Il trenino di legno colpì Camilla alla spalla e cadde sul pavimento di marmo con un rumore secco.
Leo Duca, tre anni appena, non sembrò nemmeno accorgersi di averle fatto male. Si avvicinò, le sferrò un calcio al ginocchio e sollevò di nuovo il piccolo pugno.
Camilla si irrigidì. Non era stata assunta per occuparsi di lui. Era lì per pulire i vetri, lucidare i pavimenti e cercare di arrivare alla fine del mese.
Dall’altra parte del salone, Matteo Duca osservava la scena senza muoversi.
Conosceva già il finale. Un grido, un rimprovero, una donna che prendeva la borsa e non tornava più.
Poco prima, quando Camilla era uscita dall’ascensore di servizio dell’attico di Porta Nuova, aveva incrociato la quattordicesima tata. La donna teneva gli occhi bassi e aveva il viso bagnato di lacrime. Non le aveva rivolto la parola. Aveva soltanto aspettato che le porte dell’ascensore si chiudessero.
Le altre tredici tate se n’erano già andate.
Camilla non aveva fatto domande. Sapeva che quello era un impiego difficile, ma non poteva permettersi di rifiutarlo.
Aveva ventitré anni e viveva a Quarto Oggiaro, in un appartamento dove ogni bolletta veniva aperta con il fiato sospeso. Sua madre aveva bisogno di cure continue. Tra visite specialistiche, riabilitazione e spese accumulate nei mesi, i debiti erano diventati più grandi di qualunque stipendio Camilla fosse riuscita a mettere da parte.
L’attico dei Duca sembrava appartenere a un altro pianeta: pareti di vetro, arredi impeccabili, superfici così lucide da riflettere persino le ombre. Camilla aveva deciso di guardare soltanto il lavoro da fare.
Poi aveva sentito dei passi rapidi. E il trenino l’aveva colpita.
Ora Leo era davanti a lei, con le guance arrossate e gli occhi lucidi. Era un bambino bellissimo, con il viso ancora tondo dell’infanzia. Eppure teneva i pugni stretti come se si aspettasse di dover combattere contro chiunque si avvicinasse.
Camilla lanciò una breve occhiata a Matteo.
L’uomo aveva legami con la criminalità organizzata e una reputazione capace di mettere a tacere persone molto più potenti di lei. Nelle stanze in cui entrava, gli altri abbassavano spontaneamente la voce. Ma lì, davanti a suo figlio, sembrava non sapere cosa fare.
«Non deve occuparsi di lui», disse Matteo, con un tono piatto.
Camilla non rispose subito. Il ginocchio le faceva male e la spalla pulsava sotto la stoffa della divisa. Il pugno di Leo era ancora sollevato, pronto a colpirla.
Avrebbe potuto indietreggiare. Avrebbe potuto chiedere che qualcuno portasse via il bambino. Soprattutto, avrebbe potuto proteggere l’unica cosa che le serviva davvero: quel lavoro.
Invece si abbassò lentamente, finché i loro occhi non furono alla stessa altezza.
Non gli afferrò il polso. Non gli disse che era cattivo. Non minacciò di chiamare suo padre.
«Dev’essere una rabbia enorme», mormorò, «per un bambino così piccolo».
Leo rimase immobile.
Camilla poteva sentire il proprio respiro nel silenzio del salone. Dietro il bambino, Matteo non aveva cambiato posizione. Il pugno di Leo era ancora a mezz’aria, ma non avanzava più.
«Puoi essere arrabbiato», continuò lei. «Io resto qui».
Il bambino fissò il suo viso come se stesse cercando di capire se quelle parole nascondessero un’altra promessa destinata a svanire.
Camilla non si mosse. Lasciò che fosse lui a decidere la distanza tra loro.
Il labbro inferiore di Leo tremò. La sua mano si aprì, un dito dopo l’altro. Quando il pugno scese, Camilla vide che gli tremavano anche le spalle.
Leo fece un passo avanti.
Lei restò in ginocchio.
Il bambino si chinò verso di lei e le posò un bacio leggerissimo sulla guancia.
Camilla sentì appena il contatto. Un istante dopo, Leo le si abbandonò contro il petto e scoppiò in un pianto disperato.
Non era l’urlo rabbioso che aveva riempito la casa fino a quel momento. Era un pianto spezzato, stanco, il suono di qualcuno che aveva trattenuto troppo a lungo qualcosa che non sapeva spiegare.
Camilla gli passò piano un braccio intorno alla schiena. Con l’altra mano gli sostenne la testa, senza stringerlo troppo.
«Sono qui», sussurrò.
Dall’altra parte del salone arrivò un piccolo tintinnio.
Camilla alzò gli occhi in tempo per vedere un bicchiere di cristallo scivolare dalla mano di Matteo Duca e frantumarsi sul marmo.
L’uomo che, secondo tutti, non perdeva mai il controllo era rimasto immobile. Guardava suo figlio, poi Camilla, come se avesse appena assistito a qualcosa che non riteneva possibile.
Leo continuò a piangere contro la sua spalla. Camilla non gli chiese di smettere. Nonostante il dolore del colpo, lo tenne vicino finché il suo respiro non cominciò a rallentare.
Non sapeva che cosa avesse visto Matteo in quel bacio. Sapeva soltanto che il modo in cui lui la guardava era cambiato.
Trenta minuti dopo, Camilla si trovava nello studio privato dell’uomo. Alle sue spalle c’era una porta pesante; davanti, Matteo Duca, in piedi, con la stessa espressione indecifrabile.
«Lei non tornerà a Quarto Oggiaro», disse.
Camilla pensò di aver capito male.
«Mi scusi?»
«Non tornerà ai suoi debiti. Né alla vita che ha lasciato fuori da questa casa».
Il tono non somigliava a un’offerta. E non sembrava una domanda.
Dietro di lei, la porta si chiuse con un clic asciutto.
Solo allora Camilla capì che il bacio di Leo non era stato il vero pericolo di quella giornata.
Il vero pericolo era ciò che suo padre aveva deciso di fare dopo.













