese se avrebbe dovuto restituire i soldi.
«No. E neppure l’anello è perduto», rispose lui. «Lo teniamo al sicuro finché tua madre non potrà decidere.»
Al Corte degli Aceri c’era un piccolo parcheggio mezzo vuoto e un’insegna con una lettera spenta. Dietro il vetro della reception, una donna stava sistemando una fila di chiavi. Vide Sofia ed ebbe un’espressione di sollievo che durò appena un secondo.
«È tornata. La stavo cercando.»
«Ho chiamato i soccorsi», disse Arturo. «La mamma è ancora nella dodici?»
La receptionist annuì e li accompagnò lungo il corridoio. Si chiamava Teresa. Spiegò sottovoce che Anna era arrivata quattro giorni prima con la figlia, chiedendo una stanza economica per alcune visite mediche a Bologna. La sera precedente aveva avuto febbre alta. Teresa le aveva consigliato di andare al pronto soccorso, ma Anna aveva risposto che al mattino si sarebbe sentita meglio.
«Non avevo capito quanto stesse male», aggiunse la donna, stringendo il mazzo di chiavi.
Nella camera dodici l’aria era troppo calda e sapeva di medicinali. Una valigia aperta occupava una sedia, un paio di scarpe da bambina era ordinato accanto al letto. La donna distesa sotto il lenzuolo aveva i capelli scuri, il volto consumato dalla febbre e una mano appoggiata sul bordo del materasso.
Arturo riconobbe quella mano prima ancora del viso. Anna aveva una piccola cicatrice vicino al pollice sinistro, ricordo di una tazza rotta durante un’estate trascorsa insieme. Lui si accostò piano, come se un movimento brusco potesse cancellare ciò che vedeva.
«Anna?»
Lei aprì gli occhi. Impiegò alcuni istanti a mettere a fuoco il volto dell’uomo davanti al letto. Poi cercò di sollevarsi, ma tossì e ricadde sul cuscino.
«Papà?»
Arturo si sedette sul bordo della sedia. Aveva immaginato quella parola per vent’anni; ora non trovava una sola frase degna di risponderle. Le toccò il dorso della mano, con una cautela che non aveva mai usato quando lei era bambina.
«Sono qui. È arrivata Sofia da me.»
Anna girò la testa verso la figlia. I suoi occhi si riempirono di paura.
«Non dovevi uscire da sola.»
«Mi avevi detto che il nonno ti aveva dato l’anello quando eri giovane», rispose Sofia. «Io pensavo che potesse aiutarti.»
Il volto di Anna cambiò. Guardò Arturo, poi la tasca del suo cappotto. Non gli domandò come avesse riconosciuto il gioiello. Lo sapeva già.
«Non volevo venderlo», sussurrò. «Non sapevo più che cosa fare.»
«Non devi spiegarmi niente adesso.»
Da fuori arrivò il suono di una sirena, prima distante e poi vicinissima. Arturo uscì per guidare i soccorritori fino alla camera. Indicò loro la febbre, la tosse, la debolezza e raccontò soltanto ciò che aveva visto, lasciando ad Anna il diritto di spiegare il resto. I sanitari le misurarono la pressione e parlarono di una possibile infezione grave. Decisero di trasferirla immediatamente.
Sofia fece un passo verso la barella.
«Posso venire?»
«Tu vieni con me», le disse Arturo. «Arriviamo dietro l’ambulanza. Non ti lascio sola.»
Quando uscirono nel parcheggio, Teresa li fermò. Aveva in mano una copia del foglio che Arturo aveva trovato al negozio.
«L’uomo che l’ha portato ha detto che lavorava per la proprietà», spiegò. «Io ho protestato: non si caccia fuori una donna malata e una bambina con una lettera. Ma lui ha risposto che le decisioni venivano dall’alto.»
«Era lui l’uomo che Anna temeva?»
Teresa esitò. «Non so che cosa sia successo tra loro. L’ho visto arrivare ieri sera su un’auto grigia. Era elegante. Parlava a voce bassa e non si è presentato.»
Sofia tirò la manica di Arturo.
«Aveva una cicatrice qui», disse, sfiorandosi il sopracciglio. «Ha detto alla mamma che nessuno le avrebbe creduto.»
Arturo sentì il freddo attraversargli la schiena. Vittorio aveva una sottile cicatrice sul sopracciglio destro da quando era caduto in bicicletta a undici anni. Quel particolare non poteva essere stato appreso dal foglio.
«La conoscevi, quella persona?» chiese Arturo.
Sofia scosse la testa. «La mamma lo chiamava Vittorio. Poi mi ha detto di chiudermi in bagno.»
In ospedale separarono Anna dagli accompagnatori per gli accertamenti. Arturo lasciò a Sofia il suo telefono per chiamare una compagna di scuola, ma la bambina non conosceva il numero a memoria. Si sedettero davanti ai distributori automatici. Lui comprò un panino e dell’acqua; lei mangiò lentamente, come se temesse che ogni boccone potesse farle perdere una notizia.
Un medico spiegò che Anna aveva una seria infezione respiratoria con segni di disidratazione. Sarebbero serviti esami, antibiotici e osservazione stretta. Non promise che sarebbe passato tutto presto, ma disse che erano intervenuti in tempo per iniziare le cure.
Arturo ringraziò, poi guardò Sofia. Per una volta la bambina smise di tormentarsi le mani.
Il telefono di Arturo vibrò. Sullo schermo comparve il nome di Vittorio. Il figlio chiamava raramente durante la mattina e quasi mai senza motivo. Arturo rispose allontanandosi soltanto di qualche passo.
«Papà, dove sei? Sono passato in negozio.»
«In ospedale.»
Dall’altra parte ci fu un silenzio breve, troppo preciso per essere casuale.
«È successo qualcosa?»
«Ho trovato Anna.»
Arturo udì il respiro del figlio interrompersi. Poi Vittorio disse, con voce improvvisamente dura:
«Non ascoltare quello che ti racconterà. Non sai che cosa ha fatto vent’anni fa.»
Arturo abbassò lo sguardo sull’anello che teneva ancora nel palmo. Per due decenni aveva creduto di non conoscere la strada che portava a sua figlia. In quel momento capì che Vittorio, invece, quella strada la conosceva benissimo.
Per scoprire che cosa Vittorio sapeva della scomparsa di Anna, continua con la Parte 3.













