Vittoria non rispose subito all’invito di Giorgio.
Rimase accanto alla macchina, con il telefono in mano, ricordando le parole di Sofia davanti alla farmacia: «Dice sempre che viene per aiutare la mamma».
Anche suo padre si era fidato di quell’uomo.
Anche lei, per anni, aveva chiamato prudenza ciò che adesso riconosceva come silenzio.
Non voleva più ripetere lo stesso errore.
Mostrò il numero e il messaggio ad Andrea.
L’avvocato le consigliò di documentare ogni contatto e di non accettare l’ordine di presentarsi sola.
Insieme aggiornarono gli agenti che avevano raccolto la segnalazione relativa a Sofia, consegnando anche il messaggio ricevuto da Lucia.
«Andrò soltanto se posso farlo senza esporre nessuno a un rischio inutile», disse Vittoria.
Andrea propose di essere presente e di fissare l’incontro all’aperto, davanti al cancello della proprietà.
Giorgio non ne fu contento, ma accettò quando Vittoria gli comunicò che in caso contrario avrebbe lasciato parlare soltanto gli avvocati.
Quella sera il cielo sopra le colline di Fiesole era limpido.
Rosewood appariva dietro una fila di cipressi, con le persiane chiuse e il roseto ormai cresciuto senza ordine.
Vittoria non entrava da anni.
Sotto il pergolato c’era ancora una panchina di ferro verde.
Giorgio aspettava al cancello con una cartella marrone.
Vide Andrea, ma non gli strinse la mano.
«Credevo fossimo ancora capaci di parlare come una famiglia», osservò.
«Tu non fai parte della mia famiglia», rispose Vittoria.
«E non deciderai più con chi posso parlare.»
Giorgio abbassò lo sguardo sulla cartella.
Disse di aver sempre agito per volontà di Tullio e di essersi occupato di una situazione molto più difficile di quanto le due sorelle potessero immaginare.
Secondo lui, Lucia aveva rischiato di compromettere il patrimonio familiare diffondendo sospetti non verificati.
«Mio padre ha scritto che hai allontanato Lucia», ribatté Vittoria.
«E che ha preferito non difenderla.»
Per la prima volta Giorgio perse la calma.
«Tuo padre sapeva che uno scandalo avrebbe danneggiato tutti. Gli ho proposto una soluzione discreta.»
«Una soluzione che ci ha tolto diciassette anni.»
«Lucia poteva tornare quando voleva.»
Vittoria estrasse dalla borsa una copia delle ricevute delle raccomandate.
Non gliele porse.
Gli mostrò soltanto le date e gli chiese che cosa sapesse delle lettere inviate all’indirizzo della famiglia.
Giorgio riconobbe il formato dei documenti e distolse gli occhi.
«In casa Rinaldi arrivava molta corrispondenza. Non ricordo ogni busta.»
«Ricordi almeno di aver detto a Lucia che non volevo riceverla?»
Quella domanda rimase tra loro per alcuni secondi.
Giorgio osservò il vialetto, poi rispose con fastidio.
«Era quello che Tullio voleva farle capire. Pensava che incontrarti avrebbe soltanto peggiorato le cose.»
«Ma non era quello che volevo io.»
«Non avevi tutte le informazioni.»
«Non me le hai mai date.»
Andrea intervenne soltanto per chiedere a Giorgio se fosse disponibile a consegnare le copie dei documenti che diceva di possedere.
Gli ricordò che eventuali questioni patrimoniali dovevano essere affrontate con trasparenza, davanti ai professionisti competenti.
Giorgio aprì la cartella e tirò fuori una dichiarazione identica a quella trovata da Teresa.
Le firme di Vittoria e Lucia comparivano in fondo, accanto a una data di diciassette anni prima.
«Questa dimostra che l’accordo c’era», sostenne.
Vittoria guardò Andrea.
L’avvocato non fece commenti sulla validità del foglio, ma domandò dove fosse l’originale e chi avesse raccolto le firme.
Giorgio si rifiutò di rispondere.
«Quella non è la mia firma», disse Vittoria.
«E Lucia nega di aver sottoscritto il documento. Non puoi presentarlo come un accordo concluso.»
Giorgio ripose la carta con un movimento secco.
Parlò allora del possibile acquirente, un uomo disposto a pagare molto pur di chiudere senza ulteriori ritardi.
Disse che la commissione promessa era consistente e che non aveva intenzione di perderla per una storia che, a suo giudizio, riguardava soltanto il passato.
«Ecco perché cercavi Sofia», disse Vittoria.
«Cercavo sua madre. La bambina si è messa in mezzo.»
«È una bambina di otto anni. Dovevi lasciarla stare.»
Giorgio non tentò più di presentarsi come un benefattore.
Ammise di aver saputo da settimane del ricovero di Lucia e di essersi recato più volte in ospedale per ottenere una firma.
Sostenne di aver seguito Sofia in centro soltanto per scoprire con chi stesse parlando.
Vittoria capì allora che lui non aveva previsto l’incontro della piccola con la donna seduta al ristorante.
Era stato un caso a far crollare il muro che aveva costruito.
«Non parlerò più con te di nessuna vendita», dichiarò Vittoria.
«Ho ritirato l’incarico. Da domani ogni richiesta passerà dal mio avvocato.»
Giorgio chiuse la cartella.
«Ti pentirai di aver dato retta a Lucia. Tuo padre sarebbe deluso.»
Vittoria guardò oltre il cancello.
Ricordò Adele che insegnava alle figlie come togliere le spine da una rosa senza rovinarla.
Sua madre non era stata perfetta, ma non avrebbe chiesto a una delle sue bambine di rinunciare all’altra per salvare le apparenze.
«Mio padre ha avuto diciassette anni per dirci la verità», rispose.
«Non userai più il suo nome per farci tacere.»
Giorgio salì in auto e se ne andò senza salutare.
Andrea annotò subito quanto era stato detto e propose di inoltrare anche quella ricostruzione agli investigatori, assieme ai documenti conservati da Teresa.
Nessuno promise a Vittoria che una confessione verbale o una lettera privata sarebbero bastate a risolvere tutto.
Nei giorni successivi gli approfondimenti iniziarono a produrre un quadro più concreto.
L’agenzia immobiliare confermò per iscritto di non aver ricevuto un incarico valido da entrambe le persone che risultavano interessate alla proprietà.
Andrea verificò inoltre che la posizione di Lucia non poteva essere cancellata da una semplice dichiarazione familiare, tanto più se contestata.
La vendita non sarebbe proseguita senza chiarire prima le titolarità e le firme.
Vittoria provò un sollievo incompleto.
Fermare Giorgio non avrebbe restituito gli anni perduti, né cancellato il fatto che lei aveva smesso di cercare Lucia quando la ricerca era diventata troppo dolorosa.
La sera chiamò la sorella dall’auto parcheggiata sotto casa.
Lucia ascoltò in silenzio il resoconto dell’incontro, poi le pose una domanda che Vittoria non si aspettava.
«Quando mi hai cercata, hai mai pensato che fossi io a non volerti vedere?»
Vittoria guardò le luci del palazzo davanti a sé.
«Sì», ammise.
«E a un certo punto mi sono convinta che rispettare quel presunto desiderio fosse l’unica cosa giusta.»
«Anch’io ho pensato lo stesso di te.»
Rimasero senza parlare.
C’erano molti documenti che avrebbero potuto consegnare a un giudice, ma nessun documento avrebbe spiegato da solo come due sorelle potessero imparare a fidarsi di nuovo.
«Domani ti porterò la fotografia della mamma», disse Vittoria.
«Porta anche te stessa», rispose Lucia.
«Non ho bisogno che tu sappia già come aggiustare tutto.»
Poco dopo, Andrea inviò un messaggio a Vittoria.
Aveva trovato tra le copie raccolte a Prato un foglio che non era stato esaminato: un vecchio elenco di oggetti custoditi a Rosewood, scritto da Adele prima di morire.
Accanto a una scatola di fotografie compariva una nota a matita: «Per le ragazze, quando torneranno insieme».
Vittoria osservò a lungo quelle parole.
Sua madre sembrava aver lasciato una domanda più difficile di qualsiasi firma: le due figlie avrebbero avuto il coraggio di entrare di nuovo nella stessa casa?
Per scoprire che cosa avrebbero trovato tra le stanze di Rosewood, continua con la Parte 6.













