Vittoria lasciò sul tavolo il denaro della cena e raggiunse l’ingresso mentre il cameriere le chiedeva se avesse bisogno di aiuto.
La bambina era già oltre la porta a vetri, in mezzo alle persone che attraversavano la strada illuminata.
«La prego, trattenga quell’uomo», disse Vittoria al cameriere.
«Sta seguendo una bambina spaventata.»
Il cameriere, Emilio, guardò verso l’uscita e fece cenno al collega di chiamare il responsabile.
Non provò a fermare fisicamente lo sconosciuto, ma gli domandò a voce alta se ci fosse un problema.
L’uomo non si girò nemmeno.
Vittoria uscì nell’aria fresca di Firenze.
Vide il cestino oscillare all’angolo della strada e accelerò il passo, cercando di non perdere di vista la piccola.
Le sue scarpe eleganti battevano sui sampietrini, poco adatte a una corsa.
«Aspetta! Non voglio farti del male!»
La bambina si voltò appena.
L’uomo in grigio era più vicino a lei di quanto Vittoria avesse immaginato.
«Sofia!» gridò lui.
«Fermati immediatamente!»
Quel nome attraversò Vittoria come un colpo.
Almeno adesso sapeva come si chiamava la bambina, ma il fatto che lo sconosciuto lo conoscesse la inquietò ancora di più.
Sofia svoltò accanto a una piccola farmacia ancora aperta.
Scivolò sul bordo del marciapiede e alcune rose caddero dal cestino, spargendosi davanti alla vetrina.
Vittoria la raggiunse proprio mentre l’uomo allungava una mano verso il suo braccio.
«Non la tocchi.»
L’uomo si arrestò, irritato.
Per un istante il viso gli rimase nell’ombra, poi la luce della farmacia illuminò la sua fronte larga e il mento pronunciato.
Vittoria ebbe la sgradevole sensazione di averlo già incontrato.
«Signora, è una questione privata», rispose lui.
«La bambina deve tornare da sua madre.»
«Allora perché scappa quando la vede?»
Sofia si rifugiò dietro Vittoria, stringendo il cestino contro il petto.
Sul suo viso c’era più paura che stanchezza.
«Non è mio zio», sussurrò.
«Dice sempre che viene per aiutare la mamma.»
L’uomo fece un passo indietro.
Vittoria, senza distogliere lo sguardo da lui, invitò la piccola a entrare nella farmacia.
La farmacista aveva assistito alla scena dalla porta e aprì subito il passaggio.
«Può chiamare il centododici?» chiese Vittoria.
«Vorrei che qualcuno verificasse che questa bambina sia al sicuro.»
«Non ce n’è bisogno», intervenne l’uomo.
«Sta esagerando.»
Pronunciò l’ultima parola con una calma artificiale.
Poi, riconoscendo finalmente il volto di Vittoria, il suo sguardo cambiò.
«Vittoria Rinaldi.»
Lei rimase immobile.
Non gli aveva detto il proprio nome.
«Ci conosciamo?»
L’uomo si passò una mano sul nodo della cravatta.
«Giorgio Valenti. Mi occupavo degli affari di suo padre, parecchi anni fa.»
Vittoria ricordò una figura silenziosa che compariva spesso nella biblioteca della casa di famiglia.
Giorgio portava cartelle rigide, parlava a bassa voce con suo padre Tullio e se ne andava sempre prima di cena.
L’ultima volta che lo aveva visto era stato al funerale di Tullio, molti anni prima.
«Che cosa vuole da Sofia?»
«È complicato.»
«Allora lo spieghi alle persone che stanno arrivando.»
Giorgio lanciò uno sguardo alla farmacista, che era ancora al telefono.
Non alzò la voce e non minacciò nessuno, ma il suo volto si irrigidì.
«Sua sorella ha già provocato abbastanza dolore», disse.
«Non si immischi di nuovo.»
Vittoria sentì il sangue gelarsi.
Fece un passo verso di lui prima di riuscire a fermarsi.
«Lucia è viva?»
Giorgio non rispose.
Si allontanò rapidamente, confondendosi tra i passanti, mentre Emilio arrivava di corsa dal ristorante.
Vittoria non lo inseguì: Sofia era seduta su uno sgabello dentro la farmacia e tremava.
Quando entrò, la bambina fissò il pavimento.
Aveva lasciato cadere alcune monete e cercava di raccoglierle senza riuscire a controllare le dita.
«Non devi rincorrerlo per me», disse Vittoria.
«Resterò qui finché arriverà qualcuno che possa aiutarci.»
«Se la mamma scopre che ho parlato, si spaventa.»
«Tua madre si chiama Lucia?»
Sofia annuì piano.
«Lucia Bianchi. È il cognome che usa adesso.»
Vittoria si aggrappò al banco della farmacia.
Il nome non dimostrava ancora niente, ma ricordava benissimo che sua sorella aveva parlato, prima di sparire, di una donna di nome Teresa Bianchi.
Teresa era stata un’amica della loro madre.
«Quanti anni hai, Sofia?»
«Otto. A dicembre ne faccio nove.»
«E tua madre dove si trova?»
«All’ospedale, a Careggi. Mi ha affidata per la sera alla signora Anna, la nostra vicina.»
Sofia abbassò la voce.
«Anna doveva lavorare fino a tardi, così ho preso le rose che avevamo preparato insieme. Pensavo di riuscire a venderle prima che tornasse.»
Vittoria avvertì una fitta di vergogna al pensiero che Sofia fosse uscita da sola, ma si guardò bene dal rimproverarla.
Le chiese soltanto il numero di Anna e la piccola lo recitò a memoria.
La farmacista li aiutò a chiamarla.
Anna rispose dopo tre squilli, con la voce spezzata dall’ansia, e disse che stava cercando Sofia da quasi mezz’ora.
Una pattuglia arrivò poco dopo, ascoltò entrambe e raccolse una descrizione di Giorgio Valenti.
Gli agenti contattarono Anna, verificarono che fosse la persona incaricata di occuparsi della piccola e concordarono di attendere il suo arrivo.
Vittoria non tentò di portare Sofia via con sé.
Le comprò una bottiglietta d’acqua e raccolse le rose cadute, che Emilio aveva recuperato dalla strada.
Una aveva il gambo spezzato; Sofia la prese comunque, come se anche quella meritasse di essere salvata.
«Giorgio è venuto in ospedale ieri», confidò la bambina.
«La mamma gli ha detto di andare via. Lui ha risposto che senza una firma nessuno avrebbe lasciato in pace la nostra famiglia.»
«Quale firma?»
«Non lo so.»
Sofia guardò l’anello di Vittoria, rimesso al dito.
«Però la mamma ha pianto quando lui ha nominato la casa delle rose.»
Vittoria si sedette accanto a lei.
Diciassette anni prima, suo padre le aveva raccontato che Lucia aveva lasciato Firenze dopo aver preso denaro destinato alla famiglia.
Aveva mostrato una lettera con la firma della figlia minore e aveva pregato Vittoria di non cercarla.
Vittoria aveva disobbedito per mesi, senza ottenere una sola risposta.
«Ti ha mai parlato di me?» domandò con fatica.
Sofia studiò attentamente il suo volto.
«La mamma conserva una fotografia di una signora che le assomiglia. Dice che è la persona a cui avrebbe voluto raccontare tutto.»
Anna arrivò con il cappotto infilato in fretta e abbracciò Sofia davanti agli agenti.
Dopo aver ascoltato quanto era accaduto, ringraziò Vittoria e accettò di metterla in contatto con il reparto di Lucia, a condizione che la paziente fosse d’accordo.
Prima di uscire, Sofia tornò sui suoi passi.
Estrasse dalla tasca una piccola busta piegata quattro volte, ormai ammorbidita dalle dita.
«La mamma mi ha detto di consegnarla soltanto se avessi trovato una donna con l’altra rosa», mormorò.
«Non sapevo se fossi davvero tu.»
Vittoria aprì il foglio solo quando la bambina fu accanto ad Anna.
C’erano poche parole, scritte con una grafia che non vedeva da diciassette anni: «Vittoria, se questo messaggio ti raggiunge, non lasciare che Giorgio ti racconti ancora la mia storia al posto mio.»
Ma sotto quelle righe c’era una seconda frase, cancellata così forte da aver quasi bucato la carta.
Vittoria riuscì a distinguere soltanto tre parole: «Papà lo sapeva».
Per capire perché Lucia avesse scritto quella frase e temesse ancora Giorgio, continua con la Parte 3.













