L’appartamento di Agnese si trovava al secondo piano di una palazzina con le ringhiere verdi, in una via tranquilla di Borgo Panigale.
L’ascensore era piccolo e si fermava qualche centimetro più in basso del pianerottolo.
Ettore lo notò subito, perché Agnese dovette sollevare il deambulatore mentre Lucia le sosteneva il gomito.
Non era un gesto difficile per una persona in salute, ma per lei sembrava un passaggio affrontato ogni giorno con la paura di cadere.
La porta si aprì su un corridoio che odorava di sapone e caffè.
C’erano piante vicino alla finestra, una coperta piegata sul divano e un calendario sul quale qualcuno aveva segnato in rosso le visite mediche.
Ettore si era immaginato un luogo abbandonato, come se la solitudine dovesse sempre avere l’aspetto del disordine.
Invece quella casa era curata in ogni dettaglio, proprio perché Agnese ne aveva fatto l’unico spazio che sentiva ancora suo.
«Scusate, non aspettavo ospiti», disse.
«Non siamo venuti a controllare la polvere», rispose Lucia.
Si interruppe, sorpresa dalla naturalezza con cui aveva parlato.
Agnese sorrise appena: era una frase che sua figlia ripeteva quando era ragazza.
In camera da letto, la donna aprì il cassetto del comodino.
Sotto un pacchetto di fazzoletti c’era una busta gialla ripiegata in quattro.
Lucia la prese soltanto dopo aver chiesto il permesso.
Non riportava alcun timbro postale e il foglio contenuto all’interno era stato scritto con una penna blu.
“Non cercarmi più. Il bambino è un dolore che voglio dimenticare. Se mi vuoi bene, lasciami vivere senza il passato. Lucia.”
Agnese fissò il foglio come se lo vedesse per la prima volta.
«Cesare disse che glielo avevi consegnato quando era venuto a Ferrara», spiegò.
Lucia scosse la testa.
«Io non ho mai scritto queste parole. Non avrei chiamato mio figlio un dolore.»
Ettore osservò la grafia, poi domandò alla madre se conservasse qualcosa di scritto da lei in quell’epoca.
Lucia provò a riprodurre alcune lettere su un foglio, ma chiarì che quel confronto improvvisato non sarebbe bastato a stabilire chi avesse scritto il biglietto.
Agnese, invece, aprì una scatola con ricette, cartoline e biglietti che la figlia le aveva regalato da adolescente.
La differenza tra quelle righe rotonde e la scrittura tesa della lettera appariva evidente, senza che nessuno dovesse fingere di essere un esperto.
«Perché non me lo dicesti allora?» chiese Lucia.
«A chi?» rispose Agnese.
«Non sapevo dove fossi. Quando domandavo a tuo padre un recapito, diceva che lo avresti vissuto come un’altra invasione.»
Lucia si sedette sul bordo del letto.
Per molti anni aveva conservato dentro di sé l’immagine di una madre che sceglieva il silenzio.
Adesso, davanti a quella lettera, intuiva quanto il silenzio potesse essere stato costruito da qualcun altro.
Non era ancora pronta a perdonare né a perdonarsi.
Ettore tornò in soggiorno a esaminare i documenti dell’affitto.
Agnese gli indicò un raccoglitore color crema, ordinato per anno.
C’erano il contratto, alcune comunicazioni della proprietà precedente e le ricevute dei pagamenti più recenti.
Silvio Valli aveva acquistato l’edificio l’anno prima e subito proposto ad Agnese di lasciare l’alloggio in cambio di una somma modesta.
Lei aveva rifiutato, spiegando che non avrebbe saputo dove andare.
Da allora gli incontri erano diventati più frequenti e i toni meno cortesi.
«Mi ha detto che se non firmo verranno a portarmi fuori», confessò.
«Le è arrivato un provvedimento da un tribunale?» chiese Ettore.
«No. Soltanto lettere e telefonate. A volte manda qualcuno a suonare.»
Ettore resistette alla tentazione di assicurarle che nessuno avrebbe potuto toccarla.
Non conosceva ancora abbastanza la situazione e non voleva sostituire un uomo che decideva al posto suo con un nipote che faceva lo stesso.
Le propose di fotografare i documenti e consultarli con un’associazione di inquilini.
Agnese accettò e volle essere lei a scegliere quali carte mostrargli.
Un colpo di campanello fece sobbalzare tutti.
Sul pianerottolo c’era la signora Ada, la vicina del terzo piano, con una borsa di spesa.
Aveva accompagnato Agnese alla tavola calda quella mattina e, non trovandola al telefono, era venuta a controllare che fosse rientrata.
«Ho visto il signor Valli nel cortile», disse.
«Parlava con un uomo che prendeva misure vicino alla scala.»
Ettore scese a verificare senza fare scenate.
Trovò Valli accanto al portone, con una cartella di fotografie della facciata.
Il proprietario sembrò irritato nel vederlo.
«Non starà convincendo quella signora che la casa è sua per sempre?»
«Sto cercando di capire che cosa le state chiedendo di firmare.»
«La casa è mia. Ho dei progetti.»
«E lei ha un contratto. Possiamo parlarne quando avremo letto le carte.»
Valli replicò che l’offerta sarebbe scaduta a breve.
Ettore gli chiese di trasmettere ogni proposta per iscritto, poi tornò di sopra.
Non gli interessava vincere una lite sul pianerottolo; gli interessava che Agnese non cedesse per paura.
Nel frattempo Lucia aveva messo sul tavolo una piccola scatola di latta.
Agnese disse che conteneva i vecchi documenti di Cesare e che, dopo la sua morte cinque anni prima, non aveva trovato il coraggio di riordinarli.
Il marito era stato duro con loro, eppure gettare le sue cose le era sembrato per molto tempo un gesto che non si sentiva autorizzata a compiere.
Lucia le chiese se desiderasse davvero aprirla.
Agnese fece scattare il coperchio da sola.
Dentro c’erano ricevute, libretti di garanzia, fotografie di un’automobile e una busta bianca ingiallita.
Su quest’ultima compariva l’indirizzo della casa di Agnese, scritto da una mano che Lucia riconobbe immediatamente.
Il timbro postale riportava Ferrara, 14 maggio 1999.
La busta era stata già aperta e rimessa fra le carte di Cesare.
«Questa è la mia scrittura», disse Lucia.
Le dita le tremavano mentre estraeva un foglio ripiegato attorno a una fotografia.
Nell’immagine si vedeva una giovane madre seduta sul letto, con un neonato avvolto in una copertina chiara.
Sul retro c’erano il nome e la data di nascita di Ettore.
Il foglio cominciava con poche parole semplici.
“Mamma, ti presento tuo nipote. È nato il dodici maggio e sta bene. Vorrei che venissi a conoscerlo.”
Agnese si aggrappò al bordo del tavolo.
Non era la sola prova che suo nipote fosse vivo: lui si trovava lì, a pochi passi.
Ma quella lettera dimostrava che Lucia aveva tentato di raggiungerla quando ancora sperava di poter tornare a essere sua figlia.
Ettore guardò la data del timbro, poi la falsa lettera posata accanto alla fotografia.
La busta di Ferrara era arrivata prima che Cesare dicesse alla moglie che il bambino era morto.
Per capire perché Cesare nascose proprio quella fotografia, continua con la Parte 5.













