Dante portò la busta con i nomi delle bambine a Laura prima di rivedere Elena.
L’avvocata gli consigliò di non interpretarla come una confessione e di lasciarne esaminare carta, grafia e provenienza.
Ma non gli impedì di porre allo zio una domanda che ormai non poteva più trattenere.
Vincenzo rispose al telefono con la solita voce tranquilla.
«Dante, ho saputo che stai dando credito a una donna che si spaccia per Elena.
Dovresti consultarmi prima di creare uno scandalo.»
«Quanti anni hanno Lia, Nina e Sara?» chiese Dante.
Dall’altra parte non si udì nulla per diversi secondi.
«Non so di chi parli.»
«Allora perché i loro nomi sono tra le tue carte?»
Vincenzo riagganciò.
Dante fissò lo schermo spento e provò una sensazione nuova: non la soddisfazione di aver spaventato suo zio, ma il disgusto per avergli lasciato decidere così tante cose al posto suo.
L’indagine proseguì lontano dalle telefonate.
Gli investigatori ricostruirono il percorso di alcuni pagamenti, recuperarono la copia depositata della procura contestata e ascoltarono persone coinvolte nella vecchia vendita.
La firma rimaneva oggetto di accertamento, ma i movimenti bancari conducevano a società controllate da Vincenzo.
Nel frattempo Nico venne rintracciato in una pensione fuori Milano e fermato nell’ambito degli accertamenti sull’aggressione al pianerottolo.
Gli agenti recuperarono l’arma che aveva portato con sé nella fuga.
Dante ricevette la notizia mentre stava andando a comprare le medicine prescritte a Elena.
Per riflesso cercò il numero del suo vecchio capo della sicurezza nella rubrica, poi si fermò.
L’idea che la persona incaricata di proteggerlo conoscesse ogni dettaglio della sua vita gli parve più inquietante della fuga stessa.
Cancellò i codici di accesso che Nico aveva usato e consegnò agli investigatori le informazioni richieste, senza tentare di costruire una propria caccia all’uomo.
Elena seppe della notizia dall’avvocata.
Non sorrise.
Chiese soltanto se Nico potesse ancora arrivare alle sue figlie.
Laura le spiegò quali misure di protezione erano state predisposte e la rassicurò sul fatto che sarebbe stata avvisata di ogni cambiamento rilevante.
La prudenza era ancora necessaria.
Nessuno le promise che la paura sarebbe sparita in una notte.
Il filmato dell’incendio, intanto, offrì una pista concreta.
In un angolo compariva il riflesso dell’insegna di un’officina situata dall’altro lato della strada.
Il titolare di allora, ormai in pensione, confermò che la telecamera di sicurezza aveva ripreso la scena e che ne aveva conservato una copia privata dopo aver ricevuto minacce.
Quattro mesi prima l’aveva riconosciuta mentre vendeva piccoli ritratti al mercato e, temendo di avvicinarla, era riuscito a farle recapitare anonimamente il file.
Ora accettò di fornire agli inquirenti il supporto originale e di raccontare ciò che ricordava.
Non bastava un video per risolvere ogni punto del caso.
Ma quel supporto, le dichiarazioni e le carte della procura cominciavano finalmente a incastrarsi senza dipendere dalla parola di uno solo.
Dante ripensò alla televisione accesa nel piccolo appartamento.
Elena gli spiegò che aveva tenuto il telecomando del lettore nascosto nella manica e lo aveva premuto quando aveva riconosciuto Nico dietro di lui.
Aveva sperato che il volto dell’aggressore sullo schermo impedisse a Dante di continuare a negare ciò che vedeva.
«Ho rischiato», ammise Elena.
«Non sapevo se avresti aiutato lui.»
«Hai avuto sette anni di ragioni per dubitarne», rispose Dante.
I risultati dell’esame di paternità arrivarono alcuni giorni più tardi.
I controlli confermarono che Dante era il padre biologico di tutte e tre le bambine.
Dante lesse il documento due volte, poi lo chiuse prima di entrare nella stanza di Elena.
Non lo alzò come una vittoria.
«Non voglio che un foglio ti costringa a fidarti di me», le disse.
Elena sfiorò con un dito la firma in calce.
«Non mi costringe.
Ma per loro sarà importante sapere che non le hai abbandonate.»
Decisero insieme di raccontare alle figlie soltanto ciò che potevano comprendere.
Con Rina presente, sedettero attorno al tavolo della piccola cucina del nuovo alloggio temporaneo, trovato attraverso il legale mentre la vecchia casa restava sotto controllo per le verifiche.
Dante appoggiò la mezzaluna d’argento davanti a sé.
«Conoscevo vostra madre prima che nasceste», disse.
«Quando vostra madre vi aspettava, io non sapevo ancora che sareste state tre.
Poi qualcuno ci ha separati e mi ha fatto credere che lei non fosse più viva.»
«Quindi sei il nostro papà?» domandò Sara.
«Sì», rispose Dante.
«Ma capisco se per adesso questa parola vi sembra strana.»
Nina volle sapere se avrebbe comprato loro dei giochi.
Lia intervenne prima che lui potesse rispondere.
«Non ci servono i giochi.
Ci serve che la mamma stia bene.»
«È quello che voglio anch’io», disse Dante.
La bambina lo fissò.
«Puoi volerlo anche domani?»
La domanda lo colpì più dell’esame di paternità.
Nessuna somma di denaro poteva rassicurarla su ciò che sarebbe accaduto il giorno successivo.
Dante le promise soltanto che sarebbe tornato all’ora concordata, e il giorno dopo si presentò davvero, con un sacchetto di pane e senza accompagnatori armati.
Nel frattempo l’identità della donna trovata nell’auto fu riesaminata con gli strumenti e i riscontri disponibili.
La procura avviò le verifiche necessarie anche attraverso i familiari di Teresa Bassi.
Sua sorella Chiara venne informata della possibilità che per sette anni avesse cercato una donna già morta.
Elena chiese di poterle parlare, ma lasciò a Chiara la scelta del momento.
Le contestazioni contro Vincenzo presero forma nel corso delle settimane.
Quando gli investigatori gli notificarono i provvedimenti disposti dall’autorità giudiziaria, lo zio non somigliava più all’uomo capace di decidere persino quali porte Dante potesse aprire.
Continuò a negare le accuse.
Dante, invece, consegnò ogni documento in suo possesso e rinunciò a qualunque accordo privato che avrebbe potuto nascondere la vicenda.
Una sera Elena lo chiamò dopo aver accompagnato le bambine a letto.
«Non voglio tornare nella tua villa», disse.
«Non voglio crescere le nostre figlie tra le stanze che tuo zio ha usato per farci tacere.»
Dante guardò il grande soggiorno vuoto in cui aveva trascorso tanti anni.
Aveva passato una vita a credere che il modo di ricominciare fosse riportare indietro ciò che aveva perduto.
Elena gli stava chiedendo l’opposto: lasciare il passato al suo posto e scegliere una casa diversa.
«Non ti chiederò di venire qui», rispose.
«E se le bambine avranno paura di chiamarti papà?»
Dante rimase in silenzio per un istante.
La risposta, questa volta, avrebbe dovuto dimostrarla con qualcosa di più delle parole.
Per seguire la scelta che Dante avrebbe fatto per la sua nuova famiglia, continua con la Parte 6.













