La prima cosa che Arturo fece dopo la telefonata fu tornare da Sofia. Era rimasta sulla sedia con le ginocchia strette e l’incarto del panino piegato in quattro. Non gli chiese con chi avesse parlato; forse aveva letto sul suo viso qualcosa che conosceva troppo bene.
«Quello che è successo fra gli adulti non è una tua responsabilità», le disse Arturo. «Neppure se qualcuno ti ha fatto credere il contrario.»
Sofia lo osservò a lungo. «Mamma mi dice sempre la stessa cosa.»
L’infermiera consentì alla bambina di vedere Anna per pochi minuti, dopo che i medici ebbero completato i primi accertamenti. Arturo rimase fuori. Voleva entrare, ma capiva che il ritorno di un padre scomparso dalla vita di una figlia non si poteva imporre nel momento in cui lei lottava per respirare.
La sera, quando Sofia si addormentò su due sedie accostate, Anna chiese di parlargli. Aveva ancora la flebo e una voce raschiata dalla tosse. Non sorrise quando Arturo entrò. Lui si sedette senza avvicinarsi troppo.
«Non ti chiedo di perdonarmi», disse.
Anna fissò il bordo del lenzuolo. «Non sai nemmeno che cosa dovrei perdonarti.»
Arturo sentì tutta la distanza tra loro in quella frase. Aveva perso anni a immaginare una figlia portata lontano da circostanze misteriose; lei, invece, sembrava ricordare una separazione costruita con parole molto concrete.
«Allora raccontami ciò che posso ascoltare», rispose.
Anna iniziò dall’ultima primavera trascorsa a casa. Aveva diciannove anni, studiava danza e aiutava occasionalmente nell’archivio della piccola società immobiliare che Arturo gestiva accanto alla gioielleria. Vittorio, più grande di lei, già seguiva contratti e pagamenti. Aveva fatto comparire il nome di Anna come referente di alcune pratiche. Un giorno le aveva chiesto di firmare alcuni moduli per un rimborso intestato a una società di consulenza. Anna si era rifiutata: non conosceva la società e non aveva svolto alcuna consulenza.
«Lui mi disse che ero una bambina e che avrei messo nei guai la famiglia», ricordò. «Due settimane dopo mi mostrò dei documenti con la mia firma. Disse che il denaro mancava e che tu lo sapevi.»
Arturo la interruppe. «Io non ho mai visto quei documenti.»
«Lui disse che li avevi sulla scrivania. Disse che non volevi più parlarmi.»
Anna gli raccontò di averlo cercato per telefono, invano. Vittorio le aveva detto che Arturo era partito per affari e che non sarebbe tornato finché lei non avesse lasciato la casa. Nei giorni successivi la paura si era mescolata alla vergogna. Vittorio continuava a ripeterle che, se qualcuno avesse controllato quelle firme, sarebbe stata accusata di aver sottratto soldi alla società.
«Non avevo fatto niente», disse Anna. «Ma non riuscivo a dimostrarlo. E tuo figlio mi ripeteva che tu non volevi neanche ascoltarmi.»
Partì per Ferrara con una borsa e poco denaro. Pensava di restare via una settimana, forse due. Scrisse una lettera al padre dall’appartamento di una compagna di corso, spiegando perché era andata via e chiedendogli un incontro senza Vittorio. Non ricevette risposta. Ne spedì un’altra. La seconda tornò indietro con l’indicazione che il destinatario non era disponibile a ritirarla.
Arturo chiuse gli occhi. Ricordava quei mesi come un interminabile susseguirsi di domande. Vittorio gli aveva detto che Anna era scappata dopo una lite con il suo ragazzo, che voleva essere lasciata in pace e che aveva chiesto espressamente di non essere cercata. Arturo aveva insistito per fare verifiche, aveva chiesto ai conoscenti, aveva perfino parlato con un investigatore. Ogni traccia si fermava prima di diventare una certezza.
«Ti ho cercata», disse.
«Lo so adesso. Allora no.»
Dopo alcuni mesi Anna ricevette una lettera apparentemente firmata dal padre. Non conteneva insulti; proprio per questo l’aveva ferita di più. Diceva che Arturo preferiva non avere rapporti con lei finché non avesse rimediato al danno provocato. Non le dava un indirizzo per rispondere. Anna era rimasta a Ferrara, aveva trovato lavoro in una scuola di danza e aveva imparato a non chiamare più casa un posto in cui si sentiva respinta.
«Ho conservato quel foglio», disse. «Non perché gli credessi fino in fondo. Per ricordarmi che cosa mi aveva fatto smettere di sperare.»
Arturo avrebbe voluto stringerle la mano. Invece chiese il permesso con gli occhi. Anna gliela lasciò prendere, ma il gesto rimase incerto. Era meglio dell’assenza, e lui non lo confuse con un perdono.
«Dov’è quella lettera?»
«Nella valigia, dentro una cartellina blu. Ci sono anche le ricevute delle raccomandate. Non portarle a Vittorio.»
«Non lo farò.»
Anna lo guardò finalmente in faccia. «Tu devi capire una cosa. Io sono tornata a Bologna perché mi hanno indirizzata qui per accertamenti che non potevo rimandare. Non sono venuta a cercare una guerra. Vittorio mi ha trovata dopo che ho chiamato un vecchio numero, sperando che potesse almeno aiutarmi con le spese della stanza. Mi ha detto che, se fossi comparsa davanti a te, avrei perso anche Sofia.»
«Non può decidere lui una cosa simile.»
«Lo so. Ma quando qualcuno ti spaventa per vent’anni, le sue parole continuano a sembrarti più grandi di lui.»
Arturo non cercò di correggerla. Per la prima volta si rese conto che alla figlia non serviva un padre pronto a pronunciare sentenze; serviva qualcuno capace di credere alla sua esperienza, anche dove faceva male ascoltarla.
All’uscita incontrò Teresa, arrivata dal motel con una borsa contenente i vestiti e i documenti di Anna. Aveva chiesto alla receptionist di recuperare gli effetti personali prima che qualcuno li spostasse. Teresa gli spiegò che la stanza era stata pagata fino alla domenica successiva e che il foglio di sfratto non proveniva da un tribunale.
«Quello che ha portato la lettera insisteva perché preparassi la camera per nuovi ospiti», disse. «Io non l’ho fatto.»
Arturo la ringraziò e prese la borsa. Nella tasca interna trovò la cartellina blu. Le ricevute postali erano scolorite, ma recavano date precise. La lettera più recente, scritta su carta intestata della società di famiglia, riportava il nome di Arturo in fondo.
Lui lesse due volte quelle righe. Il tono era formale, quasi amministrativo, e usava espressioni che in casa non aveva mai rivolto a sua figlia. Poi vide la firma. Assomigliava alla sua, ma il tratto conclusivo della lettera «i» gli parve rigido, artificiale.
Non bastava per provare una falsificazione. Bastava, però, per non rimettere quel foglio nel cassetto dei ricordi.
Sul retro della busta qualcuno aveva scritto a matita un numero di protocollo interno. Arturo riconobbe il sistema di archiviazione usato molti anni prima dalla società. Quella sigla indicava che una copia doveva essere stata registrata prima della spedizione.
E a custodire il vecchio archivio, all’epoca, c’era una donna che Vittorio aveva licenziato poco dopo la partenza di Anna.
Il nome tornò ad Arturo con una chiarezza inattesa: Elena Rinaldi.
Per sapere che cosa era stato nascosto nell’archivio della famiglia Valenti, prosegui con la Parte 4.













