Al pronto soccorso Elena venne accompagnata in una stanza riservata agli accertamenti.
Dante restò nel corridoio, senza pretendere di entrare.
Per anni aveva immaginato di ritrovarla e abbracciarla; ora si accorgeva che il primo gesto d’amore possibile era rispettare una porta chiusa.
L’avvocata Laura Neri arrivò nel pomeriggio con una cartella consumata e domande molto precise.
Non si lasciò impressionare dal cognome Russo né dall’offerta di Dante di pagare qualsiasi spesa.
Volle sapere chi avesse la custodia delle bambine, dove fossero le copie del filmato e se Elena intendesse essere ascoltata dalle autorità già quella sera.
«Lia, Nina e Sara stanno con Rina», spiegò Dante.
«Non ho chiesto di portarle altrove.»
«Bene», rispose Laura.
«Continui così.
La fiducia non si compra con un appartamento.»
Dante pensò al proprietario incontrato sulla scala.
Aveva disposto un pagamento e promesso lo stabile alle tre bambine senza chiedere nulla a Elena.
Soltanto adesso capiva che la proprietà avrebbe richiesto un atto notarile, verifiche e tutele specifiche per delle minori.
Soprattutto, capiva che aveva deciso da solo sulla casa di qualcuno che aveva passato sette anni a difendersi dagli uomini della sua famiglia.
Quando Elena si sentì meglio, chiese che Laura e un’investigatrice ascoltassero il racconto insieme.
Dante poté rimanere soltanto perché lei, dopo una lunga esitazione, lo consentì.
La febbre non era scesa, ma il medico aveva escluso un pericolo immediato e avviato la cura di un’infezione respiratoria, aggravata dai danni che il fumo le aveva lasciato ai polmoni.
«Si chiamava Teresa Bassi», cominciò Elena.
«Aveva trent’anni.
Non era una sconosciuta: era mia amica.»
Dante ricordò vagamente una donna incontrata due volte al mercato dei fiori, prima che tutto cambiasse.
Elena gli parlò di Teresa come si parla di qualcuno che meriterebbe ancora di essere vivo: ricordava la sua voce troppo alta, le mani sempre sporche d’inchiostro, la promessa di aiutarla a raccontare una verità scomoda.
Sette anni prima, Elena aveva scoperto che una proprietà appartenuta alla madre di Dante era stata venduta usando una procura con la sua firma.
Dante non l’aveva mai sottoscritta.
Vincenzo, che da anni amministrava le questioni familiari, aveva fatto apparire regolare un’operazione che trasferiva il ricavato a persone legate a lui.
Teresa aveva aiutato Elena a confrontare alcune carte e aveva notato una data impossibile.
Avevano deciso di non affrontare Vincenzo prima di aver mostrato tutto a una persona indipendente.
Elena temeva che Dante, abituato a considerare lo zio l’unico custode della memoria familiare, avrebbe potuto scambiare quei sospetti per un’offesa.
Era convinta di avere ancora qualche giorno per parlargli con calma.
Invece, quella sera, la telefonata di Teresa era arrivata quando lei stava già preparando la borsa per l’appuntamento.
«La procura risultava firmata a Milano mentre tu eri con me a Verona», disse Elena.
«Ricordi quando mi accompagnasti in ospedale dopo quella caduta?»
Dante ricordò le ore in sala d’attesa, la pioggia sui vetri, il sollievo quando Elena era uscita dall’ambulatorio.
Aveva persino una ricevuta della farmacia di quel pomeriggio.
Ma non aveva mai saputo che quella giornata potesse scagionarlo da una firma.
«Teresa doveva accompagnarmi a consegnare le copie a un avvocato», continuò Elena.
«Avevamo portato tutto in macchina.
Poi è arrivato Nico.»
La memoria le si spezzò per un momento.
Laura non le chiese di affrettarsi.
Elena raccontò che Nico e un altro uomo l’avevano trascinata fuori mentre Teresa tentava di aprire lo sportello dall’altro lato.
Aveva sentito un colpo, visto Teresa cadere contro il sedile e poi avvertito l’odore di benzina.
L’avevano caricata su un furgone.
Dopo, soltanto il fumo dietro il finestrino.
«Non l’ho vista morire», precisò Elena.
«Ho capito che cosa le avevano fatto quando Vincenzo ha detto che Dante avrebbe pianto sulla tomba sbagliata.»
Non era una prova sufficiente per stabilire l’identità del corpo, osservò l’investigatrice.
Servivano documenti originali, esami e il riesame del vecchio fascicolo.
Elena assentì.
Per lei Teresa era stata la vittima dimenticata della notte dell’incendio, ma voleva che lo fosse anche per la giustizia, non soltanto nei suoi ricordi.
Dante si appoggiò alla parete.
«Mi hanno fatto assistere al suo funerale», sussurrò.
«Io ero convinto di seppellire te.»
«Lo so.
Ho pensato a quella donna ogni volta che ho sentito il mio nome pronunciato come quello di una morta.»
Elena spiegò il resto senza trasformarlo in una storia di salvataggio miracoloso.
Per nove giorni l’avevano trattenuta in una casa isolata, cercando le fotografie dei documenti.
Un’anziana addetta alle pulizie, che la vedeva stare sempre peggio, aveva lasciato una porta di servizio aperta e le aveva dato i soldi per un autobus.
Elena non aveva più saputo dove fosse finita quella donna.
Era fuggita da sola, incinta e senza i documenti che aveva portato con sé.
Aveva cambiato più alloggi, evitato i nomi che potevano tradirla e dato alla luce tre figlie mesi dopo.
La signora Rina l’aveva accolta quando non riusciva più a spostarsi con tre neonate.
Da allora gli spostamenti continui, i documenti ottenuti sotto un cognome di copertura, il lavoro saltuario con i ritratti e la paura avevano consumato quel poco che le era rimasto.
Le bambine conoscevano la sua tosse come altri bambini conoscevano il rumore di una sveglia.
Quando Elena non riusciva a dormire, Lia le portava acqua e Nina disponeva i colori sul tavolo, convinta che dipingere l’avrebbe fatta stare meglio.
Elena raccontò quelle cose senza chiedere compassione.
Dante capì quanto fosse stato ingannevole immaginare sette anni come un periodo vuoto, sospeso in attesa del suo ritorno.
«Vincenzo mi ha mostrato un messaggio firmato da te», disse infine.
«Diceva che non volevi più vedere né me né il bambino.»
«Non l’ho scritto.»
«Vorrei riuscire a crederti.»
Nessuno dei due pianse.
C’era troppo da verificare perché il dolore potesse trovare una forma semplice.
Prima di lasciare la stanza, Laura chiese a Dante di cercare le fotografie di quel giorno a Verona e ogni comunicazione ricevuta da Vincenzo dopo l’incendio.
L’investigatrice avrebbe richiesto gli atti del vecchio procedimento e l’originale del filmato ricevuto da Elena.
Il nuovo racconto avrebbe aperto verifiche serie, non cancellato sette anni di menzogne con una sola dichiarazione.
Dante si voltò per uscire, ma Elena lo richiamò.
«C’è qualcosa che Teresa aveva notato prima della notte dell’incendio», disse.
«Vincenzo non teneva tutte le carte nel suo studio.
Le nascondeva nella stanza di tua madre, nella villa sul lago.
Teresa aveva visto un fascicolo con il sigillo del notaio.»
Dante rimase senza fiato.
Dopo il funerale di sua madre, Vincenzo aveva chiuso quella camera a chiave e gli aveva detto che riaprirla sarebbe stato un tradimento della sua memoria.
Dante non era più entrato.
«La stanza è ancora chiusa?» chiese Elena.
«Sì.»
Per sapere che cosa era rimasto dietro quella porta, leggi la Parte 4.













