Alle dieci del mattino successivo, Vittoria sedeva nello studio di Andrea Bellini, un avvocato che non aveva mai lavorato per la famiglia Rinaldi.
Sul tavolo c’erano la fotografia di Rosewood, il messaggio ricevuto da Lucia e una copia dell’incarico per la possibile vendita della casa.
Andrea aveva ascoltato senza interrompere.
Quando Vittoria finì, non le promise una soluzione rapida e non diede per provata nessuna accusa.
Le consigliò di conservare i messaggi, di non incontrare Giorgio da sola e di verificare i documenti prima di pronunciare la parola «frode».
«Prima dobbiamo capire a chi appartiene la proprietà, chi può firmare e quali carte siano autentiche», spiegò.
«Le vicende tra lei e sua sorella hanno un peso umano enorme, ma servono riscontri indipendenti.»
Vittoria annuì.
Era abituata a decidere in fretta, e quella volta la pazienza le sembrava quasi una forma di coraggio.
Con il permesso di Lucia, chiamò Teresa Bianchi, che abitava ancora nello stesso edificio a Prato, anche se ormai saliva le scale con difficoltà.
La donna rispose con una voce sorprendentemente ferma.
«Aspettavo questa telefonata da molti anni», disse.
«Venite. Vi farò vedere ciò che Lucia mi affidò.»
Un’ora dopo, Vittoria e Andrea erano davanti alla porta di un appartamento al secondo piano.
Teresa aveva capelli bianchi raccolti in una treccia e occhi chiari, simili a quelli di Adele.
Vittoria la ricordava alle feste di famiglia, quando portava dolci e rimproverava con dolcezza le due sorelle per le scarpe sporche.
«Mi dispiace di non averla cercata prima», esordì Vittoria.
«E a me di non aver insistito abbastanza.»
Teresa le fece spazio nell’ingresso.
«Non siamo qui per dividerci le colpe. Lucia ha bisogno che qualcuno la ascolti finalmente.»
Sul tavolo della cucina c’era una scatola di latta azzurra, consumata agli angoli.
Teresa spiegò che Lucia l’aveva lasciata lì durante il suo ultimo trasloco e che, nelle settimane precedenti al ricovero, le aveva chiesto di custodirla ancora.
Non era stata aperta per anni, salvo quando Lucia aveva aggiunto alcune ricevute in una busta separata.
Vittoria riconobbe la chiave con il nastro blu.
Le tremavano le mani mentre la inseriva nella piccola serratura.
Andrea aspettò che fosse lei a sollevare il coperchio.
Dentro c’erano fotografie, cartoline, fogli piegati e cinque ricevute postali.
Le prime quattro attestavano invii raccomandati di Lucia all’indirizzo fiorentino di Vittoria, con date comprese nei due anni successivi alla scomparsa.
Una copia dell’avviso di ricevimento recava una firma illeggibile, che non sembrava quella di Vittoria.
«Non ho mai ricevuto quelle lettere», disse lei.
«La ricevuta non dice chi le abbia lette», precisò Andrea.
«Però ci permette di chiedere chiarimenti e ricostruire un percorso che finora nessuno ha controllato.»
Teresa aprì un’altra busta.
Conteneva le bozze di tre lettere scritte da Lucia, mai spedite perché troppo dolorose da terminare.
In una chiedeva semplicemente di poter sedere dieci minuti con la sorella maggiore, senza parlare del padre o del denaro.
Vittoria si coprì il volto con una mano.
«Avrei aperto la porta», mormorò.
«Se solo avessi saputo che era lì.»
Il foglio successivo era la copia di una dichiarazione sulla casa Rosewood.
Vi compariva la firma di Lucia sotto una frase che sembrava approvare la vendita e rinunciare a successive contestazioni familiari.
Accanto, nello spazio riservato a Vittoria, c’era un’altra firma che lei riconobbe come una grossolana imitazione della propria.
«Questa non l’ho firmata», disse.
Andrea fotografò i documenti dopo aver ottenuto il consenso delle due donne.
Spiegò che avrebbe cercato gli originali e chiesto una verifica professionale delle firme, senza presentare quella copia come prova definitiva.
L’uso che Giorgio avesse fatto del foglio era una domanda ancora aperta.
Restava la busta indirizzata da Tullio a Vittoria.
Sul bordo c’era un segno di apertura antico, poi richiuso con nastro ingiallito.
Teresa raccontò che Tullio gliel’aveva consegnata alcuni anni dopo la fuga di Lucia, quando aveva cercato senza successo di raggiungere la figlia minore.
«Mi disse che, se non avesse trovato il coraggio di parlarvi, almeno avreste potuto leggere le sue parole», spiegò Teresa.
«Io la diedi a Lucia. Lei mi pregò di conservarla: non riusciva a sopportare di sapere che cosa ci fosse scritto.»
Vittoria aprì la lettera.
Le prime righe erano una richiesta di perdono senza destinatario preciso.
Poi Tullio confessava di aver creduto a Giorgio quando gli aveva parlato di un ammanco e di aver lasciato che quell’accusa ricadesse su Lucia, anche dopo aver scoperto che mancavano riscontri.
«Non ho impedito a Valenti di allontanarla», lesse Vittoria ad alta voce.
«Ho preferito proteggere l’immagine della nostra famiglia invece di difendere mia figlia.»
Sotto, Tullio scriveva di non aver mai autorizzato una dichiarazione con le firme di entrambe le figlie e di aver cominciato a sospettare che Giorgio manipolasse i documenti per ricavare denaro dalla futura gestione della proprietà.
Ma la lettera non spiegava perché Tullio non si fosse rivolto alle autorità.
Non conteneva neppure una piena ricostruzione del denaro mancante.
Vittoria la ripose sul tavolo.
Il padre che aveva ricordato per anni come un uomo severo ma giusto aveva ammesso, con la propria grafia, di non aver protetto Lucia.
Era una verità amara, e non bastava una lettera tardiva a trasformarla in un gesto di coraggio.
«Lui sapeva che la stavano allontanando», disse.
Teresa chinò il capo.
«Sì. Ma per molto tempo non seppe neppure quanto era stato ingannato. E quando cominciò a capirlo, aveva già fatto troppo male.»
Andrea raccolse le copie e propose di chiedere accesso ai documenti relativi alla proprietà attraverso i canali appropriati.
Vittoria, intanto, telefonò al referente dell’agenzia immobiliare indicata da Giorgio.
Chiese soltanto se fosse stato fissato un appuntamento per venerdì.
La risposta la sorprese.
L’agenzia non aveva fissato alcuna firma definitiva, ma Giorgio aveva comunicato a un potenziale acquirente che esisteva già un accordo completo tra gli eredi.
Aveva anche chiesto di versare una somma per «bloccare l’occasione», indicando un conto che l’agenzia dichiarò estraneo alle proprie procedure.
Andrea le fece interrompere la conversazione prima che si trasformasse in un’accusa telefonica.
Suggerì di ottenere tutto per iscritto e di avvertire l’agenzia che nessun consenso ulteriore doveva essere presunto.
La casa non sarebbe stata venduta per decisione di Giorgio: Vittoria ritirò subito l’incarico preliminare che gli aveva affidato.
Quando uscirono dall’appartamento, Teresa consegnò a Vittoria una fotografia in cui Adele stringeva le due bambine sotto il pergolato.
Sul retro, con una grafia rotonda, c’era scritto: «Le mie ragazze, insieme, qualunque cosa accada».
Vittoria stava per salire in macchina quando arrivò una chiamata da un numero sconosciuto.
La voce di Giorgio fu fredda e precisa.
«Ho saputo che sei stata da Teresa», disse.
«Se vuoi conoscere tutta la verità su tua sorella, vieni a Rosewood stasera. Da sola.»
Vittoria fissò la fotografia tra le dita.
Quella casa era stata il luogo più sicuro della loro infanzia, e qualcuno voleva usarla ancora per costringerle al silenzio.
Giorgio avrebbe davvero confessato qualcosa, oppure stava preparando un’altra menzogna?
Per capire che cosa nascondeva quell’invito, continua con la Parte 5.













