Alle sette e venti Andrea bussò alla porta della suite che aveva prenotato per me. Non avevo dormito. La valigia era rimasta accanto alla finestra, ancora bagnata in un angolo, e sul tavolino c’era un bicchiere d’acqua intatto. Quando lo feci entrare, appoggiò due cartelline e un sacchetto di carta contenente un cornetto e un caffè. Era un gesto ordinario, e proprio per questo mi fece venire da piangere.
«Ho chiesto all’ufficio legale le copie autentiche e la delibera di assegnazione», spiegò. «Gli originali restano custoditi nell’archivio societario. Elena Rinaldi li porterà all’incontro.»
Aprii la prima cartellina. Il proprietario della villa era Sterling Crest Immobili S.r.l., società del gruppo. Sette anni prima il consiglio ne aveva approvato l’utilizzo come residenza di servizio della presidente, cioè mia. La concessione non trasformava l’immobile in una proprietà privata. Neppure il matrimonio attribuiva automaticamente a Matteo il diritto di disporne come se fosse suo. Ma avevo vissuto lì con lui, e quella convivenza non poteva essere cancellata con una telefonata alla sicurezza.
«Quindi non posso semplicemente mandarli fuori», dissi.
Andrea scosse la testa. «L’avvocata vuole procedere con una richiesta formale. E documentare subito il cambio della serratura.»
Mi sentii sollevata nel sentire quella risposta. Nella notte avevo immaginato uomini in uniforme allontanare Lucia davanti ai vicini. Sarebbe stata una scena capace di restituirmi per un minuto la dignità perduta, ma avrebbe somigliato troppo al trattamento che avevo appena subìto.
Elena arrivò poco dopo. Aveva lavorato per Sterling Crest anche quando non ricoprivo ancora la presidenza, e conosceva la differenza tra proteggere un diritto e usarlo per ferire qualcuno. Mi fece raccontare ogni momento della sera precedente, senza interrompermi. Si fermò soltanto quando menzionai la busta.
«L’hai presa?»
«No. Matteo l’ha lasciata sul mobile dell’ingresso, vicino alle sue chiavi.»
«Ha parlato di separazione legale? Ha fatto riferimento a un avvocato?»
«Mi ha detto che Sofia aspettava un bambino e che io dovevo ricominciare con duemilacinquecento euro.»
Elena annotò le parole con precisione. «Una nuova relazione e una gravidanza non sciolgono un matrimonio. E non bastano a decidere da soli dove possa abitare un coniuge. Prima distingueremo la questione familiare da quella immobiliare.»
Fu allora che guardai il telefono. Trentasei messaggi di Matteo. All’inizio mi ordinava di non fare scenate. Poi chiedeva se fossi arrivata in albergo. Nell’ultimo scriveva: *Non mettere di mezzo i tuoi capi. Rischieresti di perdere anche il lavoro.* Rimasi a fissarlo finché le lettere non persero significato. Perfino in quel momento pensava che lavorassi alle dipendenze di qualcuno pronto a licenziarmi per un litigio domestico.
C’erano anche due messaggi di Lucia. Nel primo chiedeva quando sarei passata a ritirare i vestiti rimasti nell’armadio. Nel secondo mi ricordava di lasciare le chiavi del garage, come se fossi un’ospite con il soggiorno scaduto. Non risposi a nessuno.
Elena preparò una comunicazione per Matteo: contestazione del cambio di serratura, richiesta di conservare ogni documento e di non alterare ulteriormente l’immobile, proposta di accesso concordato per recuperare i miei effetti personali e apertura di un confronto legale sull’occupazione. Niente minacce teatrali, niente ultimatum impossibili. Avrei firmato con il mio nome e con la qualifica che avevo tenuto lontana dalla vita domestica.
Prima che la lettera partisse, il telefono di Andrea vibrò. Era l’ufficio amministrativo. Gli passò un’espressione inattesa sul volto.
«C’è un’altra cosa», disse dopo aver chiuso la chiamata. «Ieri sera è arrivata una richiesta di verifica da una banca. Riguarda lo studio di progettazione di Matteo.»
Negli ultimi anni suo marito, pensai automaticamente. Poi mi corressi: mio marito. Lo era ancora, almeno sulla carta.
Matteo aveva fondato uno studio che realizzava allestimenti per alberghi e residenze di lusso. Lo avevo aiutato a incontrare persone del settore senza mai usare il titolo di presidente davanti a lui. Alcuni contatti gli avevano affidato piccoli progetti; altri lo avevano respinto. Mi ero ripetuta che tutto ciò che veniva dopo dipendesse dal suo talento.
«Che cosa vuole la banca?» chiese Elena.
Andrea esitò. «Una conferma relativa a un immobile indicato nella presentazione patrimoniale dello studio. L’indirizzo è quello della villa.»
Non parlai subito. Matteo si era sempre vantato che la casa fosse la prova della sua riuscita. Lo diceva ai colleghi durante le cene, agli amici davanti al camino, perfino ai giardinieri. Pensavo fosse un’esagerazione innocua, una forma di vanità che avevo scelto di non correggere.
«La banca ha un’ipoteca?» domandai.
«Non risulta nulla del genere. È una verifica preliminare, prima di concedere un nuovo finanziamento.»
Elena chiuse lentamente la penna. «Non traiamo conclusioni. Chiederemo quale documento sia stato presentato e da chi. Se riguarda il gruppo, dovrà occuparsene una verifica indipendente.»
Annuii. Il mio primo impulso era chiamare Matteo e domandargli come avesse potuto usare l’indirizzo di quella casa. Ma conoscevo già la sua risposta: avrebbe detto che era tutto nostro, che esageravo, che non comprendevo le pressioni di un imprenditore.
Scesi nella hall per prendere aria. Sullo schermo del telefono comparve una fotografia pubblicata da Lucia pochi minuti prima. La tavola della nostra sala da pranzo era apparecchiata per tre. Sofia sorrideva con una tazza fra le mani e Matteo le stava accanto. Sotto la fotografia, Lucia aveva scritto: *Finalmente una famiglia completa.*
Mi fermai su un particolare quasi ridicolo: il vaso blu sul tavolo era quello che avevo comprato durante il nostro primo viaggio insieme. Lo avevo scelto perché Matteo aveva detto che quella casa gli sembrava troppo fredda. Avevo impiegato sette anni a riempirla di cose vive, e una sola notte era bastata a farmi sentire cancellata.
Elena mi raggiunse con il fascicolo sotto il braccio.
«Chiara, prima di tutto devi decidere che cosa vuoi proteggere.»
Guardai la fotografia un’ultima volta e spensi lo schermo. «I miei diritti. La società. E la possibilità di uscire da questo matrimonio senza diventare come loro.»
Quando tornammo al piano superiore, sulla scrivania di Andrea ci aspettava la copia della richiesta bancaria. Accanto all’indirizzo della villa, nella casella riservata ai beni di disponibilità personale del richiedente, compariva una firma: Matteo Bellini. Sotto, una breve nota assicurava che la documentazione sulla titolarità sarebbe stata prodotta entro la settimana. La firma non provava una frode compiuta, ma indicava che il passo successivo era già stato preparato. Stavolta non potevo permettermi di ignorarlo.













