«Chi aveva accesso a quella porta?» chiese Camilla.
Matteo ingrandì la fotografia.
«Il personale, gli addetti alla sicurezza e le persone che io autorizzo».
«Allora non chiami tutti in salone per interrogarli.
Qualcuno potrebbe cancellare quello che ha fatto».
Lui la fissò.
«Da quanto tempo lavora qui?»
«Da poche ore.
È per questo che non sono sicura di niente».
Camilla sarebbe voluta andare via.
Aveva il numero di Teresa già pronto sul telefono e sapeva che la donna la stava aspettando.
Matteo le chiese di rimanere abbastanza da parlare con una professionista esterna che si occupava di minacce e tutela dei minori.
Camilla accettò solo dopo aver chiesto un taxi per tornare a casa quella stessa sera.
L’uomo telefonò anche alla sua avvocata, Giulia Serra, che lavorava fuori dagli affari di famiglia e non era stata scelta da Riccardo Sala.
«Non voglio guardie sotto casa di mia madre», precisò Camilla.
«Farò in modo che nessuno la disturbi», rispose Matteo.
«E mi dica subito se non può prometterlo».
Matteo annuì.
Una promessa onesta gli costava più di un ordine.
Giulia arrivò nell’attico e ascoltò entrambi.
Fece fotografare lo schermo con l’ora della ricezione, poi raccomandò a Matteo di conservare il telefono e di riferire la minaccia alle autorità.
Non propose una caccia all’uomo.
Spiegò anche che la casa, per quanto protetta, non poteva diventare una prigione per Leo o per chi vi lavorava.
«La prima cosa è sapere chi può entrare nelle stanze del bambino», disse.
«La seconda è non fargli ripetere ciò che ricorda davanti a dieci adulti».
Camilla fu grata di sentirlo dire da qualcuno che Matteo avrebbe ascoltato.
Il mattino seguente lei tornò alle nove, come aveva promesso.
Leo la aspettava con il trenino stretto sotto il braccio.
Non le saltò addosso.
Rimase sulla soglia finché Camilla non gli mostrò l’orologio e disse che aveva mantenuto l’appuntamento.
«Nove», ripeté il bambino.
«Esatto.
Ora possiamo scegliere se giocare o stare tranquilli».
Leo indicò la stanza dei giochi.
Il gesto era piccolo, ma Ada lo osservò con gli occhi umidi: da settimane non era stato lui a chiedere compagnia.
Una psicologa infantile indicata dall’avvocata, la dottoressa Elena Fumagalli, aveva fissato un primo incontro con Matteo per quella settimana.
Raccomandò che gli adulti rispettassero i limiti fisici di Leo e tenessero una routine stabile.
Camilla non aveva ricevuto una formazione specifica; proprio per questo non voleva spacciarsi per la persona capace di guarirlo con un abbraccio.
Quando Leo le lanciò un cuscino perché il suo trenino era uscito dai binari, lei spostò il cuscino e disse che non avrebbe accettato colpi.
Il bambino pianse, ma nessuno se ne andò gridando.
Ada, mentre rifacevano il letto degli ospiti, raccontò a Camilla che Sofia costruiva spesso la pista ferroviaria sul tappeto.
Aveva comprato il trenino da un artigiano di Brera, e una ruota si era allentata poco prima della sua morte.
«Voleva farlo riparare», disse Ada.
«Poi è successo l’incidente».
«Perché è più chiara delle altre?»
«Non lo so.
Da qualche mese sembra diversa».
Camilla si ricordò di Leo che le aveva appoggiato quella stessa ruota sul palmo, come se volesse mostrarle qualcosa senza lasciarlo andare.
Nel frattempo Giulia aveva contattato due ex tate disponibili a parlare.
Una, Marina, raccontò di aver ricevuto una telefonata anonima dopo aver segnalato a Sala che Leo aveva paura delle chiavi tintinnanti.
La voce le aveva ripetuto il nome della scuola di sua figlia.
Un’altra ricordava che qualcuno era entrato nella stanza dei giochi mentre il bambino dormiva e aveva frugato fra i suoi giocattoli.
Nessuna aveva visto un’aggressione e nessuna intendeva accusare una persona senza prove.
Erano testimonianze da verificare, ma raccontavano una paura più vasta dei capricci di Leo.
La quattordicesima, raggiunta soltanto per sapere se stesse bene, preferì non rilasciare dichiarazioni in quel momento.
Chiese però a Giulia di non usare il suo nome davanti a Sala.
Camilla ripensò agli occhi rossi della donna nell’ascensore.
Fino ad allora aveva creduto di averla vista uscire da un turno impossibile.
Ora si domandava quanta parte di quelle dimissioni fosse davvero libera.
Riccardo quella mattina non si presentò.
Ada disse che aveva mandato un messaggio annunciando un controllo negli uffici di via Melchiorre Gioia.
Matteo ordinò di non modificare nulla nei sistemi della casa finché un tecnico indipendente non avesse fatto una copia delle registrazioni disponibili.
Quando l’esperto verificò il dispositivo nella stanza dei giochi, trovò che conservava solo poche ore di immagini, benché il contratto ne prevedesse molte di più.
Era un’anomalia, non ancora una confessione.
«Il sistema è stato impostato così mesi fa», disse il tecnico.
«Da chi?» chiese Giulia.
«Da un account amministratore intestato a Sala».
Dopo pranzo Leo si addormentò sul divano.
Si svegliò di soprassalto quando un fattorino bussò due volte alla porta d’ingresso.
Strinse il trenino fino a farsi diventare bianche le nocche.
«Non le chiavi», mormorò.
Camilla si sedette sul tappeto, abbastanza vicina perché potesse vederla.
Non gli chiese chi o che cosa temesse.
Aspettò che il respiro del bambino tornasse regolare.
Leo girò il trenino sottosopra e indicò il bordo della ruota chiara.
«Mamma.
Qui».
Camilla guardò Ada e poi il piccolo.
«Vuoi che lo guardiamo insieme?»
Leo annuì.
Solo allora lei toccò il giocattolo.
La ruota non era stata sostituita: sopra il legno originale qualcuno aveva incollato un sottile disco di compensato.
Camilla chiamò Matteo e Giulia senza tentare di staccarlo.
L’avvocata fotografò il giocattolo nella posizione in cui si trovava e consigliò di far documentare l’apertura da un tecnico, senza promettere che il contenuto avrebbe dimostrato qualcosa.
Leo rimase accanto ad Ada durante l’operazione.
Sotto il disco apparve una minuscola scheda di memoria avvolta nella carta cerata.
Matteo fece un passo indietro.
Sul bordo del foglietto, in una grafia che riconobbe immediatamente, erano scritte quattro parole: «Per Leo.
Se serve».
La scheda poteva contenere un ricordo innocente, un messaggio mai spedito oppure qualcosa che Sofia aveva avuto motivo di nascondere.
Ma Matteo non riuscì a pronunciare il nome di sua moglie quando Giulia gli domandò se volesse procedere con una copia protetta dei dati.
Che cosa aveva lasciato Sofia nella ruota del trenino?
Per scoprirlo, leggi la Parte 4.













