La mattina dopo, Agnese si svegliò prima dell’alba.
Non aveva dormito molto, ma non rimase a letto a immaginare ciò che avrebbe detto Valli.
Preparò la colazione, sistemò sul tavolo il contratto d’affitto e infilò nella borsetta la comunicazione scritta con l’aiuto di Marta Ferri.
Poi telefonò a Ettore.
«Non serve correre», gli disse.
«So che hai il lavoro. Vieni quando puoi, prima delle dieci.»
Ettore riconobbe in quella voce un cambiamento piccolo ma importante.
Il giorno prima Agnese aveva paura perfino di parlare al proprietario; quella mattina gli stava dando un orario, come avrebbe fatto con qualsiasi familiare.
Avvisò il laboratorio che sarebbe arrivato tardi e prese l’auto di Matteo, più comoda della moto per accompagnare la nonna.
Lucia lo aspettava già sotto casa.
Portava una cartellina con le copie dei documenti e due panini preparati per dopo.
Prima di salire gli chiese se avesse davvero voglia di trovarsi lì.
«Ci sono perché l’ho scelto», rispose lui.
«Non perché mi hai chiesto di rimediare al passato.»
Lucia annuì, senza cercare una consolazione ulteriore.
Alle dieci meno cinque arrivò Silvio Valli accompagnato da un uomo con una custodia per strumenti di misura.
Agnese aprì la porta, il deambulatore davanti a sé.
Dietro di lei c’erano Lucia ed Ettore; sul pianerottolo, Ada stava annaffiando una pianta con un’attenzione evidentemente esagerata.
«Buongiorno, signora Bellini», disse Valli.
«Oggi vorrei evitare altre discussioni.»
«Anch’io. Per questo ho preparato una risposta.»
Agnese gli consegnò il foglio.
Valli lo lesse scorrendo rapidamente le righe, poi si soffermò sul riferimento alla consulenza ricevuta.
«Vedo che vi siete messi in testa di chiamare gli avvocati.»
«Ho chiesto di capire il mio contratto», replicò Agnese.
«Non ho accettato di andarmene fra trenta giorni. E non le consegno le chiavi oggi.»
Valli tentò di interromperla, ma lei lo pregò di aspettare.
Aveva scritto tre domande in fondo al foglio: perché avrebbe dovuto lasciare l’appartamento, a quale titolo il tecnico richiedesse un sopralluogo e dove fossero le comunicazioni formali che il proprietario sosteneva di aver inviato.
Le lesse una per una, anche quando la voce le si incrinò.
Il tecnico fece un passo avanti.
«Io mi chiamo Claudio. Mi hanno chiesto soltanto di misurare alcune stanze per una valutazione. Non sono qui per cambiare serrature o portare via niente.»
Valli parve infastidito dalla precisazione.
Ettore, invece, ne fu sollevato.
Aveva temuto un gesto improvviso e capì quanto fosse pericoloso lasciare che la paura sostituisse i fatti.
«Allora il sopralluogo può essere concordato dopo che la signora avrà verificato le sue richieste», disse Lucia.
Agnese alzò una mano, chiedendo alla figlia di lasciarla parlare.
«Signor Valli, se ha bisogno di una visita tecnica regolare, possiamo fissarla per iscritto. Ma non voglio essere minacciata ogni volta che apro la porta.»
Il proprietario chiuse la cartellina.
Accennò a un presunto ritardo nei pagamenti e disse che avrebbe chiesto al proprio legale di esaminare la questione.
Agnese gli mostrò la ricevuta bancaria dell’ultimo bonifico, senza consegnargli l’unico originale.
Valli non commentò la cifra e se ne andò con Claudio, promettendo una comunicazione formale.
Quando i passi svanirono nella scala, Agnese rimase immobile.
Aveva ancora le mani che tremavano.
«Ho parlato troppo?» chiese.
«Hai fatto le domande che volevi fare», rispose Lucia.
Ada comparve dal piano superiore.
«Se ti serve, posso dire quello che ho sentito. È la prima volta che il signor Valli ascolta qualcuno senza alzare la voce.»
Le donne si scambiarono un sorriso timido.
Ettore portò il deambulatore in soggiorno, poi chiamò Marta per riferirle quanto accaduto.
La consulente consigliò di conservare il messaggio di Valli, la risposta e le ricevute, ricordando che nessuna discussione sul pianerottolo poteva sostituire un esame serio della situazione contrattuale.
Avrebbero aspettato la posizione scritta del proprietario e risposto attraverso i canali appropriati.
Quel pomeriggio, mentre Agnese riposava, Lucia trovò nella credenza un quaderno di ricette.
Lo aprì per cercare il modo in cui sua madre preparava il brodo, quello che ricordava dall’infanzia.
Tra due pagine cadde una fotografia di Lucia dodicenne, con un grembiule sporco di farina.
Sul retro era scritto: “Ha voluto impastare da sola. Non le dirò che ho aggiustato il sale.”
Lucia rise, poi si mise a piangere.
Agnese, comparsa sulla porta, riconobbe la fotografia.
«Ti arrabbiavi se ti aiutavo senza chiedere.»
«E tu lo facevi lo stesso.»
Si guardarono con un imbarazzo nuovo.
Non stavano litigando sull’infanzia; stavano cercando di capire come due persone che si erano conosciute così bene fossero diventate estranee.
«Vorrei sapere perché non mi hai cercata dopo la morte di papà», disse Lucia.
Agnese abbassò il capo.
«Perché avevo paura che la lettera fosse vera. E perché mi vergognavo di non averti protetta quando eri più giovane.»
«Ma lui non c’era più. Avresti potuto provare.»
«Sì», ammise Agnese.
«Avrei potuto. Ho scritto una lettera, due anni dopo il funerale, e non l’ho spedita.»
Raccontò che aveva trovato un vecchio numero di Ferrara tra le pagine di un’agenda.
Una sera lo aveva composto, ma le aveva risposto uno sconosciuto.
Non aveva lasciato il proprio nome né domandato se conoscesse i Rinaldi.
Si era convinta che quel tentativo fallito fosse la prova di non avere più un posto nella vita della figlia.
Adesso, pronunciandolo ad alta voce, capiva che una telefonata interrotta non era mai stata una risposta di Lucia.
Era soltanto il limite che lei stessa aveva deciso di non superare.
Lucia si sentì stringere lo stomaco.
Avrebbe preferito sentire che il padre aveva impedito anche quell’ultimo tentativo.
Sarebbe stato più semplice attribuire tutto a un solo colpevole.
Invece sua madre stava ammettendo una scelta dolorosa, presa quando nessuno la controllava più.
«Ce l’hai ancora?» domandò.
Agnese annuì.
Andò in camera e tornò con una busta chiusa, sulla quale non era scritto nessun indirizzo.
La posò davanti a Lucia.
«Non voglio chiederti di perdonarmi prima che tu l’abbia letta.»
Ettore, rientrato in soggiorno con le tazze del tè, vide sua madre tenere quella busta tra le mani.
Capì che la storia di Cesare spiegava molte cose, ma non poteva decidere al posto delle due donne che cosa fare del tempo rimasto.
Lucia aprì lentamente la busta.
La prima frase le fece alzare gli occhi verso Agnese.
«Qui scrivi che avevi capito che papà mi stava mentendo», mormorò.
Agnese non distolse lo sguardo.
«Lo sospettavo», rispose.
«E non sono stata abbastanza coraggiosa da verificarlo.»
Per scoprire se Lucia avrebbe potuto ricominciare da quella verità, continua con la Parte 7.













