Il lunedì successivo iniziai la giornata nella sede di Sterling Crest, non nell’ufficio riservato alla presidenza ma in una sala riunioni al quarto piano, senza fotografie alle pareti. Avevo chiesto che fosse presente anche il responsabile della conformità, Lorenzo Ferri. Non volevo che un’indagine riguardante mio marito dipendesse soltanto dalle mie decisioni. Gli consegnai la richiesta della banca, i documenti dell’immobile e un elenco dei rapporti commerciali noti tra lo studio di Matteo e le società del gruppo.
«Da questo momento mi asterrò dalle decisioni che coinvolgono direttamente il suo studio», dissi. «Voglio una verifica regolare, non una punizione privata.»
Lorenzo non parve sorpreso. «È la scelta corretta. Per prima cosa separeremo le informazioni accessibili alla società da quelle relative alla tua vicenda personale.»
Mi consegnò un foglio. Il suo studio aveva ottenuto tre incarichi da società collegate a Sterling Crest, tutti assegnati anni prima attraverso procedure documentate. L’ultimo era scaduto da mesi. C’erano poi alcune presentazioni commerciali realizzate da Matteo per un progetto alberghiero non ancora approvato. Nessun indizio immediato di un trasferimento illecito di denaro. Semmai, il pericolo era diverso: Matteo aveva costruito un’immagine di solidità più grande dei conti che poteva dimostrare.
Ripensai a una sera di un anno prima, durante un ricevimento organizzato dallo studio. Matteo aveva portato alcuni ospiti sul terrazzo per mostrare la vista sul giardino. Mi aveva presentata soltanto come «mia moglie, che lavora spesso all’estero». Uno dei clienti mi aveva chiesto se fossi contenta dei suoi successi. Avevo detto di sì, sinceramente. Poi Matteo aveva raccontato di aver acquistato la villa grazie a un affare particolarmente fortunato. Mi ero avvicinata per correggerlo, ma lui aveva già cambiato argomento e gli invitati ridevano. Quella sera avevo scelto la pace della tavola. Non immaginavo che una menzogna detta per vanità potesse un giorno comparire in un fascicolo bancario.
Da Elena appresi che la banca aveva ricevuto una brochure dello studio. A pagina dodici c’era una fotografia della villa ripresa dal giardino, sotto la scritta *Patrimonio immobiliare di riferimento*. Non era un atto notarile, né bastava per costituire una garanzia, ma poteva indurre un finanziatore a credere che Matteo disponesse di un bene che non gli apparteneva. La banca aveva chiesto chiarimenti prima di andare oltre.
«Forse ha soltanto mentito per fare colpo», dissi, sapendo quanto fosse debole la mia giustificazione.
«Forse», rispose Elena. «Ma è necessario capire se ha allegato anche un’autorizzazione. Non confonderemo una vanteria con un falso documento.»
Verso mezzogiorno Matteo telefonò dal numero di un collega. Riconobbi la sua voce alla prima parola. Era agitato e parlava piano, probabilmente per non farsi sentire da Lucia.
«Che cosa hai combinato con la banca?»
«Non ho chiamato nessuna banca contro di te.»
«Mi hanno chiesto di sospendere l’istruttoria. Dicono che ci sono incongruenze sull’immobile. Hai parlato con loro, vero?»
«È stata la banca a chiedere chiarimenti alla società proprietaria. Tu avevi indicato la villa fra i tuoi beni?»
Seguì un lungo silenzio. Poi Matteo rise senza allegria. «Quella casa è la nostra casa. Ho vissuto lì sette anni.»
«Viverci non significa esserne proprietari.»
«Da quando fai la maestrina di diritto? Chiara, non sei mai stata interessata ai miei affari. Adesso vuoi rovinarmi perché sto per avere un figlio.»
Quella frase mi colpì più di quanto desiderassi ammettere. Avevamo cercato un figlio per un periodo. Poi erano arrivate visite, analisi, attese in sale d’ospedale. Nessun medico aveva mai detto che fosse tutta colpa mia. Eravamo stati noi a smettere di parlarne, e Lucia aveva riempito il silenzio con le sue sentenze.
«Non userò la gravidanza di Sofia per ferirti», risposi. «Ma non puoi usare una proprietà altrui per ottenere denaro.»
«Io non ho usato niente. Ho presentato un progetto.»
«Allora saranno i documenti a chiarirlo.»
Chiuse la chiamata. Rimasi qualche minuto immobile, con il telefono sul tavolo. Non ero pronta a spiegargli chi fossi. Non per tendere una trappola, ma perché, per la prima volta, la verità mi sembrava qualcosa da affidare a un confronto serio, non a una lite in cui avrebbe cercato di sovrastarmi.
Nel pomeriggio Andrea mi accompagnò davanti alla villa. Non entrammo. Elena aveva fissato per il giorno dopo un accesso concordato, alla presenza di entrambi i legali, per recuperare documenti personali e verificare lo stato degli ambienti. Dall’esterno potevo vedere le persiane del piano superiore socchiuse. Pensai ai libri che avevo lasciato sul comodino e ai vestiti di mia madre conservati in una cassapanca. Lucia sapeva bene quali cose avevano un valore sentimentale. Era questo a spaventarmi.
«Posso fare una domanda personale?» disse Andrea.
«Falla.»
«Perché Matteo non sapeva che lei era presidente?»
Lo osservai. Era abbastanza discreto da non avermelo mai chiesto in tutti quegli anni. «Quando ci siamo conosciuti, lavoravo molto e avevo appena ereditato una quota importante del gruppo da mio padre. Non volevo che ogni appuntamento diventasse una trattativa. Poi ho rimandato il momento di dirglielo. E ogni anno è diventato più difficile.»
«Lui non le ha mai chiesto nulla?»
«Mi chiedeva se il viaggio fosse andato bene. Non mi ha mai chiesto davvero che cosa facessi.»
Andrea lasciò cadere lo sguardo. Non occorreva aggiungere altro. Un rapporto può sopravvivere a molte omissioni, ma non al disinteresse reciproco che le rende comode.
Quella sera Elena mi inoltrò una lettera dell’avvocato di Matteo. Contestava il mio diritto di entrare liberamente nell’immobile e sosteneva che la villa fosse stata destinata alla famiglia durante il matrimonio. La questione, scriveva, sarebbe stata discussa nelle sedi competenti. Almeno adesso qualcuno stava usando parole verificabili.
Ma in fondo alla lettera c’era una seconda richiesta: Matteo voleva che io firmassi una dichiarazione attestante la sua disponibilità esclusiva dell’abitazione per i successivi dodici mesi. Non c’era alcuna ragione per cui avrei dovuto farlo. Elena sottolineò una frase e mi telefonò immediatamente.
«Chiara, la dichiarazione è datata due giorni prima del tuo rientro.»
«E quindi?»
«Quindi lui aveva preparato l’operazione prima ancora di cambiare la serratura. E il modello allegato è intestato a Sterling Crest Immobili.»
Mi avvicinai alla finestra. Non ero stata cacciata in seguito a una discussione improvvisa: qualcuno aveva pianificato quella notte, e adesso ne conoscevo il primo motivo concreto. Matteo non voleva soltanto vivere con Sofia. Voleva che il suo nuovo equilibrio economico poggiasse su una casa che non possedeva.













