« Suo marito mandava tre rose bianche alla stessa donna ogni giovedì, signora. Da diciotto anni. »
Per un istante pensai che la fioraia avesse confuso i clienti.
« Diciotto anni? Ne è sicura? »
Dietro il bancone del suo negozio a Firenze, Giulia Bassi posò le forbici. Teneva ancora tra le dita il gambo di una rosa, con una fogliolina attaccata al pollice.
« Mi dispiace. Credevo che lei lo sapesse. »
Mi chiamo Anna Moretti, ho cinquantaquattro anni e mio marito Stefano è morto sei settimane fa. Da allora sistemo le sue cose a piccoli gruppi: le fatture dell’auto, l’assicurazione, i contratti che non riesco a disdire senza sentire di cancellare un altro frammento della nostra vita.
Quel mattino ero entrata da Fiori Bassi per un addebito comparso sull’ultimo estratto conto. Stefano comprava raramente fiori per casa. Per il mio compleanno aveva aggiustato la serratura della porta sul terrazzo. Era il suo modo di prendersi cura di me. E io, per trent’anni, avevo imparato a riconoscerlo.
« Era il pagamento di una consegna? » domandai.
Giulia annuì e girò lo schermo verso di me. In una lunga lista di ordini riconobbi la ripetizione: giovedì, tre rose bianche, Chiara Rinaldi. Ancora giovedì, ancora tre rose, ancora quel nome.
« Sempre senza biglietto », disse. « Se ne occupava già mio padre quando aveva il negozio. »
Guardai le date. Diciotto anni significavano tanti giovedì quanti non riuscivo nemmeno a immaginare. Nel frattempo avevamo trascorso vacanze insieme, assistito mia madre durante la malattia e salutato nostra figlia Elisa quando era partita per l’università. Stefano aveva trovato un momento per Chiara in ognuna di quelle settimane.
« Lei l’ha mai incontrata? »
« Una volta o due. Abita dall’altra parte dell’Arno. »
Giulia esitò. Si capiva che non voleva raccontarmi la vita di un’altra cliente. Le dissi che non le avrei chiesto l’indirizzo. Lo avevo già visto sul duplicato di una ricevuta, infilato in una cartellina di Stefano.
« Volevo solo capire per cosa stavamo pagando. »
« L’abbonamento è stato chiuso appena abbiamo saputo della sua morte », precisò. « L’ultimo mazzo è partito il giovedì precedente. »
Uscii con la sensazione di aver dimenticato qualcosa nel negozio. Continuavo a cercare una spiegazione innocente: una collega malata, un’amica d’infanzia, un favore mai ricambiato. La domanda restava la stessa. Perché non mi aveva mai detto il suo nome?
Conoscevo il rumore del cucchiaino di Stefano contro la tazza, le due camicie che rifiutava di buttare, il modo in cui si addormentava davanti ai documentari. Sapevo quando aveva bisogno di silenzio e quando fingeva di non essere preoccupato. Ma non sapevo chi fosse Chiara Rinaldi.
Chiamai Elisa dal marciapiede. Mi raccontò di una lezione e poi mi domandò se avevo pranzato. Stavo per parlarle delle rose, ma dissi che dovevo attraversare la strada e chiusi la telefonata. Da sei settimane cercavamo entrambe un modo per vivere senza Stefano. Non me la sentivo di consegnarle un dubbio che non sapevo ancora nominare.
A casa aprii i cassetti della sua scrivania. Conservava i documenti mese per mese, stretti da elastici troppo piccoli. Sul fondo di una cartellina trovai la ricevuta di consegna e altri tre scontrini. Il numero di Chiara era stato cancellato con una riga e riscritto sotto, con la calligrafia ordinata di Stefano.
Non c’erano parole affettuose. Nessuna dedica, nessuna iniziale nascosta, nemmeno un « grazie ». Quell’assenza mi turbò quasi quanto le rose. Se si trattava di una relazione, perché non lasciare mai un messaggio? E se non lo era, perché continuare così a lungo?
Composi il numero. Non rispose nessuno. Un’ora dopo salii su un autobus diretto oltre l’Arno. Scelsi un posto vicino al finestrino e tenni la ricevuta in tasca, come se potesse impedirmi di tornare indietro.
La strada di Chiara era tranquilla, con piccoli condomini e biciclette legate alle ringhiere. Rimasi davanti al portone per diversi minuti. Avevo immaginato tante volte che cosa avrei detto all’altra donna, ma adesso non sapevo più di che cosa accusarla.
La porta al piano terra si aprì appena. Una donna sulla cinquantina, con capelli grigi tagliati corti, mi osservò senza apparente sorpresa.
« Signora Rinaldi? Sono Anna Moretti. La moglie di Stefano. »
Appoggiò una mano allo stipite. Il suo volto si irrigidì, non come quello di chi viene scoperto, ma come se un dolore antico fosse tornato a cercarla.
« Stefano è morto », aggiunsi. « Non so se lo sapeva. »
« L’ho saputo. Mi dispiace per lei. »
Dietro di lei intravidi un tavolino, una scatola di medicinali e un vaso vuoto. Estrassi la ricevuta e gliela mostrai.
« Perché mio marito le mandava rose ogni giovedì? »
Chiara fissò il foglio senza prenderlo. Poi arretrò e si sedette su una sedia accanto alla porta. Le mani le tremavano appena.
« Gli ho chiesto di smettere », disse. « Quindici anni fa. »
Sentii il cuore battere più forte.
« E allora perché ha continuato? »
Chiara sollevò gli occhi. C’era stanchezza nel suo sguardo, ma nessuna volontà di ferirmi.
« Perché forse credeva che i fiori potessero sostituire ciò che non aveva mai avuto il coraggio di riparare. »
Rimasi immobile, con la ricevuta fra le dita. Ero arrivata convinta di incontrare l’amante di mio marito. Davanti a me c’era una donna che parlava di una colpa.
E ancora non sapevo che cosa avesse fatto Stefano.













