Il giorno dell’accesso alla villa pioveva ancora, ma una pioggia leggera, quasi invisibile. Arrivai con Elena alle dieci. Dall’altra parte del cancello ci aspettavano Matteo, il suo avvocato e Lucia. Sofia non si vedeva. Per un istante mi sembrò di essere tornata alla notte del mio rientro: lo stesso portico, le stesse piante, lo stesso modo in cui Lucia teneva il mento sollevato quando era convinta di avere il potere dalla propria parte.
Il legale di Matteo ci fece entrare dopo aver controllato la comunicazione di Elena. Non venivamo a prendere possesso dell’immobile con la forza, né a discutere davanti ai vicini. L’accordo per quella mattina prevedeva il ritiro di alcuni effetti personali, fotografie dello stato delle stanze e una conversazione sulle modalità di accesso future. Matteo aveva accettato, forse perché sperava ancora di ottenere la dichiarazione sulla casa.
La prima cosa che notai fu la scomparsa delle mie fotografie dal mobile all’ingresso. Al loro posto c’era un vaso di fiori freschi. Sul tappeto, dove avevo sistemato le scarpe di Matteo ogni domenica, giacevano due scatole con un’etichetta scritta da Lucia: *Cose di Chiara*.
«Abbiamo cominciato a prepararti tutto», annunciò mia suocera. «Così eviti di tornare continuamente.»
Elena rispose prima di me. «Oggi porteremo via soltanto quello che la signora Bellini desidera. Il resto verrà inventariato. Non ci sono accordi che autorizzino a disporre dei suoi beni personali.»
Lucia strinse le labbra. «Adesso anche per ritirare due maglioni serve un avvocato?»
«Da quando avete cambiato la serratura mentre ero in viaggio, sì», dissi.
Salii al piano superiore. Il mio armadio era stato svuotato a metà, ma la cassapanca di legno si trovava ancora sotto la finestra. Mi inginocchiai per aprirla. Dentro c’erano il cappotto di mia madre, una scatola di fotografie e il quaderno con cui avevo annotato le spese del primo anno di matrimonio. Sulla prima pagina Matteo aveva disegnato un cuore accanto alla cifra del nostro affitto di allora. Conservavo quel quaderno per ricordare che non tutto era cominciato male.
Lo sfogliai senza farmi vedere. Nei mesi successivi avevo pagato il deposito dello studio, il computer con cui Matteo preparava i primi progetti e diverse rate che lui mi aveva promesso di restituire. Non gliele avevo mai richieste. Il denaro era stato il modo più semplice per affrontare i problemi che non sapevamo discutere, e adesso vedevo il costo di quella scelta.
Quando scesi, trovai Sofia in cucina. Non sorrideva. Guardava un foglio che Matteo aveva lasciato accanto alla macchina del caffè e teneva una mano appoggiata al tavolo, non più sul ventre. All’arrivo mio e di Elena si alzò.
«Pensavo che foste già separati», disse, senza salutare.
Matteo entrò dalla veranda. «Sofia, non è il momento.»
«Mi avevi detto che Chiara viveva altrove da mesi», continuò lei. «Che eravate rimasti insieme soltanto per formalità.»
La guardai. Non avevo modo di sapere se dicesse la verità, ma il pallore del suo viso non somigliava all’aria soddisfatta della sera in cui mi aveva invitata a non offendermi.
«Sono rientrata da un viaggio di lavoro tre notti fa», risposi. «Fino a quel momento abitavo qui con mio marito.»
«Non darle retta», intervenne Lucia. «Le piace far sembrare tutto più drammatico.»
Sofia spinse lentamente il foglio verso di me. Era una copia della dichiarazione che Matteo voleva farmi firmare. In calce, sotto il nome della società, c’era già uno spazio per la mia firma. Non era stato compilato.
«Matteo mi ha detto che questa casa era sua», mormorò.
«Ti ha detto anche che io non avevo alcun titolo per rientrare?»
Sofia non rispose. Non avevo bisogno di insistere. Elena prese nota del documento e chiese di poter fotografare la copia. L’avvocato di Matteo acconsentì, dopo averla esaminata. Il marito che per anni mi aveva accusata di essere troppo riservata stava scoprendo, davanti alla nuova compagna, quanto potessero pesare le proprie omissioni.
Nel salone Matteo mi raggiunse mentre controllavo il contenuto delle scatole. Abbassò la voce.
«Chiara, ascoltami. Non serve arrivare a questo punto. Firma la dichiarazione per un anno e ti darò più dei duemilacinquecento euro. Possiamo accordarci.»
«Con quale denaro?»
Mi guardò come se la domanda fosse un’offesa. «Il finanziamento è quasi approvato. Mi serve solo stabilità per lo studio.»
«La banca ti ha chiesto di dimostrare che la villa fosse tua?»
«Mi ha chiesto delle garanzie. Tutti gli imprenditori le cercano.»
«E tu hai deciso che io sarei stata una garanzia senza chiedermelo.»
Matteo si passò una mano tra i capelli. «Ho costruito una carriera. Ho lavorato per questa casa.»
«Hai lavorato per la tua carriera. Questa casa appartiene a una società, e lo sai da oggi, se davvero non lo sapevi prima.»
Per la prima volta lo vidi esitante. Pensava che stessi bluffando. Tirai fuori dalla borsa la visura societaria, senza mostrargli altri dati riservati, e gliela consegnai. Lesse il nome dell’intestataria, poi la mia qualifica nella delibera di assegnazione. Tornò alla prima pagina e ricominciò.
«Presidente?» disse piano.
Lucia si avvicinò, irritata. «Presidente di che cosa?»
«Di Sterling Crest Italia», rispose Matteo, ancora con gli occhi sul documento.
Il silenzio successivo durò abbastanza perché sentissi il ticchettio dell’orologio sopra il camino. Sofia si appoggiò allo schienale di una sedia. Lucia mi fissò come se il mio volto fosse cambiato.
«Perché non ce l’hai detto?» chiese Matteo.
Era una domanda legittima, e gli dovevo una risposta. Ma non avrebbe trasformato in lecita quella notte. «All’inizio avevo paura che tu vedessi soltanto il mio patrimonio. Poi ho avuto paura di ammettere che non ci conoscevamo più.»
L’avvocato di Matteo gli fece cenno di uscire con lui. Io raccolsi il cappotto di mia madre e le fotografie. Prima di andare via, trovai Sofia nel corridoio. Aveva il telefono in mano.
«Mi aveva promesso che dopo l’arrivo del bambino avremmo comprato questa casa», disse. «Adesso non so più che cosa credere.»
«Comincia chiedendogli di mostrarti i documenti, non le promesse.»
Fuori dal cancello Elena mi comunicò che Matteo aveva ritirato verbalmente la proposta di farmi firmare subito. Ma prima di salire in macchina vidi arrivare sul mio telefono un messaggio da Sofia: una fotografia di un altro foglio, rimasto nel cassetto della cucina. Portava il logo dello studio di Matteo, la data di sei settimane prima e una frase evidenziata: *Autorizzazione all’utilizzo dell’immobile ai fini della pratica di credito.* Stavolta, nello spazio della firma, qualcosa era stato scritto. Sembrava il mio nome.













