Quando la commissaria Elena Bassi entrò nel salone, non guardò le guardie schierate lungo il corridoio.
Guardò me.
Aveva un cappotto ancora bagnato di neve e portava con sé due colleghi in borghese.
«Signor Valenti, abbiamo ricevuto una segnalazione riguardante una donna e due minori presenti in questa casa», disse.
«Dobbiamo verificare le loro condizioni e parlare con la madre senza interferenze».
Per un istante sentii nascere la vecchia tentazione di discutere, di ricordarle chi controllava certe strade di Torino.
Mi sarebbe bastato un gesto per trasformare quella visita in uno scontro.
Poi ripensai a Sofia che chiedeva di lasciare aperta la porta.
«La sua avvocata è con lei», risposi.
«Potete entrare.
Le mie guardie resteranno qui».
Elena annuì appena.
Prima di salire, chiese a Rebecca i certificati e i riferimenti dei medici che avevano visitato le gemelle.
La dottoressa le consegnò i documenti e spiegò perché il trasferimento iniziale verso una struttura sanitaria specializzata fosse stato seguito da cure e sorveglianza quotidiane.
Non nascose le ferite della madre né le condizioni in cui era stata trovata.
Sofia parlò per più di un’ora con la commissaria, con Laura Conti al suo fianco.
Non ascoltai dalla porta.
Rimasi al piano di sotto, davanti al camino spento, mentre Marco mi riportava le notizie provenienti dai nostri uffici.
Il video di Riccardo aveva già raggiunto giornalisti e dipendenti.
Alcuni uomini mi chiamavano per sapere se dovevano prendere posizione.
«Dì loro che non faranno niente», risposi.
«Nessuna minaccia, nessuna visita, nessuna pressione su chi ha parlato».
Marco mi fissò con un’espressione che conoscevo.
Per anni mi aveva visto agire prima che gli altri potessero tradirmi.
Adesso gli chiedevo di accettare l’incertezza.
Quando Elena scese, portava una busta sigillata.
Laura le aveva consegnato la scheda di memoria secondo una procedura documentata, e la commissaria intendeva farne eseguire una copia forense.
Il filmato originale del distributore e i registri elettronici degli accessi sarebbero stati acquisiti separatamente.
«La signora Riva afferma che suo fratello l’ha minacciata e che altri uomini l’hanno picchiata», disse.
«Non le sto chiedendo di valutare l’attendibilità del racconto.
Le chiedo che cosa sa lei».
Le raccontai come avevo trovato Sofia, le bambine e il cancello aperto.
Le riferii di Riccardo, della fotografia e della tessera utilizzata da Paolo.
Elena prese appunti senza interrompermi.
«Perché non ha chiamato subito il numero d’emergenza?»
Quella era la domanda che temevo più di tutte.
«Perché sono abituato a pensare che ogni problema debba passare da me», risposi.
«Ho fatto una scelta sbagliata.
I medici hanno curato le tre persone, ma avrei dovuto informare immediatamente le autorità».
Elena rimase in silenzio.
«È una risposta che registreremo», disse infine.
Le chiesi se le bambine rischiassero di essere separate dalla madre.
Mi spiegò che le condizioni di Sofia dovevano essere valutate dai sanitari e che qualunque misura di protezione sarebbe stata concordata con lei e con i servizi competenti, non con me.
Non era una promessa di semplicità.
Era la prima volta che qualcuno mi descriveva un percorso nel quale il mio denaro non fosse decisivo.
Sofia decise di trasferirsi in una struttura sanitaria sorvegliata, insieme alle figlie, per proseguire le cure.
Aveva paura di perdere il rifugio della villa, ma ne aveva ancora di più di restare in una casa accessibile agli uomini di Riccardo.
Quando Rebecca me lo comunicò, le chiesi se avessi fatto qualcosa che l’aveva spinta a scappare.
«Non devi trasformare una sua decisione in un giudizio su di te», rispose.
«Devi semplicemente rispettarla».
La sera accompagnai Sofia fino all’ingresso.
Non poteva portare pesi e camminava lentamente.
Ada e Nina erano nelle rispettive culle da trasporto, affidate a personale sanitario.
«Non so ancora se posso fidarmi di te», mi disse.
«Non devi farlo».
«Ma so che le hai prese dalla neve».
Non aggiunse altro.
La salutai e lasciai che fosse Laura ad aiutarla a salire sul mezzo.
Vidi le luci allontanarsi sulla strada ghiacciata.
La villa tornò improvvisamente silenziosa.
Il mattino seguente Elena mi convocò per una nuova deposizione.
I tecnici avevano potuto leggere parte dei file della scheda: un elenco di pagamenti della Fondazione Ponte Nuovo, corrispondenza con amministratori e copie di ricevute.
Mancavano però i dati bancari originali necessari per dimostrare chi avesse ricevuto davvero il denaro.
La registrazione audio richiedeva un esame della provenienza e dell’integrità.
«La pista è concreta», disse Elena.
«Ma Riccardo sostiene che Sofia abbia sottratto denaro e fabbricato documenti».
Le mostrai gli ordini di trasporto delle nostre società, che conoscevo abbastanza da riconoscere le anomalie.
Nordline Servizi figurava come subappaltatrice di consegne formalmente autorizzate a mio nome, benché io non ne avessi mai esaminato i dettagli.
Riccardo aveva utilizzato la mia firma elettronica attraverso una delega generale.
«Può verificare nei registri chi ha eseguito le operazioni», osservai.
«Le credenziali individuali sono conservate nel sistema».
«Vorrà consegnarci l’accesso a quei registri?»
Lì capii il prezzo reale della scelta.
I documenti non riguardavano soltanto mio fratello.
Tra le transazioni comparivano società attraverso cui avevo coperto miei traffici illegali, ben prima che Sofia entrasse nella fondazione.
Aprire i registri significava esporre anche me.
«Sì», dissi.
«Con il mio avvocato presente, ma senza cancellare niente».
Elena non mi ringraziò.
Mi disse soltanto di non avvicinare i potenziali testimoni e di lasciare che gli inquirenti operassero.
Quello stesso pomeriggio arrivò una notizia peggiore.
Un incendio aveva danneggiato gli uffici amministrativi della fondazione.
I computer principali erano inutilizzabili.
I vigili del fuoco stavano verificando le cause, ma nessuno poteva più consultare i registri locali.
Riccardo dichiarò pubblicamente che si trattava di un corto circuito e che avrebbe collaborato per chiarire ogni cosa.
Io conoscevo la sua voce quando mentiva, ma non bastava riconoscerla per dimostrarlo.
Prima di lasciare la questura, Elena ricevette una chiamata.
Si voltò verso di me con un foglio in mano.
«Abbiamo trovato un collegamento tra un mezzo di Nordline e l’incidente in cui è morto Andrea Riva», disse.
«Non sappiamo ancora se sia un caso.
Ma qualcuno ha chiesto di cancellare una registrazione proprio quel giorno».
Capii che per Sofia la storia poteva essere ancora più dolorosa di quanto temessimo.
E non sapevo come avrebbe sopportato una nuova verità su Andrea.
Per seguire la pista del mezzo scomparso e scoprire chi aveva tentato di cancellarne le tracce, passa alla Parte 5.













