Camilla si voltò verso la porta chiusa.
Non c’era una serratura visibile dall’interno, ma l’uomo che l’aveva accompagnata nello studio era rimasto fuori e il corridoio taceva.
«La apra», disse.
Matteo sembrò sorpreso.
«Non le sto facendo del male».
«Non ho detto questo.
Ho detto di aprire la porta».
Lui premette il pulsante sulla scrivania.
La porta si socchiuse immediatamente.
Quel gesto semplice non cancellò il timore che Camilla aveva provato, ma le restituì abbastanza fiato per restare in piedi.
«Ho visto mio figlio aggrapparsi a lei», disse Matteo.
«Non succedeva da mesi».
«È un bambino, non una prova da esibire».
«Non intendevo offenderla».
«Eppure ha deciso che può scegliere dove devo vivere».
Matteo distolse gli occhi per la prima volta.
Sul bordo della scrivania c’era una cornice girata verso di lui: una giovane donna dai capelli scuri stringeva Leo ancora neonato.
Camilla non la toccò.
«Mia moglie Sofia è morta nove mesi fa», disse Matteo.
«Un incidente d’auto.
Leo era a casa, ma quella sera sentì qualcosa che non avrebbe dovuto sentire.
Da allora non dorme, non si fida degli adulti.
Ha cacciato quattordici persone».
«Quattordici persone se ne sono andate», lo corresse lei.
«Non è la stessa cosa».
Matteo abbassò lo sguardo sulla fotografia.
Nessuno, in quella casa, sembrava avergli parlato in quel modo.
Camilla gli spiegò che non poteva lasciare sola sua madre, Teresa.
Abitavano insieme e una vicina passava soltanto durante il turno di lavoro.
Per le cure servivano appuntamenti precisi, non promesse vaghe di denaro.
Disse anche che non avrebbe accettato un accordo fatto sotto minaccia, fosse pure una minaccia pronunciata con calma.
Matteo ascoltò senza interromperla.
Poi prese un foglio dal cassetto e vi scrisse un numero.
«Un contratto regolare.
Orari concordati.
Lei potrà tornare a casa ogni sera.
Se vorrà, metterò un autista a disposizione per le visite di sua madre».
«L’autista non serve.
E non voglio che lei paghi i miei debiti per comprare la mia gratitudine».
La penna si fermò.
«Che cosa vuole, allora?»
«Essere pagata per il lavoro che faccio.
E sapere che posso dire di no».
Matteo le chiese quando avrebbe potuto firmare.
Camilla spiegò che avrebbe prima letto il documento con qualcuno di sua fiducia.
Fino ad allora avrebbe svolto le mansioni già concordate, senza fingersi una tata qualificata.
Se Leo avesse avuto bisogno di aiuto, avrebbe chiamato Ada o suo padre, e nessuno avrebbe potuto lasciarle la responsabilità del bambino senza parlarne con lei.
«D’accordo», disse Matteo.
«Non basta dirlo adesso.
Lo scriva».
Per qualche secondo lui rimase a fissarla.
Poi aggiunse quella condizione accanto all’orario.
Camilla avrebbe capito solo più tardi quanto fosse rara, in quella casa, una richiesta fatta senza paura e accolta senza una punizione.
Non se ne fidò ancora, ma decise di giudicare l’uomo da ciò che avrebbe fatto dopo.
Quando tornarono nel salone, Leo era seduto sotto il tavolo da pranzo.
Il trenino di legno riposava accanto a lui, con una ruota più chiara delle altre.
Una domestica anziana, Ada, spiegò a bassa voce che nessuno aveva osato spostarlo.
Camilla si accovacciò a qualche passo dal tavolo.
«Mi dispiace per prima.
La mia spalla ha bisogno di riposare e tu non puoi colpirmi», disse con voce ferma.
«Se vuoi stare con me, possiamo cercare un altro modo».
Leo non rispose.
Spinse soltanto il vagone fino al limite del tappeto e lo ritirò subito verso di sé.
Matteo fece per avvicinarsi, ma Camilla gli indicò di aspettare.
Non era una magia: il bambino continuava a tremare quando sentiva passi sconosciuti.
Un uomo alto, con un cappotto grigio nonostante il caldo dell’attico, attraversò l’ingresso.
Ada si irrigidì.
«Riccardo Sala», si presentò l’uomo.
«Mi occupo della sicurezza e del personale per il signor Duca».
Portava un mazzo di chiavi su un anello d’argento.
Quando appoggiò due nocche contro lo stipite prima di entrare, Leo ritrasse di colpo il trenino e si coprì le orecchie.
«Ancora i capricci», commentò Riccardo.
«Con me non attacca».
«Allora oggi non si avvicini», disse Camilla.
Matteo sollevò la testa, ma non la contraddisse.
Riccardo guardò prima lui, poi lei, con un sorriso che non raggiunse gli occhi.
Più tardi, Ada accompagnò Camilla nella stanza dei giochi.
C’erano libri nuovi, pupazzi ordinati e una pista ferroviaria incompleta.
Su uno scaffale, rivolto verso il letto del bambino, brillava un minuscolo punto nero incastonato in un orologio digitale.
«È una telecamera?» chiese Camilla.
Ada annuì.
«Sala l’ha fatta installare dopo l’incidente.
Dice che le registrazioni sono protette».
Camilla pensò al modo in cui Leo aveva reagito alle due nocche sul legno.
Non era una certezza, e non voleva trasformare la paura di un bambino in un’accusa.
Ma la coincidenza le rimase addosso.
La prima sera Matteo le propose di fermarsi per una prova, insistendo che l’avrebbe pagata anche se avesse scelto di non tornare.
Camilla telefonò a sua madre davanti a lui, senza abbassare la voce.
Teresa disse che una vicina poteva restare per un’ora in più.
Soltanto allora Camilla accettò.
Quando salutò Leo, lui le tese il trenino.
Non glielo lasciò prendere: appoggiò per un istante la ruota chiara sul suo palmo e poi la strinse nuovamente al petto.
«Domani?» chiese, quasi senza suono.
«Domani alle nove.
Se posso venire, te lo dico io.
Non te lo farà promettere qualcun altro».
Nel corridoio Matteo ricevette un messaggio da un numero sconosciuto.
La schermata mostrava una fotografia scattata quel pomeriggio: Camilla in ginocchio, Leo stretto al suo petto, e sullo sfondo il bicchiere rotto.
Non era l’inquadratura della telecamera nella stanza dei giochi.
Qualcuno aveva fotografato il salone da una porta che doveva essere rimasta vuota.
Sotto l’immagine c’erano soltanto cinque parole: «La quindicesima non deve restare».
Matteo impallidì.
Per la prima volta non ordinò nulla.
Girò il telefono verso Camilla, aspettando che fosse lei a decidere se guardare.
La fotografia provava che qualcuno, dentro l’attico, osservava anche chi tentava di aiutare Leo.
E Camilla capì che tornare il giorno dopo non sarebbe stata soltanto una questione di lavoro.
Per scoprire chi voleva allontanare Camilla dal bambino, continua con la Parte 3.













